Cattive acque, recensione, la vicenda dell'avvocato che ha compromesso la DuPont

Il dietro le quinte della sentenza che ha fatto sborsare ad oggi circa 700 milioni di dollari alla DuPont per la triste vicenda del teflon, raccontata con sobria ma coinvolgente partecipazione da Todd Haynes

Hey, baby, there ain't no easy way out
Hey, I will stand my ground and I won't back down
No, I won't back down

È curioso che in un periodo come questo, in cui il caso Coronavirus ha monopolizzato l’attenzione mediatica, venga fuori un film come Cattive acque. Una coincidenza che dice parecchio sul mondo in cui viviamo, oltre che in sé stessa essere interessante, dato che pure il film di Todd Haynes riflette un problema analogo, i due fenomeni per certi inquietanti versi sovrapponibili. Lo sono nella misura in cui entrambe le storie, se così vogliamo chiamarle, hanno uno sviluppo tragicamente simile, dal particolare al generale, mediante una parabola che da locale si fa appunto globale.

Cattive acque però non racconta lo sviluppo di un virus, non in senso stretto almeno; la vicenda è quella di un allevatore, Wilbur Tennant, che negli anni ha assistito all’innaturale deteriorarsi delle condizioni del suo bestiame. Qualcosa di spaventoso, con organi ingrossatisi, anneriti, roba che nell’arco di pochissimo tempo un numero spropositato di animali muoiono come se niente fosse. Invano Wilbur chiede spiegazioni alle autorità locali: rimbalzato da tutti gli uffici, ignorato, per anni non si muove una foglia. Finché non scopre che il nipote di una sua vicina fa l’avvocato in un grosso studio, perciò decide di rivolgersi a lui per sottoporgli la cosa. Quell’avvocato è Robert Bilott (Mark Ruffalo), e si dà il caso che da poco è divenuto socio di questa grossa firma; non solo, dato che lo studio legale in questione, uno di quelli grossi, conta tra i suoi clienti la DuPont, la stessa su cui Tennant ha nella sua ignoranza puntato il dito quale possibile colpevole rispetto a questa losca situazione.

In film come Cattive acque di solito non si sta lì tanto a guardare se finalmente il Male, incarnato dal potente di turno, sia esso un politico, un gruppo o una multinazionale, la paghi o meno; specie se si tratta di storie vere, sappiamo che Giustizia non verrà fatta, se non parzialmente. E allora cos’è che ci attrae in queste storie? Credo che per lo più siano le persone, il rapportarsi dei singoli (perché quasi sempre è così) con forze che li sovrastano, e di molto. Il loro cimentarsi in battaglie perse in partenza, ed allora ci si domanda chi glielo faccia fare, quale sia il margine di sconfitta che ritengono accettabile al fine di mettere in gioco la propria esistenza.

Haynes mi pare che intercetti questo leitmotiv, e lo cavalchi al meglio che gli è possibile. La metto in questi termini perché è difficile far trapelare certe cose, entrare fino in fondo nel dramma di queste persone, in un contesto in cui si deve al contempo seguire lo sviluppo di una vicenda legale e giudiziaria, dove perciò si deve pure tenere conto sia di una parte tecnica comunque fondamentale anche e soprattutto ai fini della narrazione, sia perché, al di là di ogni tecnicismo di sorta, concretamente va spiegato cosa sta accadendo, concentrandosi bene sugli snodi più significativi.

Ed è vero che a un certo punto la questione rischia di farsi intricata, uno spaesamento magari involontario ma certamente verosimile, dato che non potrebbe essere altrimenti nell’ambito di un caso in cui la DuPont è riuscita a rinviare per circa tredici anni una sentenza da principio ovvia, verrebbe quasi da dire scontata, a tal punto le prove erano schiaccianti. Ruffalo incarna discretamente la figura di questo avvocato che improvvisamente si ritrova in mano una bomba, e la cui integrità gli suggerisce, anzi gli impone, di non poterla passare a qualcun altro. Non solo. È anche lo scoprire che il problema non è di quel povero cristo la cui vita è stata sconvolta; nossignore, il problema ha portata ben più ampia. Prima nazionale, poi, come si scoprirà alla fine, addirittura globale.

Volutamente sto girando attorno al problema, che ha a che vedere col teflon, ossia quel rivestimento che rende antiaderente le nostre pentole da circa cinquant’anni a questa parte. L’eccellenza degli USA, la prova provata della sua supremazia anche in ambito tecnologico, il teflon è stata la fortuna della DuPont, dunque degli States, che appunto se ne sono potuti servire in funzione del nuovo assetto configuratosi all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale. Il problema è ciò di cui il teflon è composto, ossia del cosiddetto PFOA, una sigla che per decenni non ha detto alcunché: fu Bilott, con le sue indagini, a far scoprire al mondo che si tratta di un composto chimico che risponde al nome di acido perfluoroottanoico. Come spiega un tecnico nel film, si tratta di una lega talmente forte che non c’è verso che un qualunque organismo possa smaltirlo; in parole povere, è altamente cancerogeno.

Nel film, a ragion veduta, certe notizie ci vengono date quasi en passant; come detto, al centro c’è la battaglia di Bilott, che è anzitutto personale, e a più livelli. Il personaggio di Ruffalo deve infatti scontrarsi con tutti: con sé stesso, con la moglie, coi soci ed in generale con l’incredulità di chiunque. La struttura sembra quasi a livelli, ognuno di questi consistente nel superare una prova che comporta il convincere qualcuno: prima, appunto, sé stesso, per poi di volta in volta scontrarsi con la diffidenza, se non il vero e proprio rifiuto, di tutti gli altri. E ciascuno ha i propri motivi per non volere stare a sentirlo, alcuni di convenienza, altri dettati dalla paura; in tutti i casi umanamente comprensibili.

Cattive acque mi sembra peraltro un saggio sulla perdita dell’innocenza, il venir fuori, da parte dei personaggi che si avvicendano sullo schermo, da quella condizione ovattata di estrema ed artificiale sicurezza, per scoprire che il mondo non è un posto così al riparo dai pericoli come sono stati educati a credere. C’è sul finire un breve monologo di Rob che è un po’ il resoconto, verrebbe quasi da dire la morale di tutto, in cui urla alla moglie che no, nessuno in questo mondo ci protegge, specie chi dice di farlo, quelle entità o quelle persone il cui compito sarebbe esattamente questo. Perciò ci si deve rimboccare le maniche e farlo da soli. Detta così sembra un’uscita un po’ naif, concesso, ed è per questo che serve vedere cosa è accaduto prima. Anche perché, qualche minuto dopo, si scopre che l’avvocato Robert Bilott non ha smesso di sbattere la testa, continuando a dare del filo da torcere, per quanto gli sia possibile, a tutt’oggi, sulle note di Johnny Cash a chiudere il sipario.

Voto di Antonio 7

Cattive acque (Dark Waters, USA, 2019) di Todd Haynes. Con Mark Ruffalo, Anne Hathaway, William Jackson Harper, Bill Pullman, Tim Robbins, Victor Garber, Mare Winningham, Bill Camp, Louisa Krause, Kevin Crowley, Ming Wang, Sydney Miles, Scarlett Hicks e Bella Falcone. Nelle nostre sale da giovedì 20 febbraio 2020.

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