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Cannes 2021, Benedetta, recensione del film di Paul Verhoeven

Ritorno alle origini per Paul Verhoeven, il cui Benedetta, denso e sopra le righe, irriverente ed ammiccante, rimanda a un’altra stagione

In confessione suor Benedetta (Virginie Efira) chiede al sacerdote come si fa a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso; al che il padre risponde che l’unica via è la sofferenza. Nella scena successiva Benedetta decide di procurare questa sofferenza ad una novizia da poco entrata in convento, facendole infilare il braccio in un pentolone d’acqua bollente. La badessa spiega alla più giovane suora che sì, la sofferenza serve eccome, la propria però, non quella inflitta agli altri. Andiamo un altro po’ più avanti: Benedetta comincia ad avere delle visioni, fino a che non spuntano addirittura le stigmate; il suggerimento della madre superiora, d’altro canto, era stato accolto con un certo compiacimento.

Ecco, questa è un po’ la cifra della satira che Paul Verhoeven integra a questo suo ultimo lavoro. Con le poche scene sopra evocate ad essere messo alla berlina è un intero sistema, un’impalcatura di pensiero che nei secoli si è consolidato in qualcosa di più, basato appunto sull’idea che la sofferenza non solo fosse utile, ma dato che, vuoi non vuoi, non c’è modo di evitarla, non andasse nemmeno sprecata. Non dice nulla di nuovo qui Verhoeven, che rimugina con sarcasmo su concetti da principio espressi da Lutero, ossia che non c’entrano nulla sofferenza e sacrificio con la santità, poi successivamente ribaditi, con maggiore suscettibilità, nell’epoca dei Lumi.

Di Benedetta si è tanto discusso dacché si è venuti a conoscenza del progetto. L’idea di due suore lesbiche che si danno da fare in un convento non ha mai smesso di solleticare, ed infatti ci si è trascinati sin qui l’etichetta. Tuttavia quello che ci troviamo difronte è un’operazione più complessa, elaborata ed esplosiva. Il regista olandese dimostra che quella di Elle è stata una parentesi, di fatto tornando a battere su elementi con cui in passato ha già avuto modo di confrontarsi. Non si può, per esempio, non pensare che l’immaginario del contesto in cui è calato Benedetta abbia a che vedere con quello di L’amore e il sangue (1985): un medioevo sporco e arretrato, che qui diventa pure ipocrita.

Eppure non si prende affatto sul serio Verhoeven, ed è questo che lo assolve dall’accusa di voler fare Storia, quando invece da una vicenda del genere il nostro estrapola tutto ciò che gli serve, nella misura di cui ne ha bisogno, per poi riutilizzarlo a propria totale discrezione. Ancora una volta è la donna al centro di tutto; anzi, le donne. Si guardi a come risponde la badessa alla propria figlia spirituale quando quest’ultima non si capacita di come sua madre si presti a certi giochetti, anche a costo di rimetterci la faccia; il personaggio della Rampling, algida e principesca, fa notare come in certi ambienti le cose funzionano così e che lei ne era a conoscenza dal momento in cui ha deciso di dare la vita per questa causa.

La trama vuole Benedetta entrare in convento ancora bambina; diciotto anni dopo, successivamente all’ingresso di Bartolomea (Daphné Patakia), la suora comincia ad avvertire le prime pulsioni. C’è qui quella sorta di puritanesimo inconfessabile, per cui alle prime voglie di Benedetta coincidono le prime visioni. Va a questo punto fatto notare che sulla natura soprannaturale degli eventi il film non è mai abbastanza chiaro; ci si gioca, cercando di cogliere un che di comico ogni qualvolta se ne presenta l’occasione. È evidente che Verhoeven non coltivi alcun timore reverenziale, per cui se per amore di scippare una risata deve sconfinare nella blasfemia, lo fa di buon animo (la scena del fallo di legno, in tal senso, è concepita per essere iconica). Il fatto stesso che quantomeno non venga sgomberato il campo dalla possibilità che si tratti di allucinazioni, spiegabili alla luce di una certa instabilità mentale, è a sua volta indicativo.

