Star Wars: Gli ultimi Jedi - recensione in anteprima

Episodio VIII pone un sigillo a conferma di una forse tardiva presa di coscienza: dalle ceneri della prima, insuperabile Trilogia, non potrà mai sorgere qualcosa di altrettanto duraturo. Forte di tale consapevolezza, Rian Johnson sorride e sfascia tutto o quasi, paradossalmente però senza distruggere. Anzi, è proprio il contrario

C’è un momento in cui Kylo Ren rivela esplicitamente la portata di Episodio VIII, e non è un caso che tocchi a lui farlo. Non preoccupatevi, nessuno spoiler. Solo che è lì, attraverso le sue parole, che Gli ultimi Jedi si manifesta per ciò che è, al di là della trama ed i suoi sviluppi: è tempo di lasciarsi tutto alle spalle, vecchio e nuovo. Il fatto è che poi l’intero film tende a dare ragione di questa uscita, che non è perciò mera battuta ad effetto bensì regola aurea su cui Rian Johnson ha inteso edificare la sua versione di Star Wars giunti al punto in cui siamo.

Ciascuno dei protagonisti è lì dove l’avevamo lasciato: su tutti Rey, che si accinge a dare ragione a Luke circa il perché si trovi lì, su quell’isola sacra, a disturbare il suo eremitaggio. E già dalle prime sequenze si percepisce nettamente il cambio di rotta, anzi, se vogliamo, è di rottura che si tratta: un tono meno serioso, quasi scanzonato, eppure mai di troppo. Certo, proprio nella prima parte si assiste ad una scena che per qualche istante ci trasporta nel regno di Balle spaziali, il che genera una strana sensazione, di tutta prima difficile da decifrare. E ci si chiede: «ma sta succedendo veramente»?

I ribelli sono in ritirata: pochi, per lo più sfiduciati, Poe Dameron (Oscar Isaac) che prova a punzecchiare il Primo Ordine con la classica vittoria di Pirro. All’incrociatore ribelle tuttavia non resta che prendere la via dell’iperspazio e fuggire, per riorganizzarsi, per sottrarsi alla soverchiante potenza del nemico. Senonché, udite udite, persino nell’iperspazio si può essere tracciati, ed allora non rimane scampo. Giusto qualche coordinata, insomma, per inquadrate i prodromi di questa nuova avventura, ma proprio l’incipit, dato che quanto appena descritto dà inizio alle danze, la necessità di sabotare ciò che consente al Primo Ordine di tracciare la Ribellione.

È un inizio un po’ in sordina, va detto. Rian Johnson ci mette un po’ a far carburare questa sua fuoriserie, diciamo quasi metà film: fase apertamente interlocutoria, forse necessaria proprio in funzione di questa cesoia a cui il regista ricorre per tagliare più di un ponte. L’abbiamo accennato all’inizio: se J. J. Abrams struttura Il risveglio della Forza nell’ottica della continuità, chi ha scritto Gli ultimi Jedi si pone in termini di rottura, anche rispetto all’immediato predecessore. Un rischio enorme, che per il solo coraggio però si tende a guardarlo con curiosa ammirazione; prudenti, ma comunque ammirati.

Ripeto, non sempre è facile venire a patti con quelle scene in cui la leggerezza si fa meno sottile, come se Episodio VIII si concedesse delle estemporanee pause da sé stesso, perciò da quello che sta raccontando, quasi a mo’ di strattone, giusto per attirare la nostra attenzione qualora ci fossimo per un attimo distratti. La qual cosa è possibile nel corso della summenzionata prima parte, mentre da un certo punto in avanti diventa un’escalation di situazioni tali per cui è davvero difficile ipotizzare questi cali. Al contrario, quanto seminato su per giù nella prima ora trova compimento nella seconda metà, quando i vari tasselli cominciano ad occupare il loro posto, e già questo è sufficiente.

Va infatti riconosciuto il merito a Johnson di aver dato vita ad un capitolo piuttosto trasversale, più di quello di Abrams, senza rinunciare (letteralmente) a strizzare l’occhio ai fan. Ci sono infatti frangenti da fan service puro, forse esagerati, ma che eppure si tende a tollerare poiché in generale emerge un discreto controllo. Perciò, anche quando si assiste a scene simili, Johnson non strafà, esercitando la sua capacità di bilanciare certi exploit con altri passaggi che nell’insieme funzionano. Era un compito dal coefficiente di difficoltà molto alto, per certi versi pure più alto rispetto a quello al quale ha dovuto fare fronte Abrams: quest’ultimo poteva infatti contare sull’effetto novità assoluta, Star Wars che ritorna dopo anni, il che già di per sé è un evento e aiuta. Johnson, al contrario, deve confrontarsi già con due capitoli in due anni alle spalle, due modi di vedere questa saga, che è poi la filosofia che ha adottato la Disney e che con ogni probabilità si protrarrà per un bel po’.

Alla luce di tutto ciò, ed in considerazione del fatto che con Gli ultimi Jedi ci si prende pure non pochi rischi, s’ha da essere soddisfatti. Inutile accostarsi a questa nuova iterazione pretendendo l’opera spartiacque, quella che resterà a futura memoria: Star Wars, oramai si è capito, da qui in avanti procederà sempre per piccoli passi, attento ad evitare le buche ma sopratutto con un occhio a ciò che più sta a cuore all’ambiente entro il quale si sta sviluppando, ossia raccontare storie in maniera accattivante.

