George Romero presenta Diary of the Dead: recensione in esclusiva da Los Angeles

diary of the dead locandina george romeroDiary of the Dead (Diary of the Dead) di George A. Romero con Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Amy Lalonde, Joe Dinicol, Scott Wentworth, Phillip Riccio, Tatiana Maslany

In anticipo sui tempi di uscita nelle sale americane, venerdì 15 febbraio si è tenuto, nella suggestiva cornice del midnight cinema Nuart di Los Angeles, uno special screening dell’ultimo lavoro dell’indipendente per eccellenza, George A. Romero, ovvero Diary of the Dead.

Lo spirito che lo ha sempre tenuto lontano dai grandi palchi patinati è ancora vivo nel regista, che infatti, dopo il film, si è prestato affabilmente al più classico dei dibattiti da cineforum, come si usavano nei suoi amati/odiati anni ’70. Un Q&A di oltre 30 minuti, tra esilaranti descrizioni sulle modalità di uccisione di un non-morto e digressioni filosofiche sul senso del filmare zombie ancora oggi.

Ma veniamo al film. Romero torna nelle sale 3 anni dopo Land of the dead, fin troppo bistrattata messa in scena high budget della riscossa sociale dei paria zombie alla ricerca di sacrosanti diritti (in primis il diritto di mangiare!). E torna con il suo film più sperimentale e nichilista. Sperimentale nella forma: tutto è filmato con camere digitali a mano, nella forma di mokumentary (accostato con faciloneria a The Blair Witch Project, di cui condivide solo l’assunto iniziale), nato per caso dai reperti filmati da studenti di cinema alle prese con l’improvviso e inspiegabile ritorno dei morti dalle loro tombe, durante le riprese di (ironia) un horror. La sovrapposizione di diversi punti di vista, filtrati da ogni tipo di diversa camera (da quella degli studenti a quella dei giornalisti a quella della sicurezza interna delle abitazioni), non solo è funzionale al discorso filosofico di Romero, ma crea un senso di straniamento nello spettatore, vittima di un’immagine senza filtro apparente e pronta a mostrare le peggiori efferatezze.

george romero los angeles

La pervasività del filtro-camera porta a riflettere sul senso del nostro conoscere il mondo, mai puro ma sempre più ottenuto attraverso la mediazione visiva e di significato recata dalle videocamere, appunto. L’informazione che ne esce è necessariamente distorta, alterata, corrompendo la nostra capacità di discernere tra gli eventi, e causando le reazioni peggiori e spesso totalmente ingiustificate. Ancor più oggi che chiunque può filmare la propria versione della realtà e spacciarla per “vera” su youtube (citato a più riprese, insieme a myspace). Un senso di sfiducia verso il proliferare virale di telecamere che ci trasformano non in attori della realtà, ma in spettatori equipaggiati di armi non meno pericolose di quelle da fuoco (paragone esplicito nel film: guns and camera, they’re both too easy to use). Internet si trasforma in metafora della corruzione del mestiere di creare storie per immagini: una riflessione che rimanda al dibattito sul ruolo del documentarista nei luoghi dove si vivano drammi; figura mai compartecipe ed invece freddo spettatore piegato dalla volontà del filmato. Se la storia è sempre quella, il regista riesce sempre a trovare nuove declinazioni che rendono ancora piacevole la visione, 40 anni dopo il mitico capostipite.

A livello tematico la riflessione è quindi quella solita sulla deriva autodistruttiva dell’uomo in preda ai suoi peggiori istinti. La vera ragione della ricerca di Romero è sempre stata analizzare i comportamenti dell’uomo posto dinanzi alle incognite sociali dettate dai mutamenti tecnologici e politici. Qui il suo sguardo si fa ancor più disincantato, direi assolutamente privo di speranza: le immagini ci ingannano, si moltiplicano, e ci trasformano non solo socialmente ma anche individualmente, come mostrato in alcune amare sequenze del film. Quel che ne risulta alla fine è che come al solito noi e gli zombie non siamo poi tanto diversi: una volta era noi contro di noi, ora è noi contro di loro … tranne che “loro” siamo noi! E quindi veder morire gli zombie, pur nelle maniere più paradossali, diventa sempre più triste, anche perché alla necessaria volontà di sopravvivenza si sostituisce inevitabilmente la consueta stupida mattanza che ci rende persino peggiori dei nostri nemici. Siamo quindi davvero meritevoli di sopravvivere?

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Un grande ritorno da parte di un maestro del cinema, che ha saputo declinare con la consueta arguzia e profondità filosofica un tema forse abusato, che in mano a qualcun altro privo di idee e scrupoli si sarebbe trasformato nella solita inutile (per quanto spesso divertente) carneficina senza senso. Inoltre un avvicinamento alle tematiche (e tecniche) care alle nuove generazioni, da parte di un regista che ha ammesso francamente (e in modo sorprendente, dati tema e struttura del film) nel dibattito finale di non capire assolutamente nulla di computer.

Voto Mario: 8
Voto Gabriele: 8

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