Il cacciatore di aquiloni: foto e curiosità

Finalmente una data di uscita sicura. Il Cacciatore di Aquiloni sarà nelle nostre sale il 28 marzo, diretto da Marc Forster e tratto dall’acclamato bestseller di Khaled Hosseini, con un cast che unisce non-attori provenienti dall’Afghanistan e dall’Asia Centrale ad attori professionisti di livello internazionale. Al centro della storia è la bellissima e commovente amicizia

di carla,

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Finalmente una data di uscita sicura. Il Cacciatore di Aquiloni sarà nelle nostre sale il 28 marzo, diretto da Marc Forster e tratto dall’acclamato bestseller di Khaled Hosseini, con un cast che unisce non-attori provenienti dall’Afghanistan e dall’Asia Centrale ad attori professionisti di livello internazionale.

Al centro della storia è la bellissima e commovente amicizia tra due bambini appartenenti a etnie e classi sociali differenti: Amir, figlio di uno degli uomini pashtun più influenti di Kabul, e Hassan, il suo piccolo servitore azara, inseparabili ed entrambi appassionati di aquiloni.

Ma un brutto giorno Amir assiste di nascosto allo stupro di Hassan da parte di un gruppo di teppisti. Il bambino è costretto a fuggire negli Stati Uniti con il padre Baba, ma il senso si colpa per non aver aiutato il suo piccolo amico non lo abbandonerà più. Negli Stati Uniti cresce, si diploma, si innamora, si sposa e pubblica il suo primo romanzo. Finché un giorno suona il telefono….


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“Il Cacciatore di aquiloni”: dal libro al grande schermo
Nel 2003, Il Cacciatore di Aquiloni, opera prima di Khaled Hosseini irrompe prepotentemente nel panorama letterario conquistando le prime posizioni nelle classifiche dei libri più venduti in tutto il mondo e mantenendole per i 4 anni successivi. Il romanzo è stato venduto in oltre 8 milioni di copie, in circa 34 paesi, superando tutti i confini, grazie alla sua dirompente forza narrativa.

Per la sua ambientazione, la storia sembrava poco adatta a ottenere un tale successo stratosferico, eppure, per i temi universali trattati (la famiglia, l’amicizia, il coraggio del perdono e il potere salvifico dell’amore), ha toccato profondamente i cuori dei lettori delle più disparate origini culturali e sociali.

Per Khaled Hosseini, l’enorme successo de IL CACCIATORE DI AQUILONI e l’imminente uscita del film basato sul suo romanzo sono motivi di grande soddisfazione.

“Sono ancora esterrefatto dal modo in cui i lettori hanno reagito al mio romanzo ma credo che dipenda dal fatto che la storia ruota attorno a un nucleo di intense emozioni, nelle quali chiunque può immedesimarsi. I temi della colpa, dell’amicizia, del perdono, della perdita, del desiderio di redenzione e di miglioramento di sé non sono temi solamente afgani, ma esperienze umane universali, che prescindono dall’identità etnica, culturale o religiosa”.

Sono stati questi temi, molto prima che il libro raggiungesse lo status di bestseller internazionale, quando ancora era un manoscritto, ad attirare l’attenzione dei produttori William Horberg e Rebecca Yeldham, precedentemente associati alla DreamWorks SKG. Leggendo le pagine ancora inedite di Hosseini, Horberg e Yeldham hanno capito di essere davanti a qualcosa di veramente straordinario. Raccontano Yeldham e Horberg:

“Era una delle opere letterarie più potenti e cinematografiche mai lette. La storia ha un’attrattiva, a livello emotivo, molto potente grazie all’idea per la quale non importa ciò che hai fatto in passato, c’è sempre un modo per tornare a essere buoni. Si parte per un viaggio con questi due bambini, un viaggio all’interno di una cultura, di una famiglia, un viaggio che porta alla redenzione di Amir. L’ho trovata una esperienza incredibilmente commovente, che prometteva moltissimo”.

Khaled Hosseini è stato coinvolto direttamente nel processo di trasformazione del romanzo in film. I due produttori volevano che l’autore seguisse dall’interno l’intero sviluppo creativo.

