Cannes 2017: Le redoutable – recensione del film di Michel Hazanavicius

Festival di Cannes 2017: con Le redoutable Hazanavicius fa a Godard e quindi a parte della Nouvelle Vague quello che fece al cinema muto con The Artist. Con un approccio più sensato ma meno articolato di quanto vorrebbe dare a vedere

Lui è il regista del momento, quello che ha contribuito ad un nuovo linguaggio nel cinema come pochi altri; lei è la donna che ama, invaghita di quest’uomo la cui statura è percepita forse pure al di là dei propri reali meriti, come succede tutte le volte che si guarda all’altro con occhi diversi. Lui è un intellettuale francese di quei tumultuosi anni sul finire dei ’60, quando sembrava che il mondo stesse per cambiare irrimediabilmente; lei, nipote dello scrittore francese forse più odiato del secolo scorso, Francois Mauriac, quanto di più distante da un personaggio come l’uomo che la giovane si accinge a sposare. Lui è Jean-Luc Godard (Louis Garrel); lei è Anne Wiazemsky (Stacy Martin). E Le redoutable è la storia raccontata da quest’ultima nel libro Un anno cruciale, coinciso peraltro almeno in parte col ’68.

Michel Hazanavicius coglie quello che probabilmente è l’unico modo per raccontare un personaggio come il cineasta francese, faro della Nouvelle Vague, ossia lavorando sul linguaggio, le sue declinazioni tanto in ottica cinematografica che semantica. Non vorremmo elevare più del dovuto però quella che a conti fatti è una commedia dissacrante ma al tempo stesso un’operazione meno articolata di quanto vorrebbe far credere. Sia chiaro, non viene meno l’ilarità di certi passaggi, del carattere prettamente giocoso che Hazanavicius applica ad un personaggio effettivamente difficile da raccontare; da un lato per la ritrosia di chi in un tentativo di questo tipo tende a vederci una non meglio precisata lesa maestà, dall’altro perché non essere al corrente di talune dinamiche, del personaggio stesso, preclude parecchio.

C’è un momento in cui il regista di The Artist denuda completamente i suoi due protagonisti, mettendo in bocca a Garrel quanto Godard pensava della nudità davanti alla macchina da presa, verso la quale era contrario. Oppure quando, sempre il personaggio di Godard, se ne esce dicendo di non essere Godard bensì un semplice attore che lo interpreta, e nemmeno tanto bravo. Qualche inquadratura presa paro paro da La cinese, all’epoca sbertucciato nella venerata Cina maoista, ed il gioco è fatto. In sostanza Le redoutable è Hazanavicius che fa il verso alla Nouvelle Vague come The Artist lo faceva al cinema muto, un film che insomma certi critici ameranno odiare, anche se non tutti per mero partito preso.

Solo che, come evidenziato poco sopra, stavolta un approccio diverso avrebbe reso il tutto una piatta riproposizione, mentre a queste condizioni almeno si ride o quantomeno si sorride, senza peraltro mai eccedere nella farsa o nella parodia, al netto della pronunciata zeppola di Garrel ed il solito dipinto sfasato degli italiani, che ballano e cantano Azzurro come se in quegli anni non potessero fare altro per tutto il giorno. Ci sono cose però che divertono, trovate come quelle che abbiamo illustrato sopra che effettivamente funzionano. E poi, aspetto non meno significativo, ne viene fuori un ritratto impietoso del regista di Fino all’ultimo respiro, vittima, da un certo punto in avanti, di sé stesso e del proprio successo, del proprio status acquisito.

Emerge, tra una deriva surreale e l’altra, la complessità di questa figura così imponente, quasi ingombrante, con cui non dev’essere stato affatto facile avere a che fare. Specie quando si è la moglie, ed infatti Le redoutable finisce non solo con lo smitizzare ma soprattutto col ribaltare la figura di Godard, che la Wiazemsky non esitò difatti a definire «ultra-borghese ed arrogante». Un po’ come Bertolucci, che dopo l’ennesima sparata del nostro, gli rinfaccia di non aver capito nulla dei proletari, anzi di non avere la più pallida idea di cosa sia il proletariato. Certo, a stupire dovrebbe semmai essere lo stupore dinanzi ad un’incoerenza di questo tipo, come se fosse qualcosa di atipico, quasi strano. Nondimeno è di Godard che si parla, e a chi ha percezione del peso che ha avuto e per certi versi ha tuttora questo cineasta non sfugge quanto l’intera operazione sia delicata.

Viene da immaginarseli certi intellò della prima ora oggi divisi in due gruppi: da un lato gli irriducibili, i parrucconi che invocano la bestemmia e dunque la scomunica ad un Hazanavicius che comunque è già considerato un eretico, mentre è solo un regista più modesto di quanto qualche tempo fa venne da pensare; dall’altro quelli che col tempo si sono addolciti, magari ripensandoci addirittura, e che ora davanti ad un giochino del genere una risata quasi catartica riescono finanche a farsela, un po’ per esorcizzare gli anni che passano, un po’ per sublimare la nostalgia di certi ricordi. E qualora non fosse questo il motivo per cui Le redoutable esiste, beh, allora non sapremmo davvero dire quale altro potrebbe essere.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”6-” layout=”left”]

Le redoutable (Francia, 2017) di Michel Hazanavicius. Con Stacy Martin, Bérénice Bejo, Louis Garrel, Grégory Gadebois, Micha Lescot, Louise Legendre, Jean-Pierre Mocky, Tanya Lopert, Lola Ingrid Le Roch ed Eric Marcel. Concorso.

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