Kapitan Volkonogov bezhal, recensione del film di Merkulova e Chupov

Non tutto quadra in Kapitan Volkonogov bezhal (Il capitano Volkonogov è scappato) nonostante certe sue provocazioni appaiano urgenti e puntuali

Dopo aver scoperto che i suoi stessi colleghi sono in procinto di accusarlo, Fedor Volkonogov (Yuriy Borisov), capo del servizio di sicurezza nazionale, preferisce scappare prima di essere catturato e interrogato. Conosce i metodi, sa che, una volta preso, nessuno riesce a resistere abbastanza da non ammettere qualunque cosa gli agenti vogliano che tu ammetta. Kapitan Volkonogov bezhal (Il capitano Volkonogov è scappato) è il resoconto di questa fuga, dei motivi che l’hanno indotta e di come possa giungere al termine. Se infatti i motivi per cui il capitano scappa li risiedono appunto nell’accusa di aver commