Nella tana dei lupi: recensione in anteprima

Un'ingegnosa rapina alla Federal Reserve di Los Angeles fa da sfondo ad un heist movie moderno non troppo ambizioso ancorché robusto. Nella tana dei lupi va perciò già annoverato tra i nuovi classici del genere, quelli che facilmente passano spesso e volentieri sotto ogni radar

Heist movie moderno, Nella tana dei lupi, non abbiamo remore ad ammetterlo, non è certo uno di quei film a cui si tende a dare molto credito a priori. Ok tutti quei bei ed anche giusti discorsi sul non avere pregiudizi, epperò il male, più che nei pregiudizi in sé, sta nell’incapacità di sapercisi relazionare, mettendoli da parte laddove necessario, non sempre e comunque. Debutto per il non certo giovanissimo regista Christian Gudegast, uno che di gavetta ne ha fatta da quando ad inizio anni ’90 cominciò a dirigere video per canzoni rap; poi due sceneggiature, ossia Il risolutore (2002) ed il ben più recente Attacco al potere 2 (2016). Non il massimo della vita per noi spettatori, insomma, quantunque si tratti di un profilo che ha bazzicato certa Hollywood.

Qui poi il protagonista è quel Gerard Butler la cui carriera ha oramai da tempo imboccato un sentiero preciso, contrassegnato da produzioni rumorose che puntano ostentatamente e senza vergogna alcuna al botteghino, ben oltre il mainstream più sfrenato. Perciò uno si accosta a questo film e per forza di cose si fa un’idea, salvo poi doverla in qualche modo correggere, rettificare, perché Nella tana dei lupi è sì quella cosa lì, però meglio.

La tradizione entro cui si colloca è quella, a suo modo gloriosa, degli heist movie, in chiave moderna, come già accennato. Il film si apre proprio su questa rapina ai danni di un portavalori da parte di un gruppo evidentemente organizzato, di professionisti, presso una pompa di benzina. Sappiamo cosa ci si aspetterebbe, data la location, ma qui, in questo primo negarsi e negarci il più scontato degli sviluppi (leggasi esplosione pirotecnica cui segue l’inizio del film vero e proprio), Gudegast s’immette su un altro binario e comincia a destare la nostra attenzione. Quei primi minuti, infatti, costituiscono uno statement, come dicono gli anglofoni, più che una ruffiana e smidollata introduzione: in ciò che segue troverete più di quello che v’aspettavate, solo… abbiate un po’ di pazienza.

Sul luogo si reca il detective Nick "Big Nick" O’Brien (Butler), inelegante personaggio a capo di un gruppo speciale della polizia di Los Angeles: questi prima menano e poi, se c’è tempo, fanno domande. Si capisce subito che gli autori della bravata non sono degli improvvisati e ci si mette poco ad individuare di chi si tratta, ossia di un certo Ray Merriman (Pablo Schreiber) e della sua truppa. Gente appunto organizzata, dedita al mestiere, che ha in serbo qualcosa di ben più grande, ossia una rapina all’unica banca d’America che non è mai stata rapinata, la Federal Reserve di LA. Big Nick comincia a seguire questa pista, incappando in un bartender per sbaglio coinvolto da Merriman e soci, che però diventa il tramite grazie al quale O’Brien può arrivare al gruppo di rapinatori.

Nella tana dei lupi si pone un po’ come una sorta di Michael Mann minore per un pubblico più rustico, che vede Heat quale espressione di un cinema per fighetti e non si sente in difetto a ritenere troppo raffinati personaggi come Al Pacino e De Niro, preferendo loro dei più giovani e meno pretenziosi protagonisti il cui confronto a distanza però emerge quasi subito e si trascina fino alla fine. Il capolavoro di Mann ha fatto scuola, e non può essere diversamente: proprio in quel suo saper attingere a quanto di solido aveva da offrire il genere e la sua tradizione, Heat è divenuto pietra angolare per tutti gli action di questo stampo qui, a cui tornare sistematicamente se si vuole dare vita a qualcosa di vagamente credibile.

