Ti piace Hitchcock?… In anteprima!

Ti piace Hitchcock? è l’ultima fatica di Dario Argento dopo Il Cartaio del 2003. Un nostro lettore, Gabriargento, ha avuto l’occasione di vederlo in Svezia e ce lo racconta. “Chi ama e ha seguito il percorso di Dario Argento nell’ambito cinematografico sa quanto Alfred Hitchcock sia stato importante per lui. Sin dal suo primo lavoro,

di carla

Ti piace Hitchcock? è l’ultima fatica di Dario Argento dopo Il Cartaio del 2003. Un nostro lettore, Gabriargento, ha avuto l’occasione di vederlo in Svezia e ce lo racconta.

“Chi ama e ha seguito il percorso di Dario Argento nell’ambito cinematografico sa quanto Alfred Hitchcock sia stato importante per lui. Sin dal suo primo lavoro, “L’uccello dalle piume di cristallo”, si è vista una certa influenza dello stile e delle atmosfere del maestro inglese, ed Argento non ha mai negato di essersi spesso ispirato ad Hitch: anzi, è proprio lui a dire che l’incipit di base per il suo primo, bellissimo film gli sia stato detto in sogno proprio dal maestro… E chi ha seguito Argento sa anche quanto sia stato difficile per lui togliersi di dosso l’appellativo di “erede di Hitchcock” (titolo che oggi viene più naturale forse, per forza di cose, da dare a De Palma), cosa che riuscirà a fare maturando definitivamente il suo particolare stile con “Profondo Rosso” o forse ancora meglio con “Suspiria”. Poi, le cose sono andate come sappiamo tutti: negli ultimi anni una parabola discendente che ha deluso critica e pubblico. Ed è per questo che “Ti piace Hitchcock?” è un’opera fondamentale per Argento: non solo perchè è un esplicito
omaggio al suo “passivo” maestro (quello “attivo”, si sa, è stato Mario Bava), ma anche perchè potrebbe essere la definitiva opera di rottura con un certo tipo di pubblico che l’ha amato nel suo periodo d’oro e che già con “Il cartaio” ha dato segni di stanca. Ma veniamo
al film in sè. Innanzitutto c’è da dire che “Ti piace Hitchcock?” è un tv-movie; ma è ben lontano dalle fiction di fattura italiana che pullulano nelle nostre reti. Dario Argento ha detto di aver voluto girare questo pilot di una serie di otto film (che vedremo nel corso
del 2006, probabilmente) proprio come se fosse una pellicola per il cinema, come aveva fatto nel ’73 con gli episodi de “La porta sul buio”. L’idea di base viene da “Delitto per delitto – L’altro uomo” di Hitchcock, ovviamente, in cui due uomini che s’incontrano in un treno fanno un patto che consiste nell’uccidere la persona che l’altro vorrebbe ammazzare per crearsi un alibi di ferro. E così nasce la storia della pellicola, in cui il nostro protagonista, Giulio, pensa che la vicina che sta di fronte a lui, Sasha, si sia messa d’accordo con Federica, incontrata al videonoleggio, per fare lo stesso patto che i due uomini fanno nel film di Hitch: i dubbi saltano fuori perchè le due ragazze si contendono proprio il dvd di quel film, poi perchè iniziano a frequentarsi, e poi perchè Giulio, spiando Sasha dalla sua finestra con dei binocoli, ha ben visto che ha dei grossi litigi con
la madre… Detto e fatto: la madre di Sasha viene uccisa brutalmente.
Giulio non potrà far altro che seguire le indagini, aiutato dalla fidanzata e dallo stesso ragazzo che sta al videonoleggio. In breve è questa la trama di base del film, montata attraverso una serie di citazioni e rielaborazioni di celeberrimi film del maestro inglese: la
storia avrà i suoi sviluppi, i suoi colpi di scena, e prenderà vie diverse. Ciò che si nota è lo sforzo di Argento nel trovare uno stile cinematografico che mescoli bene la sua idea di cinema e quella di Hitchcock, ossia un sapiente conciliarsi di suspanse, indagine e stile. E (cosa non banale e coraggiosa per un tv-movie) un certo uso del sangue. In quella che è forse la scena più bella e tesa del film, ossia l’assassinio della madre di Sasha, si nota appieno lo stile dell’Argento che fu e che oggi tanto il suo pubblico rivuole indietro:
inquadrature originali, colori perfetti, ambientazioni barocche, tensione alle stelle, e violenza. Non esageriamo comunque, “Tenebre” era un’altra cosa: ma ricordiamoci che questo è un tv-movie, e mi chiedo personalmente se Argento se ne sia (giustamente) fregato della censura… Comunque senz’altro un punto a favore della pellicola, che
