Fuga da Reuma Park: recensione in anteprima del film di Aldo, Giovanni e Giacomo

Aldo, Giovanni e Giacomo girano il loro film più personale. Leggete la nostra recensione di Fuga da Reuma Park

Aldo, Giovanni e Giacomo girano una funerea comedy-horror sulla loro stessa carriera. Sgangherata quanto si vuole ma ci si trovano cose ben sopra la media. Ragionare sulla morte artistica (e forse anche la morte e basta) in maniera così demenziale è un unicum nel nostro cinema, piaccia o meno

Troppo facile dare addosso ad un trio comico ahimè risucchiato da un triste oblio, specie al cinema. Facile anche perché giustamente relegativi alla luce di circa quindici anni in cui, sala parlando, Aldo, Giovanni e Giacomo effettivamente non ne hanno azzeccata una, ultimo film degno di menzione Chiedimi se sono felice, sebbene sopravvivano ancora in Tu la conosci Claudia?, dopo il dimenticabile La leggenda di Al, John e Jack. Una comicità, la loro, che ha fatto il proprio tempo, così anni ’90, a tratti colta, che non disdegna né le parolacce né tantomeno l’assurdo. Ed a quest’ultimo filone va ascritto Fuga da Reuma Park, loro ultimo lavoro.

In sostanza i tre sono più vecchi di circa vent’anni rispetto al 2016 e, per un motivo o per un altro, vengono rinchiusi in questo Luna Park adibito a ospizio. Come si ha modo di inferire dalle prime battute, gli Aldo, Giovanni e Giacomo di questo fantascientifico futuro si sono sciolti da tempo, tanto che Giacomino, flebo di Barbera in corpo, nemmeno riconosce Aldo. Eppure tutti e tre finiscono lì, in quest’inquietante parco-giochi degli orrori, in cui a mettere angoscia non sono le attrazioni bensì gli “ospiti”, prigionieri della vita prima ancora che delle infermiere/aguzzine. Una di loro, Ludmilla (Silvana Fallisi), ha modi particolarmente severi, ruvidi: russa come venivano raffigurati i russi prima della caduta del Muro, praticamente degli orsi, anche se donne. Da quel momento un solo obiettivo: scappare da quel posto.

Fuga da Reuma Park intende far sorridere, non ci piove, ed in parte ci riesce sul serio (tranne per il personaggio della Fallisi, improponibile oggi); ma non sarebbe l’operazione che è se non avesse anche altro da dirci. Si tratta infatti di un discorso sulla morte artistica (se non addirittura la morte vera e propria) e come sfuggirvi; si tratta in assoluto dell’opera più intima e personale del trio, non semplicemente, come diranno i maligni, perché auto-celebrativa (lo è, sia chiaro). Diciamocelo: ci vuole un pizzico di coraggio ed anche quel po’ di sano menefreghismo per scherzare in questo modo sulla dipartita professionale e artistica di chi è stato per anni sotto i riflettori ed ora si ritrova a doversi interrogare su cosa sia andato storto. In tal senso Fuga da Reuma Park è un documentario, che non ha particolari velleità se non quella di essere sincero circa la realtà di tre comici che da tempo hanno fatto il loro tempo. Lo è malgrado in chiave grottesca, cavalcando quell’assurdo che è stata un po’ la cifra dei tre artisti, per i quali semmai i toni molto più “verosimili” dei loro primi due lungometraggi hanno rappresentato una parentesi e non viceversa. Eppure lo si vede anche lì, in quel loro entrare ed uscire da e in realtà diverse dalla loro: il film nel film in bianco e nero con Ayeye Brazorf sul Tram di Tre uomini e una gamba, così come l’intera struttura di Così è la vita, imperniata su un macroscopico equivoco, in cui proprio la morte ha un ruolo determinante.

Un tema che ritorna prepotentemente dunque, forse per esorcizzarlo, difficilmente per scacciarlo. Aldo, Giovanni e Giacomo si mettono a nudo e si mostrano per quello che sono, e se questo significa rievocare i momenti del successo che male c’è? In un’epoca che flirta in maniera così bislacca con una malcelata necrofilia, capisco che far spazio a ricordi positivi, esponendoli fino a questo punto peraltro, possa far senso, infastidire, addirittura indignare; se così fosse, ancora meglio, vuol dire che serviva farlo. Fuga da Reuma Park è infatti una vetrina, un luogo in cui ragionare prima ancora che darsi le proverbiali pacche sulle spalle, ridendo o magari intristendoci tutti insieme per quel che fu e che non è più, né magari ritornerà. In tal senso è anche opera consapevole, molto più consapevole di buona parte delle commedie che si sfornano nel nostro Paese, il cui Cinema fatica non solo ad offrire spaccati di verosimiglianza, bensì rifiuta proprio qualsivoglia forma di autenticità, di onestà rispetto agli argomenti che tratta e al pubblico che vuole vederli. Quest’ultimo, sgangherato lavoro di Aldo, Giovanni e Giacomo invece trasuda verità da tutti i pori e pone forse una pietra tombale su una carriera comunque sfolgorante.

