Cannes 2017: Hikari (Radiance) – recensione del film di Naomi Kawase

Festival di Cannes 2017: habitué di Cannes, Naomi Kawase porta al Festival Hikari, dramma sentimentale tra parola e immagine non all’altezza della premessa

Misako (Ayame Misaki) si occupa di scrivere testi audio per raccontare film ai non vedenti. L’intuizione di Naomi Kawase, pupilla di Cannes, è oltremodo accattivante ed informa pesantemente il leitmotiv di Hikari. La regista nipponica è rinomata per non girare troppo attorno al tipo di sentimentalismo che intende di volta in volta evocare, cercando di sfruttarne ogni singola goccia. In quest’ultimo lavoro i presupposti ci sono eccome per affrontare un discorso che investa tanto la sfera intellettuale quanto quella emotiva, come si ha modo di capire già dalla laconica descrizione del lavoro della protagonista.

Interessante quanto infatti emerge in merito al dibattito tra parola e immagine, antico ma mai del tutto risolto, su cui effettivamente quest’ultimo film della Kawase qualcosa avrebbe pure da dirla: quando all’inizio Nakamori (Masatoshi Nagase), uno stimato fotografo che ha gradualmente perso la vista, viene interpellato per in buona sostanza recensire il lavoro di Misako, avviene qualcosa d’insolito, come ci fa capire la donna che si occupare di gestire gli incontri con i non vedenti a cui sono indirizzati i testi: indicazioni precise ma dure, quasi dei mezzi rimproveri, che urtano la sensibilità di Misako più che altro a livello umano, dato che viene fatto intendere di non essere in grado di capire l’essenziale.

Ha così inizio, da questo spunto, da questa contrarietà, il percorso attraverso il quale i due si avvicinano, imparando a conoscersi e pure qualcosa di più. Solo che qui la Kawase ha una mano pesante, indulgendo tanto nella voce fuori campo quanto nella colonna sonora, di cui a conti fatti abusa. In altre parole intende guidarci, ché volendo è un po’ la critica che Nakamori muove a Misako: la regista è perciò vittima di quel medesimo meccanismo che in fondo denuncia, per cui tanto la vista quanto la parola, malgrado la loro importanza, non siano sufficienti a farci capire tutto. Anzi, a volte non ci consentono di capire affatto.

Un tipo di cinema che fa molto leva sulla simpatia del pubblico, blandito in tutti i modi possibili affinché risponda, non potendo proprio farne a meno. Anche a livello visivo ci sono scelte che lasciano perplessi, per quanto non siano insensate, come l’alternanza tra le inquadrature strette che predominano per l’intero film e qualche panoramica a mo’ d’inserto. Un tenore molto orientale, al quale quasi non si vorrebbe restare indifferenti, se solo però venisse lasciato spazio allo spettatore per elaborare, senza le puntuali, a tratti estenuanti ingerenze della regista, che non di rado s’improvvisa a direttore d’orchestra delle emozioni. Espressione un po’ goffa, concesso, ma è questo il modo più pratico che ci viene in mente per descrivere il suo operato.

Tanto che si rischia di commettere l’errore di scambiare certa fumosità con la poesia, laddove di questa non ce n’è praticamente traccia. Ed il problema, lo si ripete, non sta tanto nell’incipit, che invece dà adito a tanti di quei ragionamenti e spunti che ad altre condizioni funzionerebbero benissimo pure a livello emotivo; la conduzione è carente, l’ipersentimentalismo che è tratto peculiare della Kawase, qui però più che nei suoi film più recenti. Si tende ad avere rispetto per quello che sembra essere un periodo delicato per la stessa regista, di cui Misako potrebbe essere l’alter-ego: quest’ultima infatti fatica a cogliere certe sfumature ma soprattutto specificità che le consentano di descrivere e raccontare nel modo più appropriato.

Un impasse che la Kawase, se così fosse, mette a nudo con un certo coraggio, producendosi con Hikari in un’implicita attestazione di smarrimento che lei per prima riconosce. In maniera beffarda quest’ultimo lavoro della regista di Still the Water incarna perciò anche tale incertezza, per cui si tende senz’altro a riconoscerle, oltre che il già menzionato coraggio, pure una certa intelligenza. Tuttavia i problemi restano e sono troppo esposti per non accorgersene. La risposta a tali incertezze, pare dirci la Kawase, è l’amore, nell’accezione più ampia possibile; ma per prenderla in considerazione, questa risposta va resa quantomeno plausibile.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”5″ layout=”left”]

Hikari (Francia/Giappone, 2017) di Naomi Kawase. Con Masatoshi Nagase, Noémie Nakai, Tatsuya Fuji, Ayame Misaki, Chihiro Ohtsuka, Kazuko Shirakawa, Nobumitsu Ônishi e Mantarô Koichi. Concorso.

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