La terra dell'abbastanza: recensione in anteprima del film dei fratelli D'Innocenzo

Parabola di un'innocenza perduta, o per meglio dire di una mutazione. La terra dell'abbastanza declina il coming of age al genere con una storia solida e credibile, ossia coerente con il mondo ricostruito in cui è calata

È una sera come tante. Mirko e Manolo sorridono, scherzano, come due ragazzi della loro età fanno. Tra una battuta e un po’ di cicoria, l’atmosfera è leggera, rilassata, la serata meravigliosamente inconcludente, di quelle che i veri amici trascorrono spesso. E si mettono in marcia, su quel pandino vissuto, colmo di adesivi, continuando a scherzare, giocare; finché non mettono sotto qualcuno. Accade tutto all’improvviso, in un istante: Mirko si distrae e boom. Non si può essere più specifici di così. E non si può perché in quegli attimi che capovolgono ogni cosa noi restiamo con loro, i due giovani, la loro paura, dunque la loro vigliaccheria.

Non è un giudizio di principio, sia chiaro. Ai due amici si prospettano poche soluzioni e loro, semplicemente, scelgono la peggiore, ossia scappare, senza dire nulla, senza sincerarsi se la persona investita fosse ancora viva o meno. Vanno dal padre di Manolo, ex-carcerato, il quale, dopo aver loro tirato le orecchie, per così dire, cerca immediatamente di coprirli, di trovare una scappatoia. Peccato che quel singolo evento, di per sé quasi banale, innesca una spirale mortificante, da cui tirarsi fuori è pressoché impensabile.

Ha i toni della tragedia La terra dell’abbastanza, eppure non mi pare che i fratelli D’Innocenzo risparmino alcunché ai loro protagonisti; troppo facile ridurli a vittime delle circostanze, in balia di un fato che incombe sulle loro teste. Di mezzo ci sono le coscienze, dunque delle scelte, più o meno consapevoli, certo, forse addirittura “informate” dal contesto, familiare prima, ambientale poi; e si gioca tutto qui, al passaggio tra un periodo e un altro, tra una fase della vita e l’altra. Mirko e Manolo sono giovani, certo, ma è un lusso che non possono più permettersi: perché quando decidi di fare una cosa anziché un’altra l’età c’entra fino a un certo punto, e poi in fondo diventare “grandi” significa proprio questo, ossia assumersi le proprie responsabilità rispetto a ciò che si è voluto.

Una delle cose che salta più all’occhio, e che, se vogliamo, è il valore aggiunto del film, è l’organicità mediante cui assistiamo alla trasformazione, perché di questo si tratta, di Mirko e Manolo. Non ci sono scorciatoie, men che meno ingombranti illustrazioni: in maniera asciutta, diretta, osserviamo questa mutazione dei due, all’apparenza identici a prima, ma che in realtà stanno diventando “altro” rispetto a quando li abbiamo presi all’inizio. Perciò non c’è nulla di forzato, nessuna tappa bruciata, il che è quasi sorprendente se si pensa quanto l’arco narrativo abbia da essere necessariamente ristretto: è facile, infatti, finanche comprensibile per certi versi, finire con l’essere troppo sbrigativi, oppure suggerire qualcosa in maniera troppo esplicita. Invece no, emerge un equilibrio da sceneggiatori navigati, che conoscono i tempi, oserei dire i modi del thriller che è anche noir.

Ed è incoraggiante che un discorso di questo tipo lo approntino due ragazzi di appena trent’anni, a prescindere dai soliti discorsi sull’anagrafe rispetto a un Paese che scoraggia i giovani e bla bla bla. I fratelli D’Innocenzo vogliono raccontare una storia, non La storia, e sanno che, riuscendoci, hanno tra le mani un’occasione d’oro, che tanti non hanno, e non per forza per colpa delle contingenze, o per lo meno, non solo. Ed allora su questa storia ci lavorano, la plasmano con attenzione, magari non riuscendo sistematicamente, da ogni singola scena a trarre il massimo, ma ci sta, diversamente staremmo parlando di un'opera non soltanto notevole ma addirittura eccellente.

A chi ha occhi per vedere, infatti, non sfugge questo processo aberrante per cui i due passano dai sensi di colpa per un incidente, al non avvertire più alcunché alla luce di atti ben peggiori, e di cui sono i soli responsabili. Cos’è che li ha anestetizzati a tal punto? Perché in quella radicale apatia, che è quasi psicosi, i due riconoscono una via di fuga, la soluzione a tutti i loro problemi, anche quelli che ancora non hanno? Grazie al cielo una risposta, ancor più netta ed inequivocabile, non ci viene mai fornita.

Sotto esame ci sono loro, certo, Mirko e Manolo, ma il discorso, altro punto di forza de La terra dell’abbastanza, riesce ad espandersi quanto basta per non limitarsi al caso singolo ed affacciarsi su un’intera generazione. Che è romana nella misura in cui, chiaramente, è nell’ambito di quella periferia che si svolgono i fatti; mentre però le pulsioni, i dubbi esistenziali mi pare siano gli stessi di chi sta dall’altra parte dell’Italia o finanche d'Europa. Cambia la procedura insomma, ma alla base medesimi sono i sentimenti, le criticità, i sogni, le ambizioni, a cui poi ciascuno corrisponde come può o come sa.