si fa vedere tra alti e bassi. La nota dolente degli ultimi film di Argento è stata senz’altro la sceneggiatura. I suoi fan storceranno il naso nell’apprendere che di nuovo, a creare i dialoghi della pellicola, assieme al regista c’è il purtroppo “fedele” Franco
Ferrini. Se nell’incipit (che è messo lì per far capire meglio gli ultimi secondi del film, e meglio capire poi la personalità di Giulio e il suo essere vouyer, ma per capire questo bisogna vedere il film) si può storcere già un po’ il naso con qualche frase freddina, il
resto del film non ha particolari momenti imbarazzanti (anche se il freddo e la staticità di alcune battute si fa sentire) e azzecca qualche momento (Sasha a Giulio ad un certo punto: “Tanto mi hai già vista nuda, no?”). Ritornando allo stile, qui ce n’è, ed è una cosa
oggettiva: la fotografia è ricercatissima, e spesso ricorda “Suspiria” e “Inferno”, con tutti quei rossi accesi, quei blu elettrizzanti della notte bagnata dalla pioggia incessante; i movimenti di macchina e certe inquadrature risultano davvero gradevoli, e particolarmente
belli risultano certi dettagli (una chiave che apre una porta vista da vicinissimo, una sigaretta che viene accesa, un rubinetto aperto) e Pino Donaggio firma una colonna sonora che sottolinea abbastanza bene i momenti base del film (ma che forse soffre di una main theme che non si farà ricordare come altre della filmografia di Argento).
Particolarmente curata, ovviamente e come era prevedibile, la parte delle citazioni: non solo Hitchcock (oltre “Delitto per delitto” anche “La finestra sul cortile”, “La donna che visse due volte”, “Marnie”, “Psyco”…), ma anche l’espressionismo, tra il “Golem”, il “Nosferatu” di Murnau, Fritz Lang e “Il gabinetto del dottor Caligari”. Ma se da una parte il film è apprezzabile, appunto per un ritorno a certe atmosfere piacevoli e per uno stile funzionale alla tensione abbastanza alta di certe sequenze (menzione speciale per la sequenza in cui Giulio cerca di scappare col motorino sotto la pioggia e, inseguito da un uomo, si rompe la gamba), si notano ancora alcune pecche non proprio felici. Molti hanno criticato la recitazione di alcuni attori de “Il cartaio”, partendo proprio da quella di Stefania
Rocca che, personalmente, ho promosso; e chi l’ha bocciata nei panni della detective Anna Mari dovrà forse rivalutarla osservando la pessima recitazione -sì, purtroppo lo è- d Cristina Brondo nei panni della ragazza di Giulio, Arianna; forse non è stata aiutata anche lei da una gran sceneggiatura, ma la staticità e la freddezza saltano fuori ad ogni battuta; Ivan Morales poteva dare più calore alle sue battute, e invece la recitazione è quasi da soap, e la Rocchetti (già vittima del cartaio) dovrebbe fare qualche corso di dizione, anche se risulta simpatica e a volte intrigante; bellissima Chiara Conti, che recitativamente parlando è statica ma è una presenza indubbiamente gradevole. Il migliore è senza dubbio il protagonista Elio Germano, che si è fatto notare in “Che ne sarà di noi” (guarda caso era il migliore del gruppo) e in “Quo vadis baby?” di Salvatores: convincente ed energico, riesce a rendere convincente anche il dialogo più freddino. Ed un’altra pecca nel film di Dario Argento è purtroppo il finale, meno deludente di quello praticamente inesistente de “Il cartaio” ma comunque non all’altezza delle aspettative: ritorna il doppio finale, tipico di alcuni lavori del regista romano, ma questa volta si ha l’effetto contrario, ossia è meglio il primo finale del secondo, decisamente. Ok, la sequenza finale, con il killer che penzola dall’edificio e due persone (non dico ovviamente chi per non rovinare nulla) che tentano di aiutarlo, è abbastanza tesa, ma resta l’amaro in bocca per non aver avuto i brividi lungo la schiena per una scoperta finale che doveva essere coi fiocchi. Dove stanno gli specchi, dove sta il particolare visto all’inizio del film e che poi risalta fuori all’ultino? Resta comunque all’attivo una certa lettura del cinema come mezzo vouyeristico, come mezzo per un vouyer (Giulio, ad esempio) per poter provare soddisfazione del proprio essere. O come mezzo/passione per un solo tipo di gente, che sin da piccoli aveva in sè le caratteristiche del “guardone” che spia dal buco della serratura… E colpisce, dopo più di trentacinque anni, vedere non un guanto nero che impugna un’arma, ma bensì un candido, ma davvero inquietante, guanto bianco…
Voto: 7″

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