Addio a Silvia Monti, moglie di Carlo De Benedetti: è morta a Lugano a 80 anni
È morta ieri, 11 agosto, a Lugano, dove viveva con il marito Carlo De Benedetti, l’attrice Silvia Monti, nome d’arte di Silvia Cornacchia, scomparsa a 80 anni dopo una lunga malattia neurodegenerativa che negli ultimi anni ne aveva segnato la vita lontano dalle scene.Addio a Silvia Monti, attrice riservata del cinema italianoLa notizia della morte
È morta ieri, 11 agosto, a Lugano, dove viveva con il marito Carlo De Benedetti, l’attrice Silvia Monti, nome d’arte di Silvia Cornacchia, scomparsa a 80 anni dopo una lunga malattia neurodegenerativa che negli ultimi anni ne aveva segnato la vita lontano dalle scene.
Addio a Silvia Monti, attrice riservata del cinema italiano
La notizia della morte di Silvia Monti è arrivata dalla Svizzera, da Lugano, città in cui l’attrice viveva da tempo accanto a Carlo De Benedetti, sposato nel 1997. Nata a Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, il 23 gennaio 1946, aveva scelto per il cinema un nome breve, elegante, destinato a comparire nei titoli di alcuni film molto riconoscibili del periodo tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.
Da tempo, secondo quanto riferito dai familiari, conviveva con una grave malattia neurodegenerativa. Una condizione affrontata nel riserbo, lontano dai riflettori e dai richiami di un ambiente che aveva lasciato presto, quasi all’improvviso. Non amava l’esposizione pubblica, almeno negli ultimi decenni. Chi le era vicino la ricordava così: presente, discreta, difficile da incasellare.
Dagli esordi al cinema di genere degli anni Settanta
Il nome di Silvia Monti resta legato a una stagione precisa del cinema italiano, quella in cui commedia, noir, avventura e thriller si incrociavano con grande rapidità, spesso nello stesso anno, sugli stessi set, con attori chiamati a muoversi tra registri diversi. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta lavorò anche con Alberto Lattuada, uno dei registi che seppero cogliere nel volto degli interpreti femminili una miscela di fascino, ironia e inquietudine.
Nel 1971 partecipò a Il corsaro nero, diretto da Lorenzo Gicca Palli, film d’avventura ispirato all’immaginario salgariano. Nello stesso anno comparve in Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci, titolo entrato nel percorso del thriller italiano per il suo tono visionario e per una messa in scena che, allora, fece discutere. Sempre nel 1971 recitò in Giornata nera per l’ariete di Luigi Bazzoni, altro tassello di quel cinema di tensione che riempiva le sale e circolava anche all’estero.
L’anno successivo fu nel cast di Afyon – Oppio, diretto da Ferdinando Baldi, film che si muoveva tra traffici internazionali, azione e atmosfere da spy story. Erano anni di lavoro fitto, con produzioni rapide, set in Italia e fuori, e una richiesta costante di volti capaci di attraversare generi diversi senza restarne prigionieri. Silvia Monti, in quel contesto, trovò uno spazio riconoscibile.
L’incontro sul set con Alberto Sordi e l’addio alle scene
Nel 1974 apparve accanto ad Alberto Sordi in Finché c’è guerra c’è speranza, film diretto e interpretato dall’attore romano, una commedia amara sul commercio delle armi e sulle ambiguità morali del boom economico italiano. Fu una delle sue presenze più ricordate, anche perché arrivò in un momento di passaggio: proprio in quegli anni, infatti, Silvia Monti decise di abbandonare il cinema.
La scelta di lasciare le scene arrivò presto, quando la carriera avrebbe potuto proseguire. Non ci furono, almeno pubblicamente, proclami o fratture rumorose. Solo un passo indietro. Una decisione netta, come accade a volte a chi ha conosciuto da vicino la macchina del cinema e preferisce, a un certo punto, sottrarsi.
Prima del matrimonio con Carlo De Benedetti, Silvia Monti era stata sposata con il conte Luigi Donà dalle Rose, fondatore di Porto Rotondo, località simbolo della Costa Smeralda e della trasformazione turistica della Sardegna nord-orientale. Il matrimonio durò 25 anni e si concluse con il divorzio nel 1994. Tre anni più tardi, nel 1997, arrivò l’unione con De Benedetti, imprenditore ed editore con una lunga storia nell’industria italiana.
Il ricordo della famiglia e la raccolta per la ricerca
A ricordarla pubblicamente è stato anche il nipote Edoardo, che sul sito GoFundMe l’ha definita “una donna unica per bellezza e intelligenza”. Parole semplici, familiari, affidate a una raccolta fondi aperta per sostenere il Centro Dino Ferrari dell’Università degli Studi di Milano e dell’Ospedale Policlinico, realtà impegnata nella ricerca sulle malattie neurologiche e neuromuscolari.
Il riferimento alla malattia, nella raccolta, restituisce una parte degli ultimi anni di Silvia Monti senza trasformarla in cronaca privata. C’è la volontà, piuttosto, di legare il ricordo a un sostegno concreto alla ricerca. Un gesto misurato, coerente con il profilo di un’attrice che aveva attraversato il cinema italiano per un tempo breve ma intenso, scegliendo poi una vita lontana dalle luci.
Resta una filmografia essenziale, concentrata in pochi anni, ma capace di raccontare un’epoca. Silvia Monti fu volto di un cinema popolare e colto insieme, fatto di registi diversi, produzioni veloci, sale piene e storie che oggi tornano spesso nelle retrospettive. La sua uscita di scena, così anticipata, ha finito per renderla una presenza laterale e insieme riconoscibile. Una di quelle figure che il pubblico ritrova in un film del pomeriggio, in una rassegna, in una memoria improvvisa. E si chiede, magari, che fine avesse fatto.