Io sono Tempesta: recensione in anteprima del film con Marco Giallini ed Elio Germano

Col suo essenzialmente innocuo Io sono Tempesta, Luchetti riesce nondimeno a lanciare un monito: esiste un approccio leggermente diverso alla commedia commerciale, anche dalle nostre parti. Al di là di un Giallini spassoso come sempre, questa è la vera notizia

Attenzione ad accostarsi a Io sono Tempesta col medesimo piglio al quale si è soliti far ricorso con altre commedie italiane recenti: qui, più che in altri casi, rischieremmo di complicare ulteriormente le cose, rispetto a un film che non ha ahinoi il passo dell’opera compiuta, riuscita, graffiante quanto vorrebbe essere, ma che nondimeno intercetta qualcosa, quel quid che manca a tanti, troppi altri lavori. Ed è indicativo che, per imboccare la strada apparentemente giusta, Luchetti attinga alla farsa, per cui nulla è credibile pur essendo in larga parte verosimile.

Numa Tempesta (Marco Giallini) è un talentuoso stronzo, uno di quelli che sono nati per fare soldi, novello Re Mida che, non per niente, rischia d’affogare in tutto quell’oro che crea senza quasi rendersene conto. Giallini non si rifà a nessuno, cimentandosi in una sua versione di questo delicato personaggio, deprecabile quanto si vuole eppure irresistibile, non solo perché di successo ma anche perché simpatico, brillante, insomma, quanto di buono c’è in lui ce lo mette l’attore. Nel bel mezzo di un grosso progetto in Kazakistan, il facoltoso imprenditore deve fare i conti con una condanna definitiva per frode fiscale: e se non è il carcere, sono i servizi sociali. Qui incontra anzitutto Angela (Eleonora Danco), responsabile intransigente di questa mensa dei poveri, che intende fare scontare a Numa tutto, fino all’ultimo piccolo errore. L’intenzione, tuttavia, come da manuale, è quella non soltanto di punire ma soprattutto di “riabilitare”, sperando perciò che questo tizio, che per cuore ha un posacenere, possa in qualche modo umanizzarsi.

Luchetti fatica a raccontare questi personaggi, non tanto il protagonista: proprio Angela, per esempio, è colei che più di tutti evidenzia i limiti dell’approccio farsesco, come abbiamo accennato sopra, per cui emergono delle sproporzioni. Se infatti su certe note esasperate di altri personaggi si riesce in qualche modo a passar sopra, accettandole senza troppe riserve, con la Danco proprio non si può: ok i cliché, che non mancano un po’ dovunque in questo racconto, ma questa mezza suora che tiene il Crocifisso di legno al collo mentre invece si percepisce come un’assistente sociale dall’elevato compito civico è un tipo che va maneggiato con cura. Il corto circuito interessante, anche qui suo malgrado, è che Angela, a differenza di altri, è forse il più “realistico” dei profili, eppure il più maldestro, quello rispetto alle cui peculiarità ci si relaziona peggio. Se con Numa ed i senzatetto è farsa, con lei è avanspettacolo, come se la Danco stesse parodiando lo stesso identico personaggio in uno dei tanti, uguali drammoni impegnati prodotti dalle nostre parti.

Luchetti perciò, nel tentativo quasi di emendare certo nostro cinema appunto impegnato, in Angela trova un ostacolo, una pietra che non riesce a vedere in tempo e che perciò lo fa inciampare. È evidente infatti il tentativo di rielaborare in una chiave diversa, più moderna non solo perché in pieno post-berlusconismo, certi tratti dell’esperienza neorealista e di ciò che ne è seguito subito dopo (il titolo è già un programma), ed è forse questo il pregio più grande, fosse anche il solo tentativo. Emergono infatti più livelli, sebbene non sarebbe del tutto corretto parlare di “opera stratificata”; nondimeno convergono elementi tratti da più contesti, da stagioni diverse, motivo per cui Io sono Tempesta, al di là dei suoi limiti, ci induce ad interrogarci sull’attualità del nostro modo di concepire la commedia al cinema, in un periodo in tal senso non particolarmente gratificante peraltro.

Tocca capire come mai, ad ogni buon conto, arranchiamo e non poco nel raccontare la nostra quotidianità: sia che ci si prenda troppo sul serio o che si faccia l’opposto, fa quasi sempre capolino quel senso di posticcio che distorce tutto, quand’anche si fosse in qualche modo indovinato, seppur per sommi capi, il senso del discorso. Qui Luchetti trova forse la migliore via di mezzo tra i due approcci; migliore relativamente a quanto offre il panorama, non in assoluto eh. Ma soprattutto ci ricorda che, almeno limitatamente alla commedia, è dai personaggi ed ancor prima dai loro interpreti, professionisti o meno, che bisogna ripartire: basta coi teatranti, con chi della recitazione ne ha fatto una vocazione alla quale non è stato chiamato, che si ritiene depositario di una tradizione, questa sì, gloriosa, mentre invece non si rende conto che certa posa fa nella migliore delle ipotesi sorridere.

La naturale reazione a tutto ciò è stata quella di scimmiottare la «gente vera» (sic), abitudine che ancora oggi si protrae coi medesimi, deludenti laddove non beceri risultati. Luchetti sembra avere inteso l’antifona e compreso il danno dovuto a quello che oramai è un vizio delle nostre commedie commerciali, perciò mescola più cose, partendo da quello che probabilmente è uno dei migliori nomi a cui affidarsi, ossia Giallini, il quale è solito mettere da parte la recitazione per porsi al servizio del personaggio. Poco importa se quasi sempre gli somiglia, almeno in qualche cosa, se si ha l’impressione che in fin dei conti interpreti sempre lo stesso ruolo; non è scritto da nessuna parte che la poliedricità sia sempre e soltanto una virtù, o anche solo il discrimine tra un bravo attore e quello cattivo.

Il suo Numa che sogna il padre rinfacciargli di essere un «coglione», che si è fatto amiche delle giovani studenti di Psicologia che per arrotondare fanno le prostitute d’alto bordo, senza però avere con loro alcun rapporto sessuale, è accettabile nella misura in cui soprattutto diverte. Non c’è alcuno sforzo, solo qualche battuta ben assestata, l’espressione giusta, il tono canzonatorio e quell’aria strafottente che funziona. Si arriva persino a capire come mai non sempre un personaggio, che all’inizio è in un modo, debba necessariamente trasformarsi nel suo opposto o giù di lì entro i titoli di coda, potendo rimanere sé stesso e proprio per questo trovare nello spettatore quel favore che diversamente gli sarebbe stato negato; retaggio dal vago sentore favolistico, venatura che, quando viene iniettata, non di rado viene fatto a sproposito.

Io sono Tempesta, va da sé, non è solo la sua storia, di Numa, bensì pure quella di chi, a parti inverse, cerca il proprio di riscatto, come il personaggio di Elio Germano, Bruno, che dopo il divorzio ha perso tutto e da allora vive per strada col figlio; anche qui, senza certi exploit che hanno vanificato sin troppe prove di Germano, quest’ultimo appare più centrato, ed infatti fa sorridere, in alcuni casi riesce persino a suscitare una sana tenerezza. Quanto al tema volendo centrale, ossia come le persone si rapportano coi soldi in una società a tal punto plasmata dalla cosiddetta Alta Finanza, beh, se ci soffermassimo più tanto finiremmo col fare quel gioco che invece mi pare Luchetti si sforzi, non senza difficoltà, di evitare.

Non il Capitalismo, non il denaro, i ricchi, i poveri e tutte quelle parole chiave che ciclicamente ritornano e limitano la discussione all’inverosimile sono davvero al centro del film, quantunque aleggino costantemente. In Io sono Tempesta si fa quello che si dovrebbe sempre fare in contesti del genere, ovvero partire dalle persone, o per meglio dire, da come si comportano, come si muovono a fronte di certi fenomeni che a tal punto incidono su ciò che pensano, dicono e fanno. Certo, forse ancora è presto per scrollarsi del tutto di dosso certe brutte abitudini, che, in quanto tali, non è facile far rientrare tutte in una volta.

Il film di Luchetti infatti riesce a metà anche e forse soprattutto per quel sostrato derivatogli dalle stagioni precedenti, come se il cinema, il nostro cinema, fosse un organismo vivente e perciò avesse anche una sua memoria, dunque una propria personalità. I cosiddetti autori sono gli unici a potersi concedere il lusso di operare al di là di certe cose, mentre agli altri, tutti gli altri, non resta che correggere il tiro poco alla volta, influenzati come sono da una macchina che procede per i conti propri, e sulla quale non possono che esercitare un controllo tutt’al più marginale e provvisorio. Alla luce di tali dinamiche, si dovrebbe riuscire ad inquadrare meglio Io sono Tempesta, ma soprattutto il contributo che potrebbe offrire qualora si cercasse di accoglierne certe implicite istanze, a dispetto del suo essere essenzialmente innocuo su quasi tutti i fronti. Almeno però non s’ingegna a fare dell’altro, quel troppo che proverbialmente stroppia.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”5.5″ layout=”left”]

Io sono Tempesta (Italia, 2018) di Daniele Luchetti. Con Marco Giallini, Elio Germano, Eleonora Danco, Jo Sung, Francesco Gheghi, Carlo Bigini, Marcello Fonte, Franco Boccuccia, Paola Da Grava, Federica Santoro, Pamela Brown e Luciano Curreli. Nelle nostre sale da giovedì 12 aprile 2018.

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