Torino 2017, A Fabrica de Nada: recensione in anteprima

Dal Portogallo un’altra opera magmatica, arrabiata il giusto, che osa un linguaggio sempre meno convenzionale per accostarsi ai problemi dell’oggi. A Fabrica de Nada di Pedro Pinho sulla scia di Miguel Gomes

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Di notte i lavoratori di una fabbrica portoghese accorrono sul posto di lavoro perché alcuni camion stanno prelevando dei macchinari: non si sa perché, né tantomeno coloro ai quali è stato affidato l’ingrato compito intendono sbilanciarsi: «non so nulla, faccio solo il mio lavoro». Il giorno dopo la proprietaria dell’azienda si reca in loco per tranquillizzare tutti, senonché gli operai hanno compreso la situazione e, malgrado l’incertezza iniziale, decidono di agire. A Fabrica de Nada è il resoconto indisciplinato di tale azione, tra chiacchiere, discorsi e sostanzialmente la vita.

A ben vedere non vi è un cinema più arrabbiato di quello portoghese negli ultimi anni: lì, stando ai film che vanno girando per i Festival, la crisi ha colpito duro, non solo le tasche ma soprattutto lo spirito di un popolo che si sente piegato e che come nessun altro avverte un senso così profondo d’ingiustizia e dunque frustrazione a fronte dell’impossibilità di ribaltare un copione che sembra oramai scritto. Perciò da nessun’altra parte si assiste a questo tipo di risposta, che mescola il dramma, quasi la tragedia di tanti che non riescono più a lavorare, ad una sorta di composta, quasi sarcastica rassegnazione.

Due opposti la cui miscela sembra fatta per il cinema, non ce ne vogliano gli abitanti del Portogallo. Ma soprattutto emerge questo desiderio di non limitarsi alla situazione contingente, approntando critiche di natura politica, filosofica, oppure proponendo un cinema di denuncia duro e puro. Nossignore. Ad Ovest d’Europa ci si sta distinguendo, semmai, per un certo pragmatismo quantomeno in relazione alla gestione del discorso, il quale viene affrontato, per l’appunto, senza troppi fronzoli. Uno legge della rivolta di un gruppo di operai in una fabbrica e subito pensa a quel cinema militante che francamente ha fatto il proprio tempo, ed infatti, al contrario, il tenore è tutt’altro.

Lo abbiamo visto nel folle e selvaggio Arabian Nights, opera monstre in tre parti di Miguel Gomes, uno dei progetti più ambiziosi e più significativi degli ultimi anni: i generi fanno fatica a contenere la verve di questi cineasti portoghesi che vogliono sì raccontare la realtà, senza però farsi ingabbiare dalle sue quasi sempre strette maglie. Perciò anche ne A Fabrica de Nada troviamo svariate cose: dal dramma alla commedia, passando per il documentario, su su fino addirittura al musical. Eppure l’esordio di Pedro Pinho non può essere contemplato entro alcuna di queste diciture, ma proprio perché si tratterebbe di un’erronea lettura.

Il rovescio della medaglia sta in un andamento elegiaco che dà l’impressione di un film apparentemente scollato, che alterna picchi come l’estemporanea coreografia in fabbrica dopo aver ricevuto un misterioso ordine dall’Argentina (il primo dopo che la proprietà ha fatto perdere le proprie tracce), a momenti ben più pacati, in cui la macchina da presa quasi si limita a registrare certe conversazioni. Entrando ed uscendo dal film, con inserti arbitrari in cui il regista dà indicazioni agli attori, li intervista, oppure semplicemente li segue mentre fanno le loro cose. C’è una presa di coscienza circa l’impossibilità di trattare fenomeni tutto sommato nuovi, non inediti, con strumenti e codici ai quali si è fatto ricorso fino ad ora.

Ed infatti Pinho, così come altri suoi connazionali (oltre al già citato Gomes viene da pensare a Costa e Rodrigues, per menzionare i più noti, accantonando maestri venuti meno non da molto come de Oliveira e Rocha), vanno inoltrandosi verso territori meno bazzicati, scommettendo su un linguaggio anch’esso nuovo sebbene non necessariamente inedito. E vale la pena seguirli, anzi tocca seguirli, perché nell’imperfezione di queste opere, che sono tali non come qualunque altra opera umana bensì proprio perché nient’affatto esenti da difetti, giace al tempo stesso la loro forza, anch’essa innegabile.

Più che una lingua forse un dialetto, per insistere su questo parallelo, meno familiare ma non per questo incomprensibile. Ed infatti anche Pinho si fa capire, senz’altro mettendo alla prova, non soltanto alla luce delle tre ore che ci vogliono per arrivare ai titoli di coda, ma perché riesce a filtrare il malessere che in fondo muove ogni cosa dentro a quello schermo, e che è rabbioso ma non violento, toccante ma non sdolcinato, privo di speranza ma non nichilistico. Qui si sta correndo il rischio di assistere a una nuova onda, non per niente certi palesi rimandi alla Nouvelle Vague, unico esempio di cinema “nazionale” con delle caratteristiche comuni forti.

Come in parte accennato, poi, troppo facile cassare A Fabrica de Nada come un film «di sinistra», e l’obiezione a tale accusa è contenuta nel film stesso: esplicitamente, quando all’ospite straniero che sta aiutando gli operai in questa fase di transizione viene chiesto da che parte sta e lui risponde né a sinistra né a destra; ma soprattutto sul finale, quando sempre lo straniero ed uno degli operai discutono su cose semplici e tutto sommato universali come le ragioni per cui vale la pena campare, vivere in questo mondo, e ciò che viene fuori è talmente avulso da qualsivoglia rarefazione da sembrare banale, mentre invece in quello scambio di battute c’è la tipica profondità di ciò che basta a sé stesso, che si spiega per quello che è.

Certo, le ripercussioni non possono che essere avvertite anche su quel fronte, ma en passant, in aggiunta ad un discorso che verte su tutt’altro, come quando si nota la complicità di una sinistra europea che è rimasta a guardare mentre non semplicemente i famigerati diritti dei lavoratori bensì il Lavoro tout court veniva smembrato dai tecnici. L’autogestione di cui al film rappresenta se vogliamo un invito alla speranza, senza scadere nell’ingenuità becera, ed infatti conosciamo il principio di questa vicenda senza però nulla sapere di cosa avverrà un istante dopo, quando la buona volontà si scontrerà con la realtà.

Come detto, non si crede più alle favole: lo spirito di questa parte di Portogallo è fiaccato, ma non del tutto domo, perciò si resiste senza alcuna fatica alla retorica delle magnifiche sorti e progressive, in questo ergendosi a portavoce di un sentimento che non è solo portoghese bensì europeo, come l’evidente malcontento di svariate elezioni, fin qui superficialmente sovrapposto alla cosiddetta «ascesa delle nuove destre», da un anno a questa parte intendono significare. Ma sebbene lo stupido continui a guardare il dito, là fuori ci sono registi che ‘sta benedetta luna si ostinano ad indicarla, senza troppe pretese, non a caso sottraendosi all’agone, pur consapevoli che da quelle parti bisogna comunque passare. Cinema popolare nell’accezione più nobile del termine, perché non si riconosce in slogan né colori insomma, andando dritto al cuore del problema, che in fin dei conti sta sempre in come ci si rapporta al reale.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”8″ layout=”left”]

A Fabrica de Nada (Portogallo, 2017) di Pedro Pinho. Con Carla Galvão, Dinis Gomes, Américo Silva e José Smith Vargas.

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