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Adattare “Il cacciatore di aquiloni”
Horberg e Yeldham hanno contattato lo sceneggiatore David Benioff, che è anche uno scrittore e che è entrato a far parte del progetto con molte idee originali.
“Avevamo tutti un obiettivo comune e cioè il desiderio di rendere giustizia alla meravigliosa storia conservando quanto più possibile l’umanità e lo spirito del libro” sostiene Benioff. “L’ho sempre considerata una storia di codardia e coraggio, un viaggio tra questi due poli. E poi, volevo assicurarmi che rimanesse una storia afgana, di afgani, di un popolo che vive una situazione terribile, fatta di guerre interminabili e di miseria e che all’interno della sua tragedia riesce comunque a trovare spazio per la grazia, per la bellezza e per l’amore”.

Benioff ha potuto contare in più occasioni sulla collaborazione di Hosseini durante la fase di adattamento.
“Khaled non avrebbe potuto essere più generoso, nel concedere il suo tempo e le sue conoscenze, rispondendo a tutte le mie domande sulla vita in Afghanistan”, ricorda. “Io sono cresciuto a New York e l’idea dell’infanzia a Kabul era lontana anni luce dalla mia esperienza. Ma Khaled mi ha chiarito ogni dubbio. Inoltre, questi personaggi sono i suoi figli, e Khaled li conosce meglio di chiunque altro. Dunque, è sempre stato bravissimo a spiegare le ragioni per le quali uno dei personaggi faceva o non faceva qualcosa”.

Khaled Hosseini è rimasto molto colpito dal modo in cui lo sceneggiatore ha reinventato la sua storia. “Tanto di cappello a David – dice lo scrittore -. Il mio romanzo è, per la sua stessa struttura, molto difficile da sceneggiare. Ci sono dei flashback, c’è il problema dell’età dei personaggi e poi si passa da una Kabul cosmopolita e vivace alla desolata città semidistrutta che Amir trova al suo ritorno. Ma David ce l’ha fatta e quando ho letto l’ultima versione del copione mi sono detto: ‘Questo sarà un film bellissimo’”.

Restava da trovare un regista. I produttori sapevano che c’era bisogno di qualcuno con una sensibilità culturale e con un’immaginazione che gli permettessero di fare i conti con una storia che va da Kabul alla California, dall’orrore e dalla devastazione della guerra alle opportunità di un nuovo inizio offerte dall’America.
“Marc era un regista del quale ammiravamo moltissimo il lavoro” spiega William Horberg. “Qualsiasi mondo tocchi, trova sempre personaggi che il pubblico capisce e nei quali si immedesima profondamente. Nel suo lavoro mette curiosità e bellezza. E dato che questa storia era diversa da tutto ciò che aveva fatto in passato, abbiamo pensato che anche per lui sarebbe stata una sfida affascinante”.

“Mi sono innamorato di questa storia” sostiene il regista. “Leggere il libro è stata una esperienza bellissima ed emozionante e ho deciso di voler partecipare. Come Monster’s Ball, ma in un modo molto diverso, è la storia della rottura di un circolo vizioso di violenza, racconta la possibilità di redimersi. Dovevo riuscire a creare questo incredibile ed epico viaggio, portando contemporaneamente il pubblico dentro la storia molto intima dei personaggi e degli effetti profondi che ognuno di essi ha nella vita dell’altro. Questa miscela è la vera bellezza del romanzo”.

Dall’Inglese al Dari
Mentre David Benioff era ancora intento nella scrittura della sceneggiatura, è stato deciso di girare il film in lingua Dari, una delle due linue principali parlate in Afghanistan. “Pensavo che girare il film in qualsiasi altra lingua sarebbe stato un errore”, spiega Marc Forster. “Dei bambini afghani che negli anni ’70 parlavano tra loro in inglese non sarebbero stati credibili. Era necessario un legame emotivo, un legame con qualcosa di reale”.

La decisione è stata accolta con entusiasmo dall’autore Khaled Hosseini:

“Quando Marc mi ha detto che voleva girare il film in Dari, mi ha conquistato. Ho capito che voleva veramente rendere giustizia al mio libro, perché per me era molto importante che i personaggi fossero credibili”.

