28 settimane dopo: ecco perchè l’horror è fondamentale

28 settimane dopo (28 Weeks Later, Gran Bretagna / Spagna, 2007) di Juan Carlos Fresnadillo; con Robert Carlyle, Rose Byrne, Jeremy Renner, Amanda Walker, Mackintosh Muggleton, Imogen Poots, Shahid Ahmed, Harlod Perrineau. Che bello vedere che l’horror è ancora un genere che sa regalare qualcosa. Che bello vedere film come 28 settimane dopo, che magari

28 settimane dopo (28 Weeks Later, Gran Bretagna / Spagna, 2007) di Juan Carlos Fresnadillo; con Robert Carlyle, Rose Byrne, Jeremy Renner, Amanda Walker, Mackintosh Muggleton, Imogen Poots, Shahid Ahmed, Harlod Perrineau.

Che bello vedere che l’horror è ancora un genere che sa regalare qualcosa. Che bello vedere film come 28 settimane dopo, che magari non dicono nulla di nuovo e devono molto ai capostipiti del loro filone, ma ribadiscono concetti e idee che solo l’horror, come genere cinematografico, può ribadire. Il secondo film del regista di Intacto rimette in pace col genere, che ultimamente arranca un po’. E toh, sorpresa delle sorprese (per chi non ha mai visto un horror in vita sua, evidentemente) arriva da un sequel! Come a ribadire una cosa fondamentale: con l’horror, un film originale o un sequel possono essere entrambi più che interessanti, e nella storia del genere ci sono decine e decine di esempi.

Tra l’altro, ecco chi ci riporta l’horror politico in sala, come sempre meno se ne vede in giro ormai: questo 28 settimane dopo e Hostel 2. Sarà un caso? Il film di Juan Carlos Fresnadillo riconferma l’idea che, se sfruttato a dovere, il filone post-apocalittico e distopico dei morti viventi (ma attenzione, non chiamateli così altrimenti i fan si arrabbiano, giustamente: questi uomini cattivissimi che corrono sono vivissimi, solo un po’ infetti) è ancora oggi uno dei più interessanti sotto-generi dell’orrore cinematografico. Romero aveva genialmente dato il via, oggi Boyle e Fresnadillo ripropongono. Del regista del primo episodio c’è l’impronta, e non solo nel prologo che ha girato in prima persona; dello spagnolo c’è la buona capacità in campo registico e un bel lavoro per quanto riguarda la tensione e la paura.

Va bene che a volte la macchina da presa si muove anche troppo, ma l’adrenalina è ben dosata, e alcune sequenze colpiscono ottimamente nel segno. E la “resa dei conti” finale al buio è tesa come una corda di violino. Ed è bello vedere degli ottimi effetti speciali che non si autoesibiscono ma sono funzionali alla trama: Londra bombardata e la strage degli infetti da parte dell’elicottero sono momenti che difficilmente si scorderanno.

Ma 28 settimane dopo è prima di tutto, come si diceva, un film politico, come alla fine lo era il capitolo precedente, di cui riprende il tema della pericolosità dei militari e lo sviluppa ancora di più. Se l’orrore del virus è nato per mano dell’uomo, anche quando c’è uno spiraglio di speranza è sempre l’uomo a rovinare tutto e a rendere la situazione ancora più dolorosa e agghiacciante, se possibile: assieme al film di Roth, 28 settimane dopo è il film politico (e schierato) dell’anno.

Voto Gabriele: 7
Voto Carla: 7+

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