Scomodare un’opera come questa, sia chiaro, non deve fuorviare. Nella tana dei lupi è di gran lunga meno ambizioso, consapevole com’è della propria natura, sebbene al tempo stesso non lesini d’osare laddove tanti altri esemplari della sua categoria hanno ritenuto o ritengono sia meglio fermarsi molto prima, prima ancora della superficie. L’asse su cui si muove è appunto questo scontro a distanza tra Big Nick e Merriman, i quali, pur incrociandosi in più occasioni, non si sfiorano manco per sbaglio, ed i cui profili non sono in fin dei conti nemmeno così netti come potrebbe di tutta prima sembrare: per dire, non si può mica sostenere in modo così inequivocabile chi dei due sia il buono e chi il cattivo, essendo i confini sorprendentemente più sfumati. Non ci si aspetta insomma che Gudegast ci faccia così il giro largo, e si tende a chiudere un occhio anche quando il tentativo di conferire un minimo di spessore e profondità a questi due personaggi appaia per lo più goffo (si veda la sotto-trama riguardante la famiglia di O’Brien, un mezzo rigurgito di mucciniana memoria al quale Gudegast cede quasi con gusto pur nel suo essere giusto abbozzato). Meglio, molto meglio la stazza imponente del poliziotto al di sopra di regole ed etichette, che ingurgita di tutto e beve come una spugna, rude e strafottente, come cliché vuole.

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A fare la differenza è perciò altro, quell’altro che sta nell’intreccio, in quelle dinamiche in fin dei conti elaborate che non si prestano ad essere seguite distrattamente, pena il perdersi passaggi decisivi, che servono poi ad oliare questo colpo che nasce in un modo e si sviluppa in tutt’altro. C’è l’azione, sostanzialmente in due/tre scene madre che sono anche delle sparatorie, ma quella parte del film, quando avviene la rapina, è altra cosa, ossia il concretizzarsi di un piano ben studiato, in cui ritmo ed esposizione funzionano praticamente senza intoppi. Alternando i due piani narrativi, a volte sovrapponendoli, Gudegast ora ci porta in mezzo al team O’Brien, ora in quello di Merriman, mentre sotto i nostri occhi si consuma un terzo arco.

Ma se poco sopra, tra il serio e il faceto, siamo arrivati a scomodare addirittura Heat, non è per mero scandalo, bensì c’è un piano a livello del quale Nella tana dei lupi opera con cognizione di causa. La vicenda infatti si svolge all’insegna di un mood che, senza mai imporsi, nondimeno riscalda, accompagna più di che dignitosamente il dipanarsi degli eventi. A differenza del crepuscolare Mann, Gudegast impone un tono ben più caldo, da ore diurne, che non confonde, non depista, ma per l’appunto ci consente di vivere il tutto con un particolare trasporto, operando verso quella profondità che sotto altri aspetti invece inevitabilmente manca. Più che una compensazione, questo processo qui alza l’asticella quel tanto che basta, contribuendo ad infondere nel film una cosa che a tanti, troppi altri lavori simili manca in maniera spesso irrimediabile, ossia un’anima.

Nella tana dei lupi va perciò inserito in quella nicchia di opere grossomodo recenti che rientrano, in mancanza di definizioni migliori, nell’ambito dei cosiddetti «nuovi classici»; prodotti su cui, per un motivo o per un altro, quasi nessuno ha voluto scommettere un centesimo mentre invece qualcosa da dire ce l’hanno eccome. E sono Run All Night e La preda perfetta, due dei crime movie più interessanti degli ultimi anni, ingiustamente accantonati perché in buona sostanza sottovalutati, laddove, au contraire, una loro identità ce l’hanno ed è lì sotto i nostri occhi per essere riconosciuta. Questo debutto dietro la macchina da presa di Gudegast mi pare si attesti sul medesimo livello, quello di un ritratto senza troppe pretese, alle quali però ci si rapporta in maniera realistica e competente. Non semplicemente volendo, nel suo piccolo, dire qualcosa, ma soprattutto nel volerlo dire senza coltivare alcun particolare complesso. Per chi ci vuole raccontare certe storie, e in un certo modo, grazie al cielo c’è sempre posto.

Voto di Antonio 7.5

Nella tana dei lupi (Den of Thieves, USA, 2018) di Christian Gudegast. Con Gerard Butler, Pablo Schreiber, O'Shea Jackson Jr., 50 Cent, Jordan Bridges, Evan Jones, Sonya Balmores, Eric Braeden, Brian Van Holt e Maurice Compte. Nelle nostre sale da giovedì 5 aprile 2018.

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