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Fullmetal Alchemist – La vendetta di Scar: recensione del film live-action disponibile su Netflix

La recensione di Blogo di “Fullmetal Alchemist – La vendetta di Scar”, film live-action dal manga di Hiromu Arakawa disponibile su Netflix.

21 Agosto 2022 15:58

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Fullmetal Alchemist – La vendetta di Scar (Fullmetal Alchemist: Final Chapter – The Avenger Scar) ha debuttato su Netflix, trattasi del secondo capitolo di una trilogia ispirata all’omonimo manga scritto e disegnato da Hiromu Arakawa, da cui sono state già tratte due serie tv anime. “La vendetta di Scar” è la prima parte del “Capitolo Finale” della trilogia live-action che si concluderà con Fullmetal Alchemist – Alchimia Finale su Netflix dal 24 settembre. Alla regia di “Fullmetal Alchemist – La vendetta di Scar” ritroviamo Fumihiko Sori (Rocky Joe) del film originale e dei due sequel che Sori ha girato back-to-back.

In “La vendetta di Scar” ritroviamo i giovani fratelli alchimisti Edward e Alphonse Elric (Ryôsuke Yamada & Atom Mizuishi) alla ricerca di un modo per ridare un corpo fisico ad Alphonse, che dopo una trasmutazione umana finita male è diventato nient’altro che un’anima in un’armatura. Nel primo film i fratelli Elric in cerca della leggendaria Pietra Filosofale hanno scoperto una cospirazione degli homunculus, che un po’ come i Replicanti di Blade Runner sono macchine create dall’uomo in cerca di un’umanità irraggiungibile, li vediamo mentre ordiscono un complotto che arriva fino ai vertici militari degli Alchimisti di Stato.

Recensione “Fullmetal Alchemist – La vendetta di “Scar”

In “La vendetta di Scar”, Edward e Alphonse si trovano ad affrontare un vero e proprio serial-killer di Alchimisti di Stato, un sopravvissuto, potente, rabbioso e in cerca di vendetta soprannominato appunto “Scar”, per una riconoscibile cicatrice che gli ricopre il volto.  Questo nuovo misterioso avversario disseminerà cadaveri di alchimisti dimostrandosi un osso particolarmente duro per i fratelli alchimisti. Nel frattempo in città arriva anche un ambizioso principe che insieme alle sue guardie del corpo bracca gli homunculus convinto che celino il segreto per raggiungere l’immortalità. Con la città in subbuglio e brutali scontri che lasciano profonde ferite fisiche e psicologiche, si apre uno squarcio sul passato degli Alchimisti di Stato, legato ad una brutale guerra civile (Ishvalan) che gli Alchimisti hanno stroncato nel sangue, causando un vero e proprio genocidio che scopriremo legato al traumatico passato di Winry (Tsubasa Honda), l’amica d’infanzia dei fratelli Elric.

I fan di “Fullmetal Alchemist” hanno stroncato da subito l’adattamento live-action di uno dei manga e anime tra i più popolari di sempre, il primo live-action aveva davvero troppi difetti e si concentrava troppo sul lato visivo dell’operazione, lasciando un po’ in disparte le dinamiche tra i personaggi e il lato più emotivo della storia, che nell’anime era a dir poco coinvolgente. In questo secondo capitolo si cambia registro, e si nota una certa enfasi proprio dal punto di vista emozionale e delle iterazioni che ne conseguono, che regalano un po’ più di spessore ai personaggi grazie ad elementi che arricchiscono le caratterizzazioni con un mix di sentimenti contrastanti, vedi rabbia irrefrenabile e sistematica e brutale vendetta contro amorevole compassione, perdono impraticabile e dolorosa redenzione. Ryôsuke Yamada ce la mette tutta, ma il suo Edward è il personaggio che fra tutti trasmette meno empatia, in particolar modo se paragonato alla caratterizzazione dello “Scar” di Mackenyu, talentuoso attore americano di origini giapponesi, figlio della leggenda delle arti marziali Sonny Chiba. Mackenyu è noto in patria per i ruoli di Wataya Arata nell’adattamento live-action del manga Il gioco di Chihaya e del villain Enishi Yukishiro nel live-action Rurouni Kenshin Saishūshō: The Final. L’attore è stato inoltre scelto come Roronoa Zoro nella nuova serie tv live-action di One Piece prodotta da Netflix e attualmente in fase di post-produzione.

