Alien Covenant: recensione in anteprima del film di Ridley Scott

Si scrive Alien, si legge Prometheus. In relazione a quest'ultimo, Covenant è un sequel in tutto e per tutto, specie nella ancora una volta maldestra pretesa di dare un'origine alla saga di Alien

«Quando chiudi gli occhi è me che sogni?». C’è tutta la portata, finanche le velleità di un progetto come Alien Covenant in questa linea di dialogo. L’archeologismo narrativo di Ridley Scott e soci, lungi dall’essere stati scoraggiati dal difettoso Prometheus, trova di nuovo terreno fertile nel discorso proprio lì interrotto, con un Lindelof capace di fare il bello e il cattivo tempo nell’arco di due atti ed un finale che lascia un po’ più che perplessi. Si scrive Alien dunque, ma si legge diversamente, perché Covenant è il sequel dell’esperimento tentato nel 2013; e allora come adesso il rimando ad Alien è per lo più un gioco, mero divertissement per gli sceneggiatori e pubblicitari.

Dopo i primi tre quarti d’ora non può più esservi alcun dubbio in merito a cosa aspirino gli autori, qualora non fosse stato chiaro a priori, ossia fare di Alien una mitologia che trascenda la saga. È lo step successivo in quel processo che investe Hollywood da anni a questa parte: dopo sequel, prequel e rifacimenti, l’espansione, la dilatazione esponenziale di un universo/brand. Un fenomeno inaugurato prima da Marvel, poi da Star Wars, ergo da Disney, e rispetto a cui progetti come Covenant altro non sono che timide scimmiottature, dato che il contesto non si presta allo stesso modo.

Che Scott sia legato ad un immaginario di fantascienza smaccatamente anni ’80 è cosa nota, nonché, entro una certa qual misura, uno dei suoi punti di forza, dato che quasi nessuno sa smanettare con certe cose con la medesima maestria del regista britannico. Un conto però è che da un trattamento del genere venga passato al setaccio un progetto come The Martian, il cui essere ancorato a certi schemi contribuisce alla sua riuscita (oso definire tale approccio addirittura essenziale anzi); altro è accostarsi ad un progetto che già contempla echi di quel periodo lì, proponendo per esempio ancora una volta il tizio che nello spazio indossa il cappello da cowboy, giusto per dirne una.

Covenant d’altra parte è proprio il primo Alien quanto alla struttura della prima parte: una nave spaziale, che prende il nome del titolo, si sta dirigendo verso un pianeta in cui si spera di potere insediarsi creando una sorta di colonia terrestre, non a caso a bordo viene trasportato pure un cospicuo numero di embrioni. Finché l’equipaggio non intercetta una strana trasmissione, un pezzo musicale a loro noto: com’è possibile? Dubbi e incertezze vengono dissipate nel giro di poco tempo, dato che le condizioni del pianeta ove risiede la fonte di quella musichetta sono molto favorevoli. Troppo!

Perciò si scende, parte la perlustrazione ed il pattern di sempre si ripresenta immancabile: il parassita prende possesso del corpo umano per incubarsi e via discorrendo. Fin qui tutto molto familiare… ed allora cosa aggiunge Covenant? Per capirlo basta tornare alle prime sequenze del film, in cui David (Michael Fassbender), l’androide di Prometheus, è impegnato in una conversazione con colui che l’ha concepito, il dottor Weyland: entrambi vogliono sapere da chi o cosa tutto abbia avuto origine. Perché ok, se David è un prodotto dell’intelligenza umana, l’uomo chi l’ha creato? È il letimotiv di questo Covenant, che in tal senso parte bene, per certi versi benissimo, approntando un mash-up tra Alien e Blade Runner magari instabile ma proprio per questo promettente, che vale la pena seguire.

Creare, creatività, creazione, sono parole chiave in quest’ultimo lavoro di Scott, a cui però corrisponde una scrittura ancora una volta vistosamente in ritardo rispetto alle ambizioni. Il discorso portato avanti, tra un accenno al Paradiso Perduto di Milton e a certo positivismo ottocentesco, è povero come pochi; scene chiave sfasate, come quella che per comodità chiamiamo «del flauto», davanti alla quale alcuni sorrideranno, sebbene per la parodia involontaria basti molto meno, come un’inquadratura in cui Fassbender si accarezza i lunghi capelli o la testa di una grande statua mozzata durante una fuga maldestra.

