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Eravamo bambini: le voci dei sopravvissuti alle stragi naziste

Pier Vittorio Buffa, giornalista e autore di saggi storici, raccoglie oggi in “Io ho visto” le testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti agli eccidi nazifascisti in Italia, avvenuti tra il 1943 e il 1945 in borghi, piazze e casolari del Paese, per sottrarre all’oblio una guerra contro i civili rimasta a lungo ai margini della

13 Agosto 2026 20:05

Pier Vittorio Buffa, giornalista e autore di saggi storici, raccoglie oggi in “Io ho visto” le testimonianze dei familiari e dei sopravvissuti agli eccidi nazifascisti in Italia, avvenuti tra il 1943 e il 1945 in borghi, piazze e casolari del Paese, per sottrarre all’oblio una guerra contro i civili rimasta a lungo ai margini della memoria pubblica. Al centro ci sono voci rimaste ferme per decenni, come quella di Alessandro, ragazzo di Borgo Ticino che nell’agosto del 1944 dovette caricare su un carro i corpi dei suoi amici uccisi dai nazisti. “Con queste mani, proprio con queste mani”, avrebbe ripetuto molti anni dopo, incapace per lungo tempo di considerarle ancora sue.

Le mani di Alessandro e la strage di Borgo Ticino

Per anni Alessandro non riuscì a usare davvero le mani. Le guardava, quasi fossero di un altro, e non riusciva nemmeno ad accarezzare la moglie: su quelle dita, nella sua memoria, era rimasto il peso dei corpi dei compagni. Dovevano giocare a bocce, quella sera d’agosto del 1944, nella piazza di Borgo Ticino, in provincia di Novara. Invece li trovò stesi a terra, dodici ragazzi più o meno della sua età, coperti da un lenzuolo dopo l’uccisione da parte dei nazisti.

Li caricò in spalla, poi sul carro, poi sulla scala per portarli al cimitero. Un gesto fatto da adolescente, dentro una scena che nessun adolescente avrebbe dovuto attraversare. Il racconto di Alessandro apre uno squarcio su quella che gli storici hanno definito la guerra nazifascista contro i civili italiani, consumata tra l’8 settembre 1943 e la Liberazione: una scia di violenze, rappresaglie, fucilazioni e incendi che colpì intere comunità, spesso lontano dai fronti militari veri e propri.

“Io ho visto”, le testimonianze raccolte da Pier Vittorio Buffa

Il lavoro di Pier Vittorio Buffa nasce da un viaggio nei luoghi degli eccidi, compiuto insieme a figli, nipoti, fratelli e cugini delle vittime. Ne è uscita la raccolta “Io ho visto”, trenta testimonianze di chi porta ancora nello sguardo l’assassinio del padre, della madre, talvolta di intere famiglie. “Sono parole che non si possono perdere”, ha spiegato Buffa, che ha affiancato al libro anche il sito www.iohovisto.it, pensato per raccogliere nuove memorie e renderle accessibili.

Il punto, qui, non è soltanto conservare ricordi privati. È rimettere al loro posto pezzi di storia italiana rimasti a lungo laterali, quasi sussurrati nelle case e raramente consegnati a una narrazione comune. Le testimonianze hanno spesso il passo del racconto familiare: una piazza, una porta socchiusa, il rumore degli stivali, una madre che spinge via il figlio e gli dice di stare zitto. Frasi minime. Ma dentro c’è tutto.

La guerra ai civili e l’ombra dell’armadio della vergogna

Secondo le ricostruzioni storiche, le vittime civili della violenza nazifascista in Italia tra il 1943 e il 1945 furono circa 15 mila. Una “terza guerra”, accanto a quella combattuta dagli eserciti e alla guerra civile, che colpì paesi come Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Borgo Ticino e molte altre località meno note. In diversi casi, la giustizia arrivò tardi o non arrivò affatto.

Per decenni ha pesato l’occultamento dei fascicoli sulle stragi, i quasi settecento dossier ritrovati nel cosiddetto “armadio della vergogna”, vicenda resa nota anche dall’inchiesta di Franco Giustolisi. Molti procedimenti furono riaperti quando imputati e testimoni erano ormai anziani, altri si conclusero con archiviazioni o senza effetti concreti per i familiari. Tra i casi ricordati c’è anche quello della procura di Stoccarda, che in anni recenti ha archiviato le posizioni di diciassette ex SS coinvolti nell’operatività a Sant’Anna di Stazzema. Per chi aveva atteso una risposta, fu un’altra ferita. Silenziosa, ma netta.

Il dettaglio che resta: una bambola, un vestito, uno spiraglio di luce

Nei racconti raccolti da Buffa tornano immagini simili: la scarica della mitragliatrice, l’odore della polvere da sparo, il sangue, il corpo di una madre che cade sopra un figlio e lo salva, senza volerlo o forse proprio per quello. C’è l’istinto di scappare, bloccato dalla vista di chi prova a correre e viene colpito. C’è anche la lingua degli aguzzini, percepita dai bambini come un suono duro, incomprensibile, rimasto addosso per tutta la vita.

Eppure, dentro quelle memorie, affiora talvolta un particolare diverso: un fazzoletto colorato, una bambola, il vestito buono indossato nel giorno sbagliato. Paola Medri Buffa lo chiama “lo spiraglio di luce”, quel frammento minimo che permette a chi è sopravvissuto di non restare per sempre nel buio della scena. È anche da lì che riparte il racconto pubblico: dai dettagli fragili, dalle parole dette tardi, dai luoghi tornati ad avere un nome. Perché le stragi dimenticate non appartengono solo alle famiglie che le hanno subite, ma alla memoria civile del Paese.