Roma 2019, Judy, la recensione: una struggente Garland da Oscar per una superba Renée Zellweger

Renée Zellweger fa rivivere l'iconica Judy Garland nel suo ultimo tragico anno di vita.

50 anni fa, era il 22 giugno del 1969, moriva all'età di 47 anni Judy Garland, tra le più grandi star della storia del cinema. Un anniversario che Hollywood non poteva trascurare, tanto dall'aver adattato il dramma teatrale “End of the Rainbow” di Peter Quilter, che romanza liberamente le ultime apparizioni pubbliche della Garland, a Londra nel 1968, quando l'attrice, bisognosa di denaro, accettò di tenere una serie di concerti sold out al night club “Talk of the Town”, per una durata di cinque settimane.

Negli abiti eleganti e complicati della Garland un'attrice ritrovata, risorta, che onestamente si credeva finita. Renée Zellweger, 50enne nel 2004 premio Oscar come miglior attrice non protagonista in Ritorno a Cold Mountain. Che la Zellweger sapessa cantare l'aveva fatto vedere, e soprattutto sentire, in Chicago e in Abbasso l'amore, ma è dinanzi ad un monumento cinematografico come la Garland che la carriera di Renée tocca il suo apice massimo. Una prova sbalorditiva nelle sue sfumature, commovente e convincente, quella dell'ex Bridget Jones, magra come non mai per ridare forma e sostanza ad una donna cresciuta sul set, letteralmente. A due anni la Garland già cantava, su un palco, e non ha mai più smesso. Per quanto dolore le provocasse quella costante esistenza sotto i riflettori, non riusciva proprio a farne a meno.

Nel 1939, a 17 anni appena, Louis B. Mayer, boss della MGM, la trasformò in Dorothy Gale nel Mago di Oz, obbligandola a sostenere massacranti ritmi di lavorazione. Per non prendere peso venne alimentata a suon di pillole, per dormire imbottita di sonniferi. Dosi di farmaci dai quali rimarrà dipendente per tutta la vita. Ed è proprio qui, sul sentiero dorato di Oz, che prende vita Judy di Rupert Goold, con il gigantesco Luois, interpretato da Richard Cordery, a travolgere di responsabilità un'adolescente impaurita, privata di un'infanzia normale, felice, pur di raggiungere quella fama tanto agognata dai genitori.

Gold, che dirige con un'impostazione teatrale uno script di Tom Edge, al suo esordio cinematografico dopo aver sceneggiato la serie The Crown, spazia tra la Garland del 1938, spremuta sul set de Il Mago di Oz da dirigenti molesti, squali privi di scrupoli, e la Garland del 1968, dolcissima mamma di tre figli, abbandonata al suo destino da Hollywood perché ormai 'inaffidabile' e 'inassicurabile', piena di debiti, con 4 ex mariti alle spalle e un presente professionale che non le concede particolari garanzie. Nel Regno Unito la amano e sono disposti a pagarla profumatamente per una serie di concerti, che la obbligherebbero inevitabilmente a lasciare i due figli più piccoli al 3° marito, Sidney Luft, con cui ha intrapreso una dura battaglia legale.

Una duplice Judy, adolescente da una parte e madre dall'altra, che esplode sul grande schermo grazie ad un'ipnotica Renée, insicura e fragile come la Garland di un tempo. Una Zellweger che è tornata ad avere un'espressività dopo gli anni neri del presunto ritocchino estetico, barcollante ed emotivamente bipolare, in grado di passare dall'eccitazione di un bacio alla depressione più cupa, causata da ricordi d'infanzia pregni di malessere ed eccessi. Renée tiene completamente sulle proprie spalle un biopic basico, dall'impostazione classica, più che canonica, che saggiamente si concede completamente alla sua diva. Senza la Zellweger, questo Judy non esisterebbe.

In quel maledetto '69, che la vide poi morire a causa di una dose eccessiva di barbiturici, la Garland trovò tempo, modo e coraggio per sposarsi una quinta volta, con il quasi sconosciuto Mickey Deans, qui interpretato da Finn Wittrock. Mariti a profusione per provare a scovare amore e serenità, dove di fatto non c'era mai stato conforto, affetto, se non da parte di quella comunità LGBT che la idealizzò da subito, trasformando la sua Over the Rainbow in inno universale. Anni in cui essere omosessuali significava finire in carcere, persino nel Regno Unito, con Gold ed Edge che affidano ad una coppia gay, ossessionata dal mito Garland, il compito di motivare quell'idolatria da parte di una comunità intera che pochi giorni dopo la sua morte decise di ribellarsi, a New York, dando vita ai moti di Stonewall.

Tra una pillola e un bicchiere di vodka, la tenera e al tempo stesso vulcanica, travolgente, 'diversa' e insicura Zellweger di Judy canta magistralmente più e più canzoni, mentre la pellicola procede spedita verso l'inevitabile e chiaramente edulcorata fine, puntualmente retorica ed emozionale, rimarcando le contraddizioni di una donna che agognava quella normalità mai neanche lontanamente sfiorata, senza però riuscire ad allontanarsi da quei riflettori e quelle attenzioni che avevano finito per prosciugarla. Perché "un cuore non si giudica solo da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri", come Dorothy Gale insegna.

Voto di Federico 7

Judy (Usa, UK biopic, 2019) di Rupert Gold; con Renée Zellweger, Finn Wittrock, Jessie Buckley, Rufus Sewell, Michael Gambon, Bella Ramsey, John Dagleish, Gemma-Leah, Devereux, Andy Nyman, Fenella Woolgar, Royce Pierreson, Phil Dunster, Darci Shaw, Lucy Russell, Philippe Spall, Tim Ahern, Bentley Kalu, Julian Ferro, Zina Esepciuc, Israel Ruiz - uscita giovedì 16 gennaio 2020.

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