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Cannes 2021, Le Fracture, recensione del film di Catherine Corsini

Il dato umano nella Francia dell’era Macron, un Paese segnato dalla profonda instabilità sociale, a questo guarda Le Fracture

I gilet gialli si recano in massa presso gli Champs-Élysées, appuntamento fino a poco prima della pandemia immancabile in questo costante flusso di protesta che ha investito la Francia di Macron quasi dall’inizio del suo mandato. Raphaelle (Valeria Bruni Tedeschi) scrive messaggi d’insulti alla sua donna, Julie (Marina Foïs), che però le dorme accanto. Alla manifestazione di cui sopra si reca pure Yann (Pio Marmaï), un camionista che ha convintamente abbracciato le istanze dei gilet gialli. Tutti finiscono con l’incontrarsi in un pronto soccorso. Le Fracture (la frattura) è perciò una diagnosi che si estende al di là della constatazione medica, riguardando un’intera nazione.

Va detto che a Catherine Corsini non manca l’ambizione, il suo un recipiente dentro il quale la regista vuole farci stare dentro tanto, forse troppo. Inizia come una commedia, prendendo una svolta drammatica a metà strada, ma al di là delle variazioni di registro, fattispecie gestita discretamente, c’è appunto questa esigenza di offrire uno spaccato che non si limiti ad un unico soggetto. Tutti gli archi narrativi confluiscono in quel fiume maggiore che è la descrizione di un status quo; un resoconto che riporta un ambiente in disfacimento, quantunque la Corsini non sia cinica ed anzi metta in chiaro che se tutto non è ancora andato a scatafascio è proprio perché le persone sono ancora migliori delle circostanze in cui si trovano (per quanto ancora?).

L’impressione è che la venatura da commedia sia la soluzione che la regista francese ha escogitato per evitare che venissimo travolti dalla cupezza dell’oggetto in esame, questa graduale e sempre più inesorabile corsa verso il baratro. Rispetto ad alcune componenti del racconto tale presupposto viene assecondato in maniera esplicita, aggirando la metafora solo perché certi episodi fanno effettivamente sorridere (come quando un pesante neon rischia di cadere sulla testa di Yann). In altre occasioni ci si fa un po’ più il giro largo, sempre però restando coi piedi per terra. È questo il caso dell’antagonismo tra Yann e Raphaelle, di estrazione opposta: uno appartenente al ceto basso, l’altra della classe medio-alta. Il discorso a un certo punto vira sulla politica, e sebbene Raf sia imbottita di farmaci e tenda a sproloquiare, è lucida abbastanza per dare addosso al suo interlocutore, dandogli in pratica del fascista solo perché prende parte a certe proteste.

Una semplificazione su cui Le Fracture tende un po’ a sorridere e far sorridere, sfruttando la forte polarizzazione dei giorni nostri solo nell’ottica di un abbassamento dei toni. Una via mediana che a tratti lascia un po’ interdetti francamente, poiché se tutti hanno ragione allora nessuno ha ragione. Certo, alla Corsini interessa il dato umano, le ripercussioni nel quotidiano di questo sfaldamento che sta mettendo a dura prova la tenuta di una collettività come non accadeva dal dopoguerra probabilmente.

Le intenzioni perciò, se ho inteso bene, sono apprezzabili. L’idea è tuttavia che l’impronta più leggera, se vogliamo, tra la solita performance molto pittoresca e in tono maggiore della Bruni Tedeschi e il ripiegare sull’aspetto grottesco in taluni passaggi, tenda a coprire una certa inconsistenza rispetto al discorso che viene fatto. Sono tutti personaggi a cui non si può fare a meno di affezionarsi, o con i quali quantomeno simpatizzare, ma quando Le Fracture tenta di marcare altri territori finisce con il mettere in luce il difetto di cui sopra.

È il caso della scena in cui un’infermiera viene minacciata con una forbice alla gola da un ragazzo uscito fuori dal reparto psichiatrico, così come l’ultima scena, una chiusa estremamente seriosa che cozza con quanto sviluppato nel corso del racconto; come a dire, abbiamo sorriso e scherzato, sì, ma guardate che la situazione è molto più grave di quello che sembra. E se si è avvertito il bisogno di congedarci con un accento del genere, vuol dire che in fondo è la Corsini in primis ad aver avvertito la necessità di chiarire il punto.

Resta nondimeno utile, se non addirittura indispensabile, accendere i fari su questa fetta così consistente di realtà. Se poi non tutto convince rispetto al metodo, altra è la valutazione inerente all’approccio, che fa leva su dinamiche meno divisive dei classici schieramenti, una via da privilegiare e su cui perciò battere. Certamente Le Fracture restituisce una tessuto francese sfibrato a fronte di uno scenario altamente instabile, in cui si evita di scagliarsi contro qualcuno di specifico, mostrando una fiducia nel buon senso delle persone che a tratti riscalda, mentre in altri frangenti continua ad apparire, se non mal riposto, ahimè poco fondato.

Le Fracture (Francia, 2021), di Catherine Corsini. Con Valeria Bruni Tedeschi, Marina Foïs, Pio Marmaï e Aissatou Diallo Sagna. In Concorso.