1917, recensione, Sam Mendes prova a farci vivere la guerra anziché raccontarla

Siamo in trincea. Due ragazzi, Schofield e Blake, vengono convocati per una missione estremamente delicata: attraversare il territorio nemico per consegnare degli ordini da cui potrebbe dipendere l’esito della battaglia che si sta svolgendo su quel fronte. La Guerra è quella del '14-'18, ma più precisamente ci troviamo in Francia nel 1917. Gli inglesi e i tedeschi si fronteggiano in una lotta di logoramento che passa da lunghe, spossanti attese, intervallate da qualche attacco estemporaneo, dinamiche che i cultori della strategia bellica conoscono di gran lunga meglio di chi scrive.

Serve dare un contesto, così come usare la prima persona plurale, proprio perché l’intenzione di Sam Mendes non pare essere tanto quella di raccontare qualcosa bensì anzitutto di calarci all’interno di uno scenario. Estremo, esasperato, come solo quello di una guerra, e di quella guerra in particolare, può essere. Una premessa che contribuisce pure ad inquadrare pregi e difetti, o se vogliamo limiti di un progetto che chiama in causa diverse questioni, pregno com’è di spunti; per lo più di natura tecnica, con ciò intendendo non solo l’aspetto meramente tecnologico, ma proprio a livello di racconto, che non passa per una trama elaborata, colpi di scena e quant’altro, delegando quasi in toto all’esperienza.

Sappiamo sin dall’inizio che il percorso si staglia attraverso una serie di checkpoint che i due soldati devono di volta in volta raggiungere, al cui termine vi è appunto l’aver portato a termine la missione a loro assegnata. In corso d’opera si aggiunge un altro obiettivo, parallelo alla parabola principale, ma che non prevede deviazioni, perciò non dà a propria volta adito a sorprese o colpi di scena. Mi pare opportuno chiarire tale punto, perché chi vi dirà che in 1917 «accade poco o nulla» rischierà di mettervi fuori strada. Da qui il secondo equivoco, che, in quanto tale, non è una rappresentazione del tutto infondata, ma non per questo esatta, centrata, ovverosia il paragone, a vari livelli, coi videogiochi.

1917 si svolge interamente in pianosequenza, quantunque ricostruito in post, dunque frutto di un tipo di lavoro meno cinematografico, se così si può dire. Questa è senz’altro una delle ragioni per cui si tende a recepire un prodotto del genere in maniera diversa, viziata da un presupposto un tantino miope, che fa dell’immersione una prerogativa esclusiva del videogioco. Il film di Mendes, al contrario, cerca di buttarci dentro mediante il ricorso a misure ed escamotage che competono eccome a questo mezzo; aiutandosi, è chiaro, con strumenti che ancora si fatica a contestualizzare, ossia la computer grafica ed in generale certi espedienti che intervengono dopo la produzione, ma non è per questo che lo si può definire d’ispirazione videoludica. A tal proposito basterebbe citare la ricercatezza di svariate composizioni dell'immagine, che prende corpo dal vivo anziché per un intervento di montaggio; un lavoro di fotografia perciò certosino, che include anche altre componenti, come l'illuminazione ad esempio, anch'essa resa estremamente complicata a fronte della dinamicità dell'azione.

Detto ciò, la CGI è appena accennata, amalgamata in maniera piuttosto organica, a tal punto che quasi non la si nota. Poi non vorrei che una simile traiettoria portasse a perdere di vista una discriminante importante, che sta essenzialmente nella tenuta: non si tratta di giochi pirotecnici, martellanti e a volte pure senza discernimento di produzioni oltremodo costose; al contrario, 1917 contiene del materiale su cui si riesce ad avere un certo controllo, modulato secondo una sensibilità diversa, anche narrativamente funzionale, perché, a differenza di quanto alcuni prodotti lasciano intendere, non è credibile che la guerra sia solo adrenalina, inseguimenti ed esplosioni, ma soprattutto noia e tensione proprio perché il più del tempo lo si trascorre in attesa di qualcosa, qualcosa che sarà inevitabilmente terribile.