Sì, perché quella che girano è una comedy-horror come la si sarebbe fatta vent’anni fa, per lo meno quanto alla verve comica. Anche in questo i tre manifestano una certa umiltà, sapendo di appartenere ad un mondo che oggi essenzialmente non esiste più, avendo cavalcato un tipo di comicità nata e morta con loro. Ridotti a mera attrazione, fenomeni da baraccone in una delle zone più grigie di quella Milano che finanche il siciliano Aldo ha fatto propria. Oggi, come già detto, sono loro a posare l’ultimo sasso, e non era forse possibile farlo meglio di così. Peccato che la sceneggiatura, oltre che rimaneggiata ed effettivamente approssimativa, non riesca ad essere più cattiva di quanto a conti fatti non sia già; solo che loro, anziché prendersela col pubblico, coi critici, col mondo, prendono serenamente atto della ruota che gira e ci scherzano su. Noi italiani tutto ciò faticheremo a capirlo, perché non sono affatto italiane le modalità attraverso cui viene manifestata questa docile presa di coscienza; pazienza, magari capiremo.

Un film triste, Fuga da Reuma Park, dal tono e l’andamento funereo, perché quando qualcosa diventa museo non c’è altra atmosfera che meglio si presta. Ed allora spazio ai celeberrimi sketch dell’eco che ripete «terun», o quello di Pdor figlio Khmer, oltre alla giostra di personaggi ripescati dal fortunato repertorio: Tafazzi, i Bulgari, Rolando, fino al cammello, lo struzzo e il condor, in uno dei momenti più divertenti e surreali dell’intero film. Perché sì, si ride, non sempre ma succede; e come potrebbe essere diversamente nell’ambito di un film in cui le battute si avvicendano costantemente una dopo l’altra? Certo, manca quel tempismo pressoché impeccabile che li ha resi grandi a Teatro, luogo ideale del trio, che però riesce a convertire almeno una parte di quella loro indole in maniera accettabile sul grande schermo. Nel bene e nel male reiterano certe misure chiaramente démodé, sapendo di non poter far presa su chiunque malgrado un calcio nelle palle ed una freccia che colpisce per sbaglio una persona capitata lì per caso appartengano ad una tradizione tutto sommato universale.

Ora che ci avviamo verso la fine, però, una cosa è bene chiarirla. Non è che Aldo, Giovanni e Giacomo siano mossi da una sorta di cupio dissolvi, né sorridono come degli alienati davanti alla loro possibile dipartita. Certo, Fuga da Reuma Park ha tutta l’aria del film-testamento, ma ci sono almeno altrettanti elementi per supporre che invece il trio vorrebbe eccome tornare ad offrire il proprio contributo, solo che, senza troppi fronzoli, non si capisce come fare. L’idea di immaginarsi molto più anziani di quanto non siano adesso è rivelatrice in questo senso: magari c’è ancora speranza e non è giunta l’ora di tirare le somme. La viscerale paura del salto, quello che si può sempre rinviare guardandosi indietro, specie quando qualcosa di buono in fondo è stata fatta. Per anni ci siamo lamentati che Aldo, Giovanni e Giacomo non fossero più quelli di una volta, che volevamo tornassero quelli “veri”. Eccoli lì, non sono cambiati di una virgola. Siamo cambiati noi, che invece di chiederci il perché di un così spensierato documentario, opteremo per ripetere il solito mantra: «ma non era meglio trasmetterlo in TV?», mentre l’altro, «meglio non farlo proprio, no?». Resta che per ragionare in maniera così demenziale sulla propria morte, artistica o meno, anche per sbaglio bisogna essere stati degli artisti. Almeno una volta.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”6″ layout=”left”]
[rating title=”Voto di Federico” value=”2″ layout=”left”]

Fuga da Reuma Park (Italia, 2016) di Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti e Morgan Bertacca. Con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Silvana Fallisi, Salvatore Ficarra, Valentino Picone e Giorgio Centamore. Nelle nostre sale da giovedì 15 dicembre 2016.

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