Guardiani della Galassia Vol. 2: recensione in anteprima

Far rivivere gli anni '80 nello spazio è roba per pochi. Guardiani della Galassia Vol. 2 conferma di esserne in grado sebbene rischi di diluirsi nell'eccesso d'informazioni ed accartocciarsi sul suo stesso punto di forza, ovvero il suo prendersi poco o affatto sul serio

C’è un momento, e non è l’unico, in cui Guardiani della Galassia Vol. 2 lascia filtrare uno dei pochi messaggi che intende veicolare tra il serio ed il faceto: Quill/Star-Lord (Chris Pratt) ricorda quando da piccolo i suoi amichetti si attardavano sulle rispettive figure paterne. Lui, anziché patire la cosa, aveva sempre la risposta pronta: mio papà è David Hasselhoff. Si tratta di uno dei tanti rimandi a quegli anni ’80 la cui evocazione diviene qui ancora più scimmiottante, tra un Pac-Man ed un brano iconico, passando per attori simbolo di quel periodo cinematografico e di certi suoi stilemi; non per niente Kurt Russell e Silvestro Stallone, parte integrante dell'omaggio a quell'intero decennio.

Tuttavia l’unico umano del gruppo ha per la prima volta la possibilità di conoscere il suo vero padre, sottotrama che in pratica lo impegna per l’intero arco del racconto. In realtà la vicenda sarebbe anche centrale, se non fosse che il progetto è corale e a questo secondo giro s’ha da lavorarci coi personaggi anziché limitarsi a presentarceli. È un po’ croce e delizia della prima trasposizione uscita tre anni fa, ovverosia l’elemento sorpresa: d’improvviso ci si ritrova con un procione incazzato e perciò pericoloso che s’accompagna con una pianta che conosce solo tre parole, mentre un giovane umano gira per la galassia con addosso un walkman, ed un alieno muscoloso ma un po’ stupido finisce con l’immischiarsi. Insomma, non è solo questo, ma si capisce come l’impatto davanti ad una cosa del genere, se ben gestita come avvenuto in quel caso, rischi di generare un’impressione addirittura formidabile. Oppure l'esatto contrario.

Dinanzi alla necessità di avvicinarli di più questi personaggi, però, qualcosa comincia a scricchiolare, certi limiti si fanno più vistosi; Guardiani della Galassia rimane un po’ vittima di sé stesso, del suo dover essere inevitabilmente sopra le righe, spassoso, movimentato. E non che non sia un po’ di tutte queste cose Volume 2, solo che stavolta il picco emotivo ha da essere di altro livello. Ecco allora il leitmotiv: la famiglia. O per meglio dire, le famiglie. Come non c’è una sola trama, bensì più trame, ciascuna delle quali fa capo a quest’unica traccia. Gamora (Zoe Saldana) incappa in una vecchia conoscenza, con la quale si apre uno scontro che, manco a dirlo, si trascina sino all’ultimo; così Rocket si trova a dover mettere in discussione il suo atteggiamento sempre così sarcastico perciò indisponente, mostrando che in fondo anche a lui qualcosa gliene freghi; Yondu (Michael Rooker), da par suo, sconta ancora la sua cattiva nomea, la quale però non gli impedisce di ricoprire un ruolo importante all’interno di questa storia.

Alla fine però il senso è quello, e cioè che di base siamo un po’ tutti orfani di David Hasselhoff. Sembra una boutade, ed in fondo lo è, ma per un film che attinge a piene mani a quel decennio fatto di pixel, spalline, sintetizzatori e serie TV che oggi fanno sorridere mentre all’epoca ci piacevano da matti, il postmoderno è ancora roba per pochi, perciò un approccio che si regola su tali canoni un suo perché ce l’ha. L’amato protagonista di Supercar e Baywatch è quel mondo ideale che ci si costruisce da bambini o che si mantiene anche da più grandicelli, salvo scoprire, proprio da adulti, che si è per l’appunto trattato di un’idea, un’immagine che ci ha per un periodo finanche salvati, solo che ad un certo punto è bene lasciar andare. Non sembra, ma arriva pure il momento in cui entrano in gioco divinità ed entità dai poteri soprannaturali, ed il senso è che tutto questo va distrutto, cancellato; questo per dire a quale tipo di ragionamenti velatamente intende approdare James Gunn, che lancia il sasso e saggiamente ritrae la mano. Per non parlare dell’immancabile svolta edipica, su cui infatti non ci si sofferma perché si tratta di uno di quei riferimenti che vorrebbero ancorare il tutto ad una sorta di tenore mitico.

