In guerra per amore: recensione in anteprima

Intrappolato nel messaggio che intende veicolare, In guerra per amore si pone come una commedia che intende far riflettere su oltre cinquant’anni di storia focalizzandosi sulla genesi di tale storia. Tra il serio e il faceto, cifra di Pif

Arturo (Pif) e Flora (Miriam Leone) si amano follemente. Siamo nella New York del ’43, quella che si è lasciata alle spalle la Grande Depressione e che si accinge a traghettare il globo verso una nuova epoca post-seconda guerra mondiale. Arturo lavora presso il ristorante dello zio di Flora, tutti italiani emigrati nel Nuovo Mondo. Arturo purtroppo è maldestro, un po’ imbranatello se vogliamo, ed infatti lo zio di Flora non capisce come la sua bellissima nipote se ne sia potuta innamorare. Ma si sa, in Ammerriga è tutto un business, perciò le nozze combinate col figlio di un boss locale, altro emigrato siciliano, s’impongono da sole: zio Alfredo vuole garantire continuità al ristorante e quale migliore assicurazione di questa?

La coppia entra in crisi: Flora non sa come opporsi al volere dello zio, mentre ad Arturo, squattrinato e senza particolari talenti, non resta che arruolarsi approfittando del piano messo in piedi dagli USA, ossia invadere la Sicilia. Serve perciò gente del luogo, persone che facilitino l’ingresso in quest’isola così sconosciuta agli americani ma strategicamente essenziale. Ma non è l’amor patrio a spingere Arturo, bensì l’unica possibilità che ha di sabotare le nozze forzate della sua amata: chiedere al padre, che sta ancora in Sicilia, la mano della figlia. Insomma, il ragazzo va In guerra per amore.

Pierfrancesco Diliberto integra al discorso un elemento non da poco, ovvero l’ambientazione nel passato, il che comporta a priori un coefficiente di difficoltà ben maggiore rispetto al suo esordio, La mafia uccide solo d’estate. Questo suo secondo lavoro è pieno di anacronismi voluti: Diliberto intende a suo modo veicolare una pagina di storia, adottando però un registro tortuoso, troppo complesso per il punto in cui è. In altre parole, sobbarcandosi un carico eccessivo, costruisce quella che a tratti è una favola, a tratti una commedia, per filtrare notizie ben più pesanti rispetto a quanto il contesto suggerisca. Si tratta di un processo di alleggerimento, che è poi l’approccio di Diliberto: soffermarsi su un tema importante, la mafia, però sempre tra il serio ed il faceto, propendendo più per il secondo tono.

Ciò che però non funziona è anzitutto l’ecosistema, popolato di personaggi che a loro volta rimandano ad un’idea, o per meglio dire un’opinione. Se non sono metafore, i profili cui da vita Diliberto restano comunque frutto del desiderio, prioritario e perciò soverchiante, di trasmettere un messaggio, al quale parole e azioni restano comunque subordinati. Va riconosciuta, certo, l’abilità a tratti di suscitare un sorriso sincero, per via di siparietti simpatici, sebbene raramente siano pungenti come senz’altro si sarebbe voluto. I due anziani che corrono per le vie del paese con le statue del Duce e di Maria Vergine facendo a gara, così come l’ironia su un selfie ante litteram, rientrano nel novero delle intuizioni felici, cui da contraltare fa però certa reiterata caratterizzazione: i siciliani di In guerra per amore sono esattamente come ce li si aspetta, il che, va da sé, non è un bene.

Non è un bene non perché la verità, di suo poco lusinghiera, vada per ciò stesso taciuta, ci mancherebbe, bensì poiché la velata satira, o mero sarcasmo che si voglia, necessita oggi di un ritocco, qualcosa che tocchi tasti diversi, colpisca altri punti o magari gli stessi ma in maniera ad ogni modo differente. Il siciliano di In guerra per amore è essenzialmente poco serio, affamato, ingrifato, oppure pericoloso, omertoso, connivente. Nella migliore delle ipotesi spaesato, capace di buone azioni più per semplicioneria che altro. Passi che un ideale del genere venga proposto da chi, non avendo familiarità con l’ambiente, si limita a quelle due/tre cose che ha imparato al bar o attraverso qualche filmaccio; diverso è il discorso nel caso in cui a farsene portavoce è un siciliano, da cui non è assurdo aspettarsi non la distorsione dei fatti a beneficio della sua terra, ma che almeno non si presti a certi escamotage a dire il vero piuttosto comodi al fine di strappare qualche risata. O se proprio deve, beh, almeno a corredo di misure più incisive.

Anche perché, alla fine della fiera, il punto è si far ridere, come anticamera però di una riflessione che di divertente non ha nulla. L’ultima parte del film è un insieme di scelte che rivelano la reale intenzione del regista, che dopo aver in più passaggi alternato toni in maniera anche brusca, vira totalmente sull’indagine, o comunque sull’aspetto storico. Dismessi i panni del leggero, a tratti sensibile, quasi sempre simpatico personaggio che Pierfrancesco Diliberto sembra essere, eccolo indossare quegli di un novello Saviano, che, a differenza dell’autore di Gomorra, tende a prendersi meno sul serio, nondimeno condividendo con quest’ultimo analogo furore. Dito puntato, assistiamo alla didascalica demolizione della prima repubblica e con essa la cultura in cui un’intera regione è macerata per oltre cinquant’anni.

Un’arringa cui di certo non mancano argomenti seri su cui fondarsi, ma che arriva fuori tempo massimo, irrompendo con una veemenza francamente poco sostenibile. Anche perché l’epilogo di quasi tutte le trame e sottotrame che Pif costruisce risentono di quel vizio di cui in apertura, ossia servire un messaggio, devitalizzando ulteriormente questi personaggi che già di loro hanno sino a quel punto faticato ad assumere consistenza. Ed In guerra per amore si congeda così, tra le urla dell’ennesimo, parodistico signorotto criminale che ricorda ai propri compaesani quanto nessuno tra loro possa sentirsi superiore a lui, il “cattivo”, perché in Sicilia o si è mafiosi o si è complici. O meglio, oggi non più. Un tempo era così però, non ci piove. Troppo facile.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”4″ layout=”left”]

In guerra per amore (Italia, 2016) di Pif. Con Pif, Andrea Di Stefano, Sergio Vespertino, Maurizio Bologna, Miriam Leone, Samuele Segreto, Stella Egitto, Antonello Puglisi, Vincent Riotta, Maurizio Marchetti, Orazio Stracuzzi, Mario Pupella, Lorenzo Patané, Aurora Quattrocchi e David Mitchum Brown. Nelle nostre sale da giovedì 27 ottobre.

I Video di Cineblog

Ultime notizie su Film Italiani

Tutto su Film Italiani →