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Malick to Malick: il cinema di Terrence Malick dal 2011 al 2017 – Parte Prima

Panoramica non esaustiva ma comunque necessaria sull’ultimo Terrence Malick e la sua ufficiosa tetralogia composta dai suoi quattro film più recenti. Tre appuntamenti in tutto, di cui due sui film nello specifico. Si parte con quello introduttivo

Stando alle parole del diretto interessato, Song to Song dovrebbe chiudere un’ideale tetralogia inaugurata da The Tree of Life, sebbene il “nuovo” Malick sia già tanto ne La sottile linea rossa quanto in The New World – Il nuovo mondo. La prossimità degli ultimi quattro film del regista texano obbligano però a considerarli all’interno di un gruppo a sé stante; ma non è solo questione di tempo. Al di là della loro vicinanza, anche se pure in virtù di questa, The Tree of Life, To the Wonder, Knight of Cups e Song to Song celano un legame tanto più tangibile quanto più profondo, le ultime tre opere per così dire satellite della prima, la più densa, la più compiuta.

Che “questo” Malick recasse sul retro una scadenza è però una verità che lui per primo ha sempre saputo, prima ancora d’imbarcarsi in un progetto che, in un modo o nell’altro, l’ha tenuto impegnato per all’incirca sette anni. Le voci si sono rincorse, nessuno riusciva a spiegarsi come mai il defilato, “recluso” (sic) Terrence Malick fosse improvvisamente diventato così loquace, quantunque a parlare fossero solo ed esclusivamente i suoi film. Voglio dire, prima una pausa di vent’anni, Lost Years al pari dei dieci di Guglielmo Shakespeare, poi l’Orso d’Oro a Berlino, poi altri sette di silenzio, fino alla sacrosanta Palma d’Oro del 2011.

Non pareva vero, l’anno dopo, che To the Wonder fosse a Venezia, mentre per la rete rimbalzavano notizie non meno incredibili, ossia che il nostro fosse addirittura in procinto di farne uscire un altro, e poi un altro ancora. Qualche sparuta notizia su attori, ambientazione, sinossi striminzite che più striminzite non si può, rendendo impraticabile la sola idea di farsi un’idea. Il punto è, e questo era pacifico, che il regista stesse girando tutti questi film pressoché contemporaneamente, o per lo meno con così poca distanza l’uno dall’altro da confondere. C’è qui tutta l’intelligenza di un cineasta che di fatto ha dato vita ad un modo di fare cinema tutto suo, insostenibile, unviable come direbbero gli anglofoni; non inedito, per carità, ma in cui le varie correnti che vi confluiscono e la sua specifica personalità lo rendono senz’altro un unicum.

Questo Malick parentetico nasce tale a priori, proprio perché non sfugge per primo a lui che a certi livelli non è possibile barare così a lungo. Si è detto di tutto e di più in merito alle inesistenti sceneggiature dei suoi film: addirittura Sarah Green, figura importante e che ha voce in capitolo relativamente a questa parentesi in quanto produttrice, raccontò che per trovare i finanziamenti di quello che fu poi The Tree of Life dovettero fare affidamento su una pagina in cui veniva descritto per sommi capi di cosa parlava il film. Certo, non dovette essere difficile allora racimolare qualunque somma fosse, vuoi perché di uno dei registi più grandi di sempre si stava parlando, vuoi perché un certo Brad Pitt era salito anzitempo sul carro. Tuttavia il colpo di genio vero e proprio era ancora di lì a venire.

Immediatamente dopo il successo a Cannes, si viene a sapere che Malick è indaffarato come mai nel corso della sua complessa carriera: due film e un documentario, quest’ultimo composto grazie anche gli “scarti” dell’opera Palma d’Oro, che a sua volta ha richiesto un non breve tempo d’incubazione, tra concepimento, riprese e montaggio. No, adesso si fa qualcosa di diverso, chiamando a raccolta nomi affermati e/o in via di affermazione: Portman, Bale, Fassbender, Blanchett, Gosling, Mara e via discorrendo. Nessuno sa niente, solo che a un certa ora di un certo giorno dovrà trovarsi in un posto e girare qualche scena. Celebre l’articolo-intervista pubblicato su Businessinsider, in cui Jim Dangle racconta la propria esperienza sul set di Knight of Cups, in particolare la scena della festa in piscina presso una lussuosa villa. Lo trovate qui: si parla di di GoPro distribuite a caso e gente che semplicemente aveva il compito di divertirsi.

Trattasi di una buona lettura per farsi un’idea circa il modus operandi di Malick, ma pure qualcosa di più: qualora non fosse abbastanza chiaro dai film stessi, infatti, abbiamo la conferma circa il fatto che tali film praticamente non esistessero prima di entrare in sala di montaggio. A tal proposito i più tecnici e avvezzi a certo genere di cose troveranno illuminante questa lunga discussione con il colourist proprio di Knight of Cups, Bryan McMahan, che approfondisce ulteriormente l’argomento, pure lui confermando la complessità del processo di lavorazione di un film di Malick, che sembra “confusionario”, “anarchico” persino, se non altro perché inedito, basato su logiche che però ci sono eccome, solo che esulano da ciò a cui praticamente tutti i professionisti del settore sono abituati a fare.

Informazioni che hanno una loro sicura rilevanza e che, contrariamente a quanto svariati critici hanno distrattamente sostenuto nel corso degli anni, ci restituiscono un autore che ha sempre saputo molto bene cosa stesse facendo, consapevolezza che riguarda, attenzione, il processo nelle sue svariate fasi, non tanto il risultato, come detto sempre in bilico fino a che non ci si fosse trovati davanti all’ingente mole di girato per tirarne fuori il prodotto finale. Sul girato, non per nulla, sta o cade la corretta percezione dell’intera faccenda e che può venire condensata in questa sommaria domanda: perché Malick ha girato i suoi film uno dietro l’altro, senza aspettare di completarne uno per poi passare al successivo?

La risposta sta, almeno in parte, sebbene una parte consistente, nel feedback di critica e pubblico: Malick sapeva o per lo meno poteva agevolmente intuire che questi suoi film avrebbero contrariato una grossa fetta di entrambe le categorie, il che significava automaticamente alienarsi la fiducia di potenziali produttori e finanziatori, che da un simile riscontro avrebbero tratto conclusioni lapidarie. No, meglio cavalcare la nomea, raccogliere quanto più materiale possibile, metterlo da parte e tornarci sopra a tempo debito. Non saprei dire quanto siano durate le riprese di ciascun film, ammesso che sia davvero possibile quantificarlo in modo esatto, ma la foga con cui ha collezionato ore ed ore di girato c’induce a credere che il taglio documentaristico attraverso cui filmava le sue evanescenti scene fosse l’approdo ragionato di un percorso ben meno casuale rispetto a quanto piace credere.

Macchina quasi sempre a mano, più che al documentario l’attenzione di Malick si è sempre rivolta ad un non meglio precisato naturalismo, che automaticamente porta in dote quella spontaneità che si chiedeva ai suoi attori: arma a doppio taglio, certo, ma è un rischio che andava preso poiché tale impronta nel cinema di Malick di inizio anni ’10 del 2000 è strutturale. Nelle prossime due parti entreremo nel merito dei singoli film, trattandone i leitmotiv, diversi eppure coincidenti, attraverso quel filo rosso che, come già sostenuto, tutti li lega. Sperando così non dico di vincere certa ritrosia all’opera fondamentale dell’ultimo Malick, ma quantomeno di dissipare certi dubbi e cattive credenze che sono sorte in capo ad un filone ininterrotto, se non dai titoli dei rispettivi film.

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