Venezia 2017, Downsizing: recensione in anteprima del film di Alexander Payne

Festival di Venezia 2017: Payne fa cilecca malgrado una premessa al di sopra della media

C’è questa formidabile prima parte in Downsizing, che per circa un’ora o poco meno ti pone davanti ad un’idea meravigliosa, srotolandotela con una perizia notevole. Paul Safranek (Matt Damon) è stanco della sua vita fatta di rinunce e costrizioni; si dia il caso che il mondo, grazie ad un scienziato norvegese, abbia trovato il modo di rimpicciolire le persone di un ottavo rispetto alle dimensioni naturali. Questi omini vivono in delle specie di riserve che poi sono delle vere e proprie città in miniatura; e viene passato in rassegna un ventaglio di stupidità contemporanea non da poco, sebbene, va detto, Payne punti ad esasperare certe tendenze. Alla presentazione in mondovisione della scoperta, uno di questi scienziati tira fuori una busta dell’immondizia di quelle che mediamente riempiono tre persone in due giorni ed esclama fiero: «qui dentro c’è quello che hanno consumato in quattro anni tutti questi», indicando una ventina di cavie che si sono fatte rimpicciolire.

Ma a far cedere Paul è qualcos’altro, ossia il fatto che, consumando meno, i risparmi di una vita valgono cento volte tanto (o qualcosa del genere). Non solo. Optando per questo processo, che è irreversibile, è possibile accedere a beni che per essere prodotti hanno richiesto esponenzialmente meno materia prima, perciò i costi sono davvero risibili. Fin qui Payne indovina tutto o quasi: l’uomo di oggi anzitutto quale consumatore, che di conseguenza arriva a concepire scelte così terribili in base a logiche di questo tipo, approntando una comicità caustica e al tempo stesso inquietante. In questa prima parte quasi si soffre, e si sorride, per come si fa strada e prende piede questa nuova moda. Da lì t’aspetti che l’intensità sia in salire, che certe invettive lanciate di lì a poco deflagreranno in trovate assurde ma non meno incisive. Ed invece.

Invece nulla di tutto questo. Payne, ahimè, manca di coraggio; il coraggio di andare sino in fondo all’eccezionale premessa, quasi in toto disattesa entro alla fine di tutto. Qualcuno giustamente dirà che Payne non è un regista con un occhio particolare, il che è vero, nel senso che visivamente non è certo un funambolo; tuttavia nemmeno si fa leva a questo livello qui sulle differenze di dimensione, che davano adito a misure interessanti. Di tutta prima pensi che la ragione sia anche un’altra: grandi e piccoli vivono in due mondi separati, condividendo spazi e luoghi che sono preclusi all’altra categoria. Ma quando, ad un certo punto, finisci quasi col dimenticarti che hai a che fare con persone che si sono fatte rimpicciolire, visto che per lo più seguiamo loro, tocca dover ammettere che qualcosa che non va potrebbe esserci eccome.

Downsizing perde consistenza in questa mancata quadratura del cerchio, che va a parare altrove, un “altrove” in tutta onestà ben meno interessante rispetto alle promesse, per niente mantenute. C’è addirittura il sospetto che Payne, tutt’altro che uno sprovveduto, sapesse tutto a priori, dato che il calo si avverte con l’ingresso in scena dei due migliori personaggi, una sorta d’irresistibile contrabbandiere serbo interpretato da Christoph Waltz ed un’attivista vietnamita che parla inglese come fosse una macchinetta. Sia chiaro, fra le due cose non vi è affatto alcuno stretto nesso causale, nel senso che il film non cede perché loro si prendono la scena; ma è come se chi ha scritto Downsizing avesse scelto appositamente di gettarli nella mischia proprio in concomitanza con il cambio di pelle del film, tentando di far passare in sordina tale mutazione.

Il titolo diventa perciò triste metafora del film stesso, le cui ambizioni vengono deliberatamente rimpicciolite per l’appunto, non concedendo alcuna chance a Downsizing come intero rispetto a quella invitante prima parte. Ed è peggio che se tale introduzione non vi fosse stata, perché almeno non avremmo avuto un termine di paragone, finendo addirittura col dover rilevare una sorta di tradimento interno che è se vogliamo più “grave” rispetto ad un contesto in cui c’è poco da prendere. Stai lì ad aspettarti svolte grandiose, lotte, sottotesti politici, o comunque temi alti, seppure trattati con quella strana leggerezza che però funziona molto bene all’inizio. Ed invece no, di nuovo: nel senso, sì, c’è l’attualità, il sottotesto ideologico che viene anche simpaticamente (e finalmente) sbeffeggiato, ma è un finto politicamente scorretto se poi tiri indietro la mano ben prima dell’affondo. Spiace, ma a queste condizioni non ci si può stare proprio.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”5″ layout=”left”]
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[rating title=”Voto di Gabriele” value=”3″ layout=”left”]

Downsizing (USA, 2017) di Alexander Payne. Con Kristen Wiig, Matt Damon, Jason Sudeikis, Christoph Waltz, Neil Patrick Harris, Margo Martindale, Don Lake, Maribeth Monroe, Joaquim de Almeida, Udo Kier, Donna Lynne Champlin, Laura Dern e Niecy Nash. In concorso.

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