Chi pensasse che tutto ciò fosse troppo per un progetto del genere avrebbe però ragione solo in parte: d’altronde oh, qui si parla di galassie, perciò salti intergalattici, rocambolesche scorribande attraverso quell’infinito che è lo spazio, il generale non può perciò non ripercuotersi sul particolare ed era solo questione di tempo prima che tematiche del genere affiorassero. Ora che le abbiamo già al secondo capitolo si ha modo di testare la capacità di reazione di questa saga, che effettivamente soffre un po’ quando ha da contenere tutta questa roba. La sensazione è che Volume 2 diverta, quantunque meno del predecessore, ma al tempo stesso non appassioni, né potrebbe in tutta onestà.

In nessun film Marvel, come in questo, si ha percezione di quella macchina dalla mole sempre più considerevole che è il carrozzone di questo universo tratto dai fumetti, un cantiere costantemente aperto la cui capacità di rigenerare sé stesso in una stordente quantità di modi forse per la prima volta ci pone davanti ad un problema. Il problema di non vedere la fine e perdere traccia persino dell’inizio, di affacciarsi su un frammento che non è non dico definitivo (questa semmai è di per sé una virtù) ma strutturalmente precario. I più smaliziati direbbero che quanto ho appena descritto siano in soldoni le forme di una mitologia, che però, forse davvero per la prima volta, mostra così palesemente la sua inconsistenza. E c’era bisogno proprio di guardarla da lontano, quasi “da fuori”, come solo le storie dei Guardiani ci consentono di fare, per confermarci quanto in fin dei conti si avvertiva già da tempo e non senza ragioni.

volume2.jpg

Dovrebbe tutto ciò incidere sulla portata di questo sequel? Non saprei, però è successo. La troppa carne al fuoco, la complessità nel gestirla, le oltre due ore, di sicuro non giovano. Si potrebbe restare alla superficie ed allora scopriremmo che Baby Groot è il personaggio più riuscito proprio perché slegato dalle dinamiche che coinvolgono tutti gli altri, onnipresente ma non strettamente necessario rispetto a trame che vedono la sua presenza simpaticamente apposta come quel “I Am Groot” che si sovrappone a ripetizione nei titoli di coda (ah, rimanete fino alla fine, ché di scene aggiuntive ce n’è più di una). Si potrebbe altresì rilevare allora come non sempre il piglio ironico, la battuta estemporanea, riescano a sopperire alla pressoché totale mancanza di quel seppur leggero strato di epicità che manca; e che in fondo Guardiani della Galassia Vol. 2 pesa tanto quanto le sue migliori scene, che sono lì per divertire, blandire e di fatto portare più spettatori possibile dalla propria parte.

Che tutto ciò sia però il massimo a cui si dovesse ambire, stavolta, ci si consenta quantomeno il beneficio del dubbio. Non si può restare certo indifferenti a certi sequenze così ben girate, spiritose e col brano giusto a palla. Ma Guardiani della Galassia rischia a questo punto di non poter andare oltre, e lo si capisce già dalla semplice constatazione che certi ingredienti, usati anche in maniera leggermente diversa, non danno luogo ad un esito altrettanto esilarante. L’ultima mezz’ora scarsa o giù di lì serve in parte a questo, ovvero a fare leva sulla componente emotiva per poi far sì che lo spettatore, a quel punto con gli occhi umidicci, tenda a “dimenticare” una certa inconsistenza dalla quale è già stato ripetutamente sviato attraverso certi spassosissimi passaggi. Dal primo film si evinceva qualcos’altro, forse addirittura la saga col potenziale maggiore nell’ambito dell’universo Marvel: prova ne è il fatto che, rispetto a tutti gli altri supereroi, malgrado tutto anche questo in questo sequel i Guardiani confermino la loro particolarità. Al terzo capitolo dunque, come spesso accade, l’onere di essere rivelatore di ogni cosa.

Voto di Antonio 6.5

Voto di Federico 7.5

Guardiani della Galassia Vol. 2 (Guardians of the Galaxy 2, USA, 2017) di James Gunn. Con Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Karen Gillan, Michael Rooker, Sean Gunn, Chris Sullivan, Sylvester Stallone, Elizabeth Debicki, Kurt Russell, Nathan Fillion e Tommy Flanagan. Nelle nostre sale da martedì 25 aprile 2017.

  • shares
  • Mail