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Cannes 2021, A Hero (Ghahreman), recensione del film di Asghar Farhadi

Un nuovo racconto denso di bivi e dilemmi per Asghar Farhadi, che con A Hero sconfina pure sulle dinamiche da social media

Appena uscito dal carcere per una breve licenza (in Iran a quanto pare funziona così per certi tipi di reato), Rahim (Amir Jadidi) si reca subito dal cognato. Non sappiamo ancora né il grado di parentela né di cosa stiano parlando, ma dall’imbarazzo del più giovane intuiamo che ha bisogno di un favore. Rahim è in carcere per non aver restituito quanto gli è stato prestato da Braham (Mohsen Tanabandeh); quest’ultimo potrebbe farlo uscire di galera definitivamente se solo ritirasse la denuncia, ma per farlo deve prima rientrare della cospicua somma che ci ha rimesso. Non è che l’inizio di A Hero.

Asghar Farhadi è un maestro nel costruire questi mosaici in cui il dubbio non sta mai nell’indecidibilità di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; al contrario, se i confini non fossero così netti, probabilmente il suo cinema non funzionerebbe così. No, la virtù sta in come si manifestano questi due opposti, e qui subentrano le sfumature, l’idea che nessuna scelta è senza conseguenze e che non sempre si ha il controllo su questo genere di cose.

Rahim è visto male, ha disonorato la propria famiglia. Non importa che lui stesso potrebbe essere stato vittima di un raggiro, che sia dovuto alla propria incapacità e o a qualcuno che gli ha fatto le scarpe, poco importa. In quei due giorni di libertà però è felice; va ad incontrare la donna che ama, Farkhondeh (Sahar Goldust), s’intrattiene a casa di sua sorella, ma soprattutto cerca disperatamente di trovare una soluzione alla sua provvisoria condanna.

Nel frattempo trova una borsetta con dentro delle monete, ed anziché tenersela decide di restituire il tutto al legittimo proprietario. Non c’è tempo, perciò lascia il tutto alla sorella e appone il numero del carcere nei volantini che distribuisce in giro. La proprietaria si presenta, grata per questo gesto da buon samaritano. Rahim, come detto, è in carcere, perciò ad occuparsene è la sorella. La notizia però raggiunge chi dirige il penitenziario, che non intendono farsi sfuggire quest’occasione: uno di loro convoca infatti immediatamente la televisione; tutti debbono sapere di quale buona azione è stato capace uno dei loro detenuti.

S’innesca in questo modo una catena di eventi contrassegnati da bivi continui; non si ha il tempo di essere investiti da un episodio che ti pone davanti due alternative, che subito si viene catapultati nel dilemma successivo. Il tutto però è oltremodo organico, logica evoluzione di serie di sollecitazioni e scelte che comportano sempre delle ulteriori ripercussioni. Come un sasso lanciato in un acquitrino, che, una volta entrato in acqua, genera una serie di cerchi concentrici che tendono ad espandersi.

A tal fine si rileva essenziale il contributo di Jadidi: viso buono, espressione spaesata, sempre in balia degli eventi, su cui l’unica influenza che pare avere è di segno negativo. Un costante muoversi sulle sabbie mobili di una vicenda che lo vede sconfitto a priori, non importa quanto lui cerchi di rimediare. L’attore iraniano integra in maniera ottimale quei pochi ingredienti che mancano per fare funzionare meglio una scrittura che necessita di essere oliata il giusto, dato che già di suo fila che è un piacere.

Esposto su più fronti, a Rahim s’interessa anche un’associazione che si occupa di raccogliere denaro per aiutare chi si trova in situazioni come la sua: quella somma, di fatto, lo scagionerebbe da qualunque accusa non potendosi il suo creditore, il summenzionato Braham, più rivalere in alcun modo su di lui. È evidente che Farhadi faccia di tutto per farcelo stare antipatico quest’ultimo, fornendolo però al contempo di uno strumento alquanto antipatico: la ragione.

I personaggi di Farhadi sono sempre rotondi, mai a due dimensioni, perché il regista sa che, se è vero che i concetti di giusto e sbagliato esistono e non debbono essere mai equivocate, diverso è il discorso in relazione alle persone, i loro moventi. E qui emergono le sfumature, dettate tanto dalle indoli quanto dalla contingenza. Nessun buono, nessun cattivo, solo uomini e donne capaci di azioni ascrivibili ad entrambe le fattispecie.

Immaginate lo sbalzo emotivo di Rahim, che ora è trattato con un’accondiscendenza persino urtante, per poi un attimo dopo diventare la peggiore persona al mondo. Ed entro quali confini una dinamica del genere si ripropone sistematicamente, con una facilità disarmante? Esatto, era solo questione di tempo prima che Farhadi si occupasse di social media. D’altro canto il tema dello stare in comunità è sempre stato centrale nei suoi film, dunque si trattava di affondare con più decisione sull’attualità per sconfinare i quei lidi.

D’altro canto i processi di esaltazione o biasimo di questi ambienti mutuano almeno qualcosa dalla logica del villaggio, del piccolo centro, in cui tutti sanno tutto e coloro che si pongono al di fuori della norma condivisa viene automaticamente trattato da malato, dunque da elemento da espellere. Questo leitmotiv subentra nella seconda parte di A Hero, non per forza la più solida ma che in qualche modo colpisce di più. In ben due occasioni, Rahim si ritrova a dover fare i salti mortali per far sì che due video, in due diversi momenti, non vengano pubblicati in rete. Nel secondo caso, memore del precedente accaduto, l’eroe viene fuori definitivamente, quando per l’ultima volta capisce che fare la cosa giusta e tentare d’indirizzare la realtà, anche se con buone intenzioni, quasi mai sono la stessa cosa. Dopo Una separazione, il suo miglior film insieme a Il passato.

A Hero (Ghahreman, Iran, 2021). Di Asghar Farhadi. Con Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh, Sahar Goldust, Fereshteh Sadre Orafaiy, Alireze Jahandideh, Sarina Farhadi e Maryam Shahdaei. In Concorso.