Hosseini ha collaborato alla scrittura dei dialoghi, aggiungendo alcune frasi in grado di rendere più naturale e realistico il linguaggio dei personaggi afgani. Alle battute in Dari si affiancano alcune battute in Pashtun, una lingua parlata dai talebani, e in Urdu, la lingua dei pachistani.

Una volta iniziata la produzione, sono stati assunti alcuni specialisti di lingua Dari, che hanno aiutato gli attori non afgani nella pronuncia e nell’inflessione. Gli specialisti sono stati sul set tutti i giorni, per accertarsi che ogni battuta fosse pronunciata esattamente come a Kabul. Le traduzioni estemporanee sul set sono state eseguite da Ilham Hosseini, una studentessa di legge all’università di Berkeley, fuggita insieme alla sua famiglia dall’Afghanistan. Ilhan è anche una cugina di Khaled Hosseini.

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Filmare una Kabul perduta nella Repubblica Popolare Cinese
Fin dall’inizio della lavorazione del film la produzione ha dovuto fare i conti con una domanda cruciale: dove girare il film? La storia richiedeva una ricreazione totale di diversi mondi non più esistenti, tra cui la vivacissima Kabul degli anni ’70, animata da tante culture diverse che vi coesistevano in pace e libertà, e la Kabul del 2000, sotto il regime dei talebani. Ma dove era possibile trovare i paesaggi, l’architettura e i panorami di questa città vecchia di 3000 anni, unica città di frontiera della Via della Seta? E quale luogo permetteva al contempo di soddisfare le esigenze logistiche di una grande produzione cinematografica?

E. Bennett Walsh ha trascorso un anno a fare sopralluoghi in 20 paesi diversi e alla fine il luogo migliore per le riprese è risultato trovarsi nella Cina occidentale. Walsh conosceva già la Cina, dopo aver portato Quentin Tarantino a girare in quel paese il suo KILL BILL VOL. 1. Ma il luogo più simile a Kabul si trovava nella remota Asia Centrale, nella vasta e scarsamente popolata provincia dello Xinjiang. Un territorio affascinante e deserto, tra le antiche città di Kashgar e Tashkurgan, che ricordava molto da vicino l’Afghanistan, non a caso a pochi chilometri di distanza. Quella remota sezione della mitica Via della Seta (che un tempo collegava l’Impero romano a quello cinese) è oggi un’area musulmana in seno alla società cinese, caratterizzata da forti influenze indiane e persiane. La città-oasi di Kashgar, un “melting pot” di culture e di coloratissimi bazaar, è un luogo magico in un territorio che varia dai paesaggi lunari del deserto di Taklimakan (il cui nome significa “entri e non esci mai più”), alle vertiginose catene montuose circostanti.

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La città vecchia di Kashgar è stata usata per la maggior parte delle scene ambientate nella Kabul degli anni ’70 e del 2000. Nelle stradine attorno all’enorme moschea di Id Kah, invece, sono state girate le scene ambientate a Peshawar, in Pakistan, e quelle nella sala da tè di Rahim Khan. Costruita nel 1442, la moschea è una delle più grandi di tutta la Cina e può ospitare fino a 10mila fedeli.

Per la rocambolesca fuga di Baba e del piccolo Amir dall’Afghanistan al Pakistan, e per il viaggio di ritorno di Amir, decenni dopo, le riprese sono state effettuate lungo la celebre
Karakorum Highway, la più alta strada lastricata del mondo, che si snoda tra alcuni dei passi più spettacolari del pianeta. Altre scene sono state girate sul lago Karakul, a 4000 metri di altitudine, dove il cast e la produzione sono stati alloggiati in yurte, le tipiche tende della zona.

La produzione ha girato inoltre per due settimane a Pechino, diventata temporaneamente San Francisco, mentre a tre ore di distanza dalla città è stata realizzata la terrificante scena della lapidazione nello stadio Ghazi di Kabul, usando per l’occasione lo stadio Baodung, con 1000 comparse sugli spalti. Dopo quasi tre mese di riprese in Cina, la produzione si è spostata a San Francisco, dove sono state girate le scene con gli aquiloni dell’epilogo, al Berkeley’s Cesar Chavez Marina Park.

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Si ringrazia l’ufficio stampa per il materiale.