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Emerge perciò una componente che troppo nostro cinema ha maldestramente smarrito, ossia una visione unitaria ma non per questo univoca, di chi su certe cose ha ragionato davvero, si è preso del tempo e solo dopo ha argomentato. Argomentazione, peraltro, che si fa racconto, consapevole del mezzo, delle sue peculiarità, ma anche di quegli schemi che vanno superati, almeno in relazione al territorio. Dunque basta con la recitazione come enunciazione di battute a cui apporre uno stato, l’equivalente al cinema delle emoticon. Finalmente, se vogliamo sulla falsa riga di un Caligari, si rispedisce nel pattume certa teatralità assordante, improponibile, svilente, per dare spazio ad una dinamicità che fa per forza rima con naturalezza, a sua volta altra cosa rispetto all’inflazionata nonché fraintesa spontaneità.

Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti sono attori veri, ancorché giovani, e lo sono non perché sanno recitare ma perché sanno interpretare delle parti, calandosi in dei personaggi. Dei bravi attori, spero oramai sia chiaro, il nostro cinema non se ne fa nulla, ed in questo senso già Manuel di Dario Albertini di recente ha reiterato il concetto. Che sia un dramma o una commedia, serve come il pane che sempre più cineasti s’impegnino a divincolarsi da questa ingessatura forzata, ricordandoci che anche la storia più interessante, raccontata nella maniera più brillante, rischia di frantumarsi a fronte di scelte attoriali che non si adeguino alla verità delle vicende che s’intende portare sullo schermo. È un altro gran pregio, questo, che a parere di chi scrive può cogliere non solo uno spettatore che parla la stessa lingua bensì anche uno straniero, perché ciò che è autentico, nell’accezione più sana del termine, s’impone anche a dispetto della lingua, proprio perché la trascende, facendosi linguaggio, che consta principalmente di suoni e immagini ma non solo di quelli.

Non impeccabile forse sul fronte del ritmo, anche perché La terra dell’abbastanza deve per forza di cose confrontarsi con dei codici, qualcosa perciò di familiare, rispetto ai quali, a ragion veduta, si muove con una certa libertà. Succede allora che, trovandoci nell’ambito sì del film di genere, dal taglio però autoriale, non sempre la tenuta su questo fronte sia inappuntabile; non momenti di stanca, per così dire, ma in cui il divario tra l’intensità di una parte e quella successiva lo si avverte un pelo accentuato. Non difetti, neanche limiti, bensì compromessi che si debbono accettare quale contraltare di un’asticella che viene tenuta abbastanza alta.

Insomma, ci si trova sempre un po’ a disagio a parlare genericamente di cinema italiano, se non altro perché tale etichetta andrebbe di volta in volta contestualizzata e tarata. Tanto più che i fratelli D’Innocenzo si pongono oltre le varie onde che vanno da anni per la maggiore, prendendosi dei rischi che però pagano. La loro scommessa nel girare un film senza pressoché alcun orpello, non per disprezzo verso gli orpelli ma perché funzionale a ciò che intendono raccontare, risulta vinta soprattutto nella misura in cui intravedono la possibilità di fare un film che è al 100% italiano ma che però guarda pure ad altre esperienze, che è un po’ la virtù di un altro giovane regista a cui manca solo la consacrazione, ossia Jonas Carpignano.

Spazio perciò a un mood specifico, componente quasi sempre disattesa dalle nostre parti, e non per mancanza di bravi direttori della fotografia, elemento che ne La terra dell’abbastanza gioca un ruolo di primo piano senza però mai imporsi sul dipanarsi della trama. Senza perciò cadere nella trappola dello stile, anch’esso latitante tra le nostre produzioni, salvo quei due/tre autori; l’operazione è più sottile, imperfetta ma sensata, condotta con cognizione di causa. Dall’inizio alla fine le parabole di Mirko e Manolo restano centrali, eppure mai sotto o sovraesposte: approntando una strategia vincente, ossia quella di relegare la complessità e perciò la ricchezza a tutto ciò a cui le loro peripezie rimandano, facendo sì che queste, nella loro esposizione, ci vengano sottoposte nella maniera più semplice possibile. Un lavoro estremamente difficile, per questo di solito succede l’esatto opposto. Per questo di bei film ce ne sono pochi, mentre di vuoti o inutilmente complicati ne è pieno il mondo.

Voto di Antonio 7.5

Voto di Federico 8.5

La terra dell'abbastanza (Italia, 2018) di Damiano D'Innocenzo e Fabio D'Innocenzo. Con Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti, Demetra Bellina, Michela De Rossi e Giordano De Plano. Nelle nostre sale da giovedì 7 giugno 2018.

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