È come se Benedetta fosse la trasposizione di un graphic novel, satura, sopra le righe. L’approccio e l’impalcatura sono quelli, la densità delle suggestioni pure. Prima di definire un film come questo bisogna infatti riuscire a scandagliare una coltre molto spessa, all’interno della quale di roba se ne becca parecchia. In primis Verhoeven ha questa palese volontà di saltellare tra più generi, ora horror, ora commedia, col sufficiente distacco di chi ha un’idea precisa e la vuole realizzare, non importa fino a che punto debba calcare la mano.

Tocca però tornare a quanto detto in merito alle donne. Gli uomini di fatto si dividono in due categorie: i creduloni che ritengono di poter esercitare qualsivoglia forma di potere, e quelli che invece lo esercitano davvero. Non bisogna perciò dimenticarsi che le istanze delle donne di Benedetta sono quelle di chi vuole scardinare certi equilibri, e per farlo è disposta alla qualsiasi. Sono donne che hanno osservato come funziona il tutto e che ora intendono far sì che le stesse dinamiche che le hanno tenute fuori dai giochi si ritorcano contro gli uomini al comando.

Speculari sono infatti le figure di Benedetta e la badessa, la cui competizione comincia allorché la logica dominante diventa quella del potere. Quelle che Verhoeven ci propone sono donne forti, libere e disposte a tutto pur di non cedere il passo. Cambiano i temperamenti, quello di Benedetta più impulsivo, a differenza della madre superiora, di gran lunga più riflessiva. Non a caso conflittuale è lo stesso rapporto con Bartolomea, in cui i ruoli si alternano a più riprese, depistando le gerarchie: nel giro di poco la stessa persona da adepta può diventare maestra e viceversa. In un mondo in cui il sotterfugio, l’inganno e la dissimulazione sono gli unici mezzi per ottenere qualcosa per sé stessi anzitutto, beh, l’unica è essere subdoli. Non ci s’inganni infatti, perché in tal senso Benedetta non è tenero con nessuno, anzi, lo squallore morale che tratteggia, senza star lì più tanto a lavorare di fino, rappresenta il brodo in cui macera il tutto. Una ricostruzione da cui però si percepisce un fattore esterno, una forza che agisce ogni singolo personaggio dall’interno; non per nulla troppo sfumata si rivela la distinzione tra chi sono le vittime e chi i carnefici.

Certi passaggi, in particolare le visioni di Benedetta, sembrano quasi ingenue per il modo in cui si cavalca una certa iconografia infantile e anacronistica, nulla a che vedere col rigore del periodo, quel ‘600 di manzoniana memoria, in cui imperversava la peste e si era appena entrati in epoca di Controriforma. Ma come già accennato, questo è per lo più un fumetto. Verhoeven pesca da più parti: l’erotismo alla Borowczyk dei Racconti immorali, per l’epoca un azzardo bello e buono (siamo nel ’74); il tema della possessione, esplorato in lungo e in largo specie nell’ultimo decennio e passa ma che ha come capostipite l’intramontabile L’esorcista; forse persino dai Monty Python del Sacro Graal, reinterpretato sulla base di uno humor di diverso tono.

Come vedete tocca tornare agli anni ’70, a quel Paul Verhoeven, perciò, che muoveva i primi passi in ambito di lungometraggio. Di differente oggi, a parte l’ovvio di mezzo secolo di carriera, c’è l’ambizione e di conseguenza la portata. La voglia di divertirsi e (ri)scoprire il mezzo è con ogni probabilità la medesima, rimodulando ancora una volta la sua ricerca ed orientando il tutto sulla base di quelle poche componenti che ne contraddistinguono la filmografia. Un’opera tanto densa, Benedetta, forse pure troppo, libera e sregolata, il che non sempre rema a favore. Negli occhi beffardi della conturbante, irresistibile Efira c’è la sfrontatezza di un cineasta che non reclama alcunché, poiché ciò che dovrebbe eventualmente reclamare in realtà se l’è già preso. Il finale da psicosi collettiva non si sostanzia in altro modo se non in quel tripudio d’eccessi al quale una parabola del genere non può che pervenire.

Benedetta (Francia/Belgio, 2021) di Paul Verhoeven. Con Virginie Efira, Olivier Rabourdin, Daphne Patakia, Clotilde Courau, Louise Chevillotte, Hervé Pierre, Charlotte Rampling e Lambert Wilson. In Concorso.