Mi pare che tutto ciò 1917 tenda a trasmetterlo, proponendosi comunque quale pezzo d’intrattenimento, categoria alla quale appartiene senza sentire il bisogno di scusarsi o anche solo dare spiegazioni. E viene da accomunarlo ad un altro, recente e fortunato film che si pone in modo analogo, sia per genere che per intenti, ossia Dunkirk di Christopher Nolan. Sebbene, vale per entrambi, il sottotesto teso a celebrare l’eroismo di chi ha partecipato alle rispettive vicende, finisca con l’essere in qualche modo travolto dal dispositivo adottato, cioè a dire dall’intenzione di integrare una componente che s’impone su tutte le altre rispetto a come raccontare la storia (in Nolan la divisione in tre fasi, ciascuna di differente durata; qui la continuità ininterrotta di ciò che vive il protagonista), tutti e due i film provano timidamente a soffermarsi su un periodo che avvertiamo sempre più lontano ma la cui rievocazione, con le possibilità che abbiamo oggi, e con il tipo di spettatori che siamo diventati, potrebbe rivelarsi più persuasivo che pagine e pagine di Storia, ancorché fondamentali.

Tuttavia mi pare che la fiducia riposta da Nolan tenda a pagare di più, proprio perché Dunkirk, consapevole di non poter dire chissà cosa rispetto a certi moti o temi universali che vengono per lo più cavalcati anziché approfonditi, appronta un discorso sui codici alquanto interessante, pur restando nell’alveo del prodotto che fa di elementi come suspense e incastri tipici del suo cinema “per tutti” il principio di base. Con Mendes, invece, l’impressione è che il ritorno non sia altrettanto cospicuo, proprio perché oltre all’incipit e alla maestosa conduzione tecnica non imbastisce altro. Non è poco e per certi versi credo fosse calcolato il focalizzarsi sull’azione pura, lavorare sullo stare lì anziché (dis)perdersi in altro. Tanto più che Mendes riesce comunque ad infondere qualche scampolo di verità, come il senso di responsabilità, il dovere verso i propri compagni e dunque verso sé stessi, categorie che solo situazioni al limite come la guerra riesce a tirare fuori. C'è nel caporale Schofield quel senso di libertà che solo il darsi così totalmente a uno scopo, per quanto atterrisca, può generare; l'idea che una singola azione, per quanto insignificante, possa incidere sul corso di eventi che ci sovrastano, e di molto. È questa consapevolezza a far sentire liberi quei ragazzi, diversamente non è possibile comprendere, amor patrio a parte, ciò che sono e fanno in quei momenti.

Ad ogni modo, un tempo il film di guerra, non del tutto affrancato dall’approccio alla materia condotto in Letteratura, sondava le ragioni a carattere più ampio o le psicologie di chi, a vario titolo si trovava in certe condizioni. Col tempo si è registrato uno spostamento di senso, dettato credo anzitutto da come lo spettatore, perciò la cultura, è cambiata. Più intellettuale, dunque sinceramente curioso circa meccanismi e dinamiche, anche perché certe immagini non erano così distanti come lo sono oggi, la versione di un tempo (uno su tutti, Orizzonti di gloria); più epidermica, là dove non emotiva quella contemporanea, che omette le ragioni (in fondo non solo ci viene più detto come mai due o più eserciti si scontrano, ma la cosa non ha effettivamente più rilievo rispetto a ciò che s’intende raccontare), puntando forte su congegni che possano tenere alta l’attenzione. Senza dimenticare uno dei leitmotiv del genere, che dai primi anni del '900 è stato visto quale luogo privilegiato dello spettacolo, propensione della quale le varie declinazioni del war movie nel corso dei decenni ha quasi sempre tenuto conto.

Nella misura in cui perciò Mendes e Nolan ci chiedono quasi di partecipare, sì, per ragioni diverse riescono entrambi. A patto tuttavia di non dimenticare che tutti e due sono progetti che si pongono quale espressione di un’epoca che li ha prima coltivati, per poi portarli a maturazione; una stagione in cui non è più possibile sottoporre il grande pubblico a narrazioni forti, costringendo perciò chi vuole raggiungere una così ampia audience a coinvolgerla attraverso altri accorgimenti. Un simile processo implica giocoforza dei limiti; limiti su cui si può decidere benissimo di non soprassedere ma che non ci devono impedire di guardare al quadro generale: in un periodo in cui anche certe strutture cosiddette “tradizionali” cominciano seriamente a scricchiolare, tentativi come quelli di Mendes o, per altre ragioni, di Ilya Naishuller (Hardcore, 2015) potrebbero porsi come rivelatori circa il futuro del racconto per immagini, a prescindere dal fatto che il cinema si evolva o riesca a rimanere entro certi confini – di uno schermo, così come di codici e/o procedure.

Voto di Antonio 7

Voto di Federico 9

1917 (Regno Unito, 2019) di Sam Mendes. Con George MacKay, Dean-Charles Chapman, Mark Strong, Andrew Scott, Richard Madden, Claire Duburcq, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Daniel Mays, Adrian Scarborough, Nabhaan Rizwan e Jamie Parker. Nelle nostre sale da giovedì 23 gennaio 2020.

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