In conclusione chi ha odiato il primo film non apprezzerà neanche questo, ma non possiamo non notare alcune apprezzabili migliorie, e soprattutto il fatto che questa volta l’ormai rodato comparto tecnologico abbia lasciato il tempo di lavorare su personaggi e storia, dando alla messinscena nel suo complesso una marcia in più. E’ indiscutibile che siamo lontani anni luce dal materiale originale, in questo caso munito di un background e una mitologia di proporzioni epiche; quello che vediamo sullo schermo è di fatto un compromesso tra media che parlano a livello visivo linguaggi differenti (trasporre un manga in un anime sarà più semplice di adattare un anime in formato live-action), quindi vanno bene le critiche anche aspre, ma per i miracoli pensiamo ci vorrà ancora davvero molto tempo. Detto ciò i live-action nascono come ponti tra media e come tali si sviluppano su compromessi, che per le versioni cinematografiche includono il dover parlare ad un pubblico trasversale che va oltre l’appassionato di anime e manga, il che include ulteriori compromessi e nel caso di adattamenti per mercati esteri, il rischio di snaturare e svilire il materiale originale si fa estremamente tangibile. Se pellicole come Space Battleship Yamato, Rurouni Kenshino, Tokio Ghoul e il Death Note giapponese sono esempi virtuosi, altri live-action come Rocky Joe, Yattaman e Kyashan non si sono dimostrati propriamente all’altezza, ma se pensiamo a disastri come gli americani Dragonball Evolution e Death Note, tutto alla fine assume un’altra prospettiva.

Recensione del film “Fullmetal Alchemist”

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Nel corso di un rituale alchemico finito in tragedia, e messo in atto nel tentativo di far resuscitare la madre defunta, Edward Elric ha perso un braccio e una gamba, e suo fratello Alphonse è diventato nient’altro che un’anima in un’armatura. Dotato di arti meccanici (Automail), Edward diventa un alchimista di stato cercando l’unica cosa che in grado di fargli riavere gli arti perduti e ripristinare il corpo di suo fratello…la mitica Pietra Filosofale.

Questo primo film live-action basato sul manga e anime di culto “Fullmetal Alchemist” si presenta come un adattamento visivamente imponente con CG di altissimo profilo, suggestive location di stampo europeo (il film è in parte girato in Italia), e costumi che farebbero la gioia di qualsiasi cosplayer, ma purtroppo come si suol dire non è tutto oro quel che luccica. Per chi non avesse familiarità con il materiale di origine, “Fullmetal Alchemist” segue due fratelli, Edward e Alphonse Elric, che vivono in un universo immaginario in cui l’alchimia è una delle tecniche scientifiche più avanzate ed un’abilità molto ambita. I due sono alla ricerca della “Pietra filosofale” al fine di ripristinare i loro corpi orribilmente danneggiati a seguito di un fallito tentativo di riportare la loro madre in vita usando alchimia proibita (questo è il motivo per cui l’anima di Alphonse è costretta in un’armatura).

Il regista Fumihiko Sori dal punto di vista visivo dimostra una certa sicurezza nel maneggiare un complesso mix di live-action e CG, era dai tempi di Space Battleship Yamato che non vedevamo effetti visivi di così alto profilo in un live-action giapponese. Sori ha diretto il live-action del 2011 Rocky Joe e l’anime Dragon Age: Dawn of the Seeker basato sull’omonima serie di videogiochi. E ora dopo esserci rifatti gli occhi veniamo al sodo, e cioè al punto dolente dell’intera operazione, la narrazione e i personaggi. Chi scrive ha apprezzato più la serie anime originale che “Brotherhood”, anche se quest’ultima è materia prima per puristi poiché segue fedelmente il manga originale. Bisogna ammettere che ritrovarsi a condensare i 27 volumi del manga di Hiromu Arakawa e i 115 episodi delle due serie tv anime non deve essere stata una passeggiata, e purtroppo nonostante entusiasmo e passione nell’approcciare il progetto, il materiale originale ne esce con le ossa rotte, e anche per chi non è un fan irriducibile del manga e magari ha visto di sfuggita l’anime, il film si trascina con fatica per due ore, e se togliamo un incipit che promette azione che poi non mantiene, e un finale che finisce a tarallucci e vino, a fine visione si finisce per scontentare sia il fan, che lo spettatore occasionale. Uno degli errori più grossolani che si percepiscono sin dalle prime immagini è la scelta degli attori, magari un casting più accorto avrebbe indorato la pillola e spostato l’attenzione da una storia davvero poco coinvolgente.

Tolti dall’equazione il bravo Ryuta Sato (Maes Hughes), la sensuale “mistress” Lust di Yasuko Matsuyuki, l’affamato Gluttony di Shinji Uchiyama (un tantino posticcio ma divertente) e l’armatura “Alphonse”, il resto come si suol dire è tutto da rifare a partire dal protagonista, l’idol Ryosuke Yamada, che manca del carisma e della grinta necessari a caratterizzare Edward Elric. Purtroppo su schermo latitano anche lo spaesato Envy dell’attore e modello Kanata Hongō, una Honda Tsubasa (Winry) davvero troppo ammiccante e Fujioka Dean capace di trasformare un personaggio carismatico come Roy Mustang in una mera comparsa. Il live-action di “Fullmetal Alchemist” risulta troppo concentrato a costruire un mondo credibile dal punto di vista visivo, e finisce per dimenticare il cuore della creazione di Hiromu Arakawa rappresentato da personaggi, dinamiche e caratterizzazioni che hanno conquistato milioni di fan in tutto il mondo. In conclusione nonostante l’impegno profuso e l’impatto estetico di altissimo profilo, questo adattamento ha purtroppo l’inconfondibile sapore amaro di un’occasione perduta.

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