È emblematico quanto proprio lo stesso Johnson ebbe a dire, tra il serio e il faceto, in merito alla denigrata Nuova Trilogia: «i prequel rappresentano un film per ragazzini di sette ore riguardo a come la paura della perdita fa diventare delle brave persone dei fascisti». Un approccio che non può che informare anche i presupposti di questo suo lavoro, il quale, pur dirigendosi altrove, segue il medesimo filo logico. Gli ultimi Jedi contempla in sé quella scintilla quasi magica, sicuramente mistica, attingendo senza remore all’afflato mitico di cui è intrisa la saga: i Jedi sono quelli che ne sanno più di tutti, mentre gli altri sbagliano, proprio perché non si lasciano attraversare dalla Forza. La sceneggiatura fa parecchia leva su tale componente, in pratica sabotando sistematicamente tutti i piani di coloro che non hanno totalmente abbracciato il Lato Chiaro, siano essi «buoni» o «cattivi»: alla fine c’è sempre “qualcosa” che li sovrasta, guidando i loro passi loro malgrado.

Poi però c’è pure l’aspetto pratico, quasi meta, uno di quei momenti insomma in cui Johnson ci fa per un attimo uscire dall’azione offrendoci una panoramica dall’alto, punto d’osservazione privilegiato per capire certe dinamiche: «alla fine va sempre allo stesso modo: una volta vincono loro, un’altra vincete voi». Lo dice uno dei nuovi innesti di questo episodio, circa la cui identità è quindi preferibile tacere. Tuttavia sì, Johnson sa che da questa alternanza non si scappa, ma ammetterlo dà tutt’un altro spessore alla cosa, anche perché di fatto è quello che sta accadendo anche in questa terza Trilogia, che non può in alcun modo sottrarsi al Mito interno, quello che a conti fatti le dà un senso.

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Si spiega così il déjà vu. Johnson ci fa entrare nella sala dei bottoni, la sua, mostrandoci di volta in volta pulsanti che forse premerà oppure no, tipo quando si vede uno Starfighter sott’acqua ed allora non puoi fare a meno di rievocare quella scena de L’impero colpisce ancora, durante l’addestramento di Luke su Dagobah. Però ecco, le concessioni, che ci sono per carità, sono di altra natura, non così programmatiche. L’idea è che ok, si è grati a un certo retaggio, solo che è oramai è tempo di andare avanti, di passare allo step successivo, dove certe cose sono oramai date per scontate e non c’è bisogno di tornarci ogni due per tre sennò c’è chi contesta una non meglio precisata lesa maestà.

In questo il processo di Johnson è analogo a quello che ha dato vita agli Episodi I, II e III: anche lui, con Lucas, condivide l’idea che il passato, per meraviglioso che sia, non può né deve tornare. E per passato s’intende quegli stessi, vituperati episodi a cavallo tra fine anni ’90 e primi del 2000, chiaro. Una logica implacabile, condivisibile, in nessun caso invasiva, perché l’importante resta raccontare una storia, appunto, qualcosa che sia più universale possibile, il che comporta dei compromessi, qualche rinuncia, dei dialoghi che in alcuni casi lasciano il tempo che trovano, dei personaggi con un numero prestabilito di sfumature, non tantissime etc. Da Star Wars si richiede oggi la stessa cosa che si richiedeva quasi quarant’anni fa, solo che allora non lo si sapeva, ossia un’epopea alla quale una o più generazioni potranno riferirsi in futuro.

Pressoché impossibile al momento stabilire se Gli ultimi Jedi sia o meno all'altezza di una così alta missione. Ad ogni modo, la via intrapresa, anche alla luce di spin-off tutt’altro che isolati come Rogue One, sembra quella antologica. E questo nonostante i tre nuovi episodi, che culmineranno col IX, costituiscano per l’appunto una Trilogia, che è un’altra cosa. Già qui però scorgiamo quella direzione che conduce verso un cambiamento radicale, ma proprio rispetto alle premesse, come ravvisammo con più facilità quando ci soffermammo sul film di Gareth Edwards. C’è Luke, c’è Leia, ci sono le spade laser, eppure è tutto così diverso. Diverso ma familiare per chi riesce a cogliere. Per tutti gli altri resta comunque quell’unicum rappresentato da un film che nell’anno del Signore 2017 può a tutte le latitudini e longitudini essere preso sul serio pur avendo al proprio centro la lotta per eccellenza: quella tra il Bene e il Male. In mezzo Kylo Ren, ossia noi. Solo il tempo ci dirà davvero se dalle ceneri della prima, insuperabile Trilogia nascerà qualcosa di altrettanto duraturo; sebbene la risposta che ci viene suggerita è che no, date le condizioni attuali, non conviene sperarci. Di conseguenza, preso atto di tutto ciò, resta un solo quesito: è davvero un male puntare ad altro? In fondo sta tutto nella risposta che intendiamo dare a questa domanda.

Voto di Antonio 7

Star Wars: Gli ultimi Jedi (Star Wars: The Last Jedi, USA, 2017) di Rian Johnson. Con Mark Hamill, Carrie Fisher, Adam Driver, Daisy Ridley, John Boyega, Oscar Isaac, Andy Serkis, Lupita Nyong'o, Domhnall Gleeson, Anthony Daniels, Gwendoline Christie, Kelly Marie Tran, Laura Dern, Benicio Del Toro, Peter Mayhew, Jimmy Vee, Tom Hardy e Billie Lourd. Nelle nostre sale da mercoledì 13 dicembre 2017.

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