Science+Fiction: quinto giorno

REC, visto a Venezia 64, mi aveva divertito ma non ne ero rimasto così entusiasta. Forse, devo ammetterlo, è la mia non simpatia verso Jaume Balagueró (che secondo me, da Nameless a Para entrar a vivir, non ha mai fatto un buon film –e Fragile è il suo peggior lavoro-) che mi ha fatto valutare

REC, visto a Venezia 64, mi aveva divertito ma non ne ero rimasto così entusiasta. Forse, devo ammetterlo, è la mia non simpatia verso Jaume Balagueró (che secondo me, da Nameless a Para entrar a vivir, non ha mai fatto un buon film –e Fragile è il suo peggior lavoro-) che mi ha fatto valutare il film velocemente. Per quello sono andato a rivederlo di nuovo grazie alla sua proiezione al Science+Fiction.

L’ho rivalutato? Già all’epoca avevo detto che non era brutto, e diciamo che ora mi son reso conto di alcune cose. Innanzitutto è un film che dev’essere assolutamente visto in sala, obbligatoriamente; al massimo da soli in casa di notte con le luci spente. REC infatti, girato tutto con camera a spalla, punta solo su due cose: la velocità (e gli 80 minuti aiutano) e i continui balzi sulla sedia. Il film quindi vince la sua scommessa: fa paura, e la seconda parte non si ferma davvero mai.

Per la seconda volta mi sono divertito e ho avuto paura. Trovo poi che la recitazione naturale degli attori sia azzeccatissima per un progetto del genere. Insomma: per me è senza ombra di dubbio il miglior film di Balaguerò, che è regista assieme a Paco Plaza (assieme a lui già in Para entrar a vivir). Perché qui il regista spagnolo fa tutto quello che non ha mai fatto nei suoi primi tre film, abbandonando il ritmo lento e il senso di mistero che sfociava nella noia. La pellicola è uno spasso: speriamo esca in sala, visto che era stata annunciata per settembre…

Ieri al festival è stata la giornata spagnola, dopo quella russa, e continua l’omaggio a Joe Dante. Dopo il salto il resoconto.

Prima di REC, che è stato il film di seconda serata che ha scosso e divertito il pubblico, si sono visti due film spagnoli, entrambi fra l’altro in concorso.

Parliamo innanzitutto di La Hora Fria di Elio Quiroga, che vede un gruppo di persone chiuse assieme da anni in un edificio: sembra che fuori il clima sia quello post-apocalittico. Qualche notte scatta poi “l’ora fredda”, in cui tutte le persone devono barricarsi nelle loro stanze per fuggire al freddo infernale che avvolge la casa, ma soprattutto per fuggire ai misteriosi e mortali Invisibili…

Trovo che la prima parte sia più interessante e più misteriosa della prima, seguendo bene i suoi personaggi, soprattutto il bambino protagonista che non si stacca mai dalla sua piccola videocamera, rispetto alla seconda. Il film si va un po’ perdendo, e cerca il colpo di scena finale a tutti i costi un po’ alla Shyamalan. La scelta poi di far vedere verso l’epilogo gli Invisibili non è stata una buona mossa. Però il film si fa vedere, ha belle ambientazioni, ha una bella fotografia, è ben recitato. E il messaggio che manda è indiscutibile.

Il fatto che fare cinema di genere in Spagna non sia assolutamente facile solleva comunque di un punto il giudizio di tutti i film. E che in Spagna la situazione non sia rosea lo riconferma il regista di Los Cronocrimenes, ossia il simpaticissimo Nacho Vigalondo, che dopo il film si è fermato per una chiacchierata col pubblico per rispondere alle domande sul film. Che è un puzzle i cui pezzi aumentano man mano che la pellicola va avanti, ma che vanno anche rimettendosi assieme, verso l’imprevedibile finale.

Vigalondo, che ama il nostro cinema di genere e, ironicamente, dice di sapere solo un paio di parole in italiano, ossia Paura nella città dei morti viventi, ha calcolato la sceneggiatura e la trama nei minimi dettagli. Inutile stare a raccontarla qui: basti sapere che tratta di un assassino bendato e di un uomo che con una macchina riesce a tornare indietro nel tempo di un’ora… Il film ad un certo punto, verso l’inizio, sembra già aver esaurito le sue cartucce, ma in realtà ne ha a decine da sparare. Diverte, avvince e cita: può bastare.

Ma ieri non è stata solo la giornata dedicata al cinema di genere spagnolo. L’evento più importante della giornata è stata la visione dello stupendo Matinée di Dante e la discussione del regista con il pubblico. Sulla pellicola non bisogna dilungarsi troppo a lungo, è fra i suoi film migliori, tra l’altro precursore dell’idea cinefila e nostalgica alla Grinhouse della coppia Tarantino-Rodriguez.

Tra l’altro, Dante ha fatto vedere al pubblico “in anteprima mondiale” il corto Mant che ha utilizzato all’interno di Matinée: folle, citazionista e divertente. Ribadisco che l’aver invitato Dante a questa edizione del festival si è rivelato una carta più che vincente. Non solo per celebrarlo, giustamente, ma anche per analizzarlo, e per capire quanto questo autore possa regalare e sorprendere ogni volta di più.

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