Il problema è però a monte, e per averne contezza bisogna porsi una domanda sola, diretta: perché esiste Covenant? Il motivo è lo stesso di Prometheus grossomodo, e no, lasciate da parte l’aspetto commerciale. Questi due film esistono per costruire a posteriori un origine alla saga di Alien, pur restandone al di fuori. Gli ammiccamenti restano tali, senza in nessun caso venire ascritti ad un contesto più ampio, solido, perché con certe cose ci si può pure divertire, ma va fatto con criterio. Se invece le sorprese, i rimandi servono solo a macinare qualche click in più coi trailer è chiaro che c’è un problema.

Per questo in alto ho alluso ad un non meglio precisato «archeologismo narrativo», in quanto la domanda circa la provenienza delle premesse narrative di Alien ha ancora una volta manifestato tutta la sua inconsistenza, una spedizione dalla quale, per la seconda volta, nessuno torna indietro sano e salvo. Anche perché Scott, o chi per lui, a questa operazione sembrano crederci davvero e pur di riuscirci paiono disposti a negare l’evidenza, ossia che è altrove che bisogna cercare; ammesso che sia chiaro anche a loro cosa intendano trovare. L’importante è dare adito ad una mitologia, poco importa che a tali condizioni non vi siano i presupposti.

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Tanto vale a questo punto dare fiducia ad un Bloomkamp, sai mai che una prospettiva che si discosti da certo immaginario in maniera più netta non riesca a sortire quell’effetto che Scott sta maledettamente faticando a generare, legato com’è a certe idee che oramai ha poco senso riproporre. Rimane il suo invidiabile occhio per certe panoramiche, la discreta gestione degli interni, ambito in cui il regista di Blade Runner ed Alien ancora oggi si muove e fa muovere la macchina da presa come pochi tra coloro che bazzicano la fantascienza. Però davvero, certe intuizioni visive si perdono, fagocitate da trame pretestuose, che urlano in faccia allo spettatore la paura tremenda che ha Hollywood di rischiare per paura di rimetterci.

A volere perciò trarre qualcosa da questo Alien Covenant, l’unica è il suo essere figlio del proprio tempo come pochi altri prodotti: troppo piccolo per reggersi sulle proprie gambe, troppo limitato per raccogliere un comunque improbabile testimone. Si viaggia nello spazio e non si viene investiti dall’immensità dell’universo sconosciuto, dallo spirito avventuriero di esploratori che oramai si assomigliano tutti (e non che abbiano granché da dire), da quesiti che fanno venire le vertigini, salvo poi venire tristemente ridimensionati da un risultato che nemmeno sa come sorprenderci, come farci riflettere. E no, purtroppo ha poco da dire pure sul fronte che più sarebbe congeniale ad un film di questo tipo, ossia il divertimento.

Quei primi minuti di Covenant, perciò, tra dipinti e melodie, evidenziano inconsapevolmente i problemi di un film che nemmeno facendo il verso ai giganti riesce a tirare fuori un’opera che varrà la pena ricordare. Resta irrisolto l’inevitabile quesito: a chi dare la colpa? A chi crea, oppure all’epoca entro la quale costoro si trovano ad operare? Certo, qualora Scott l’avesse fatto apposta allora… ma bisognerebbe correre un po’ troppo con la fantasia per vedere nei due androidi l’incarnazione di altrettante metafore, tesi suggestiva ma che attiene poco o nulla ad una recensione. Per il momento, dunque, propendiamo più per la constatazione secondo cui l’industria dorata di oggi continui a risentire di un malcelato complesso d’inferiorità rispetto a quanto ha ereditato da ciò che è stata fino a qualche decennio addietro.

Voto di Antonio 4

Voto di Federico 5

Alien Covenant (USA, 2017) di Ridley Scott. Con Michael Fassbender, Katherine Waterston, Billy Crudup, Danny McBride, Demián Bichir, Carmen Ejogo, Jussie Smollett, Callie Hernandez, Amy Seimetz, Nathaniel Dean, Alexander England e Benjamin Rigby. Nelle nostre sale da giovedì 11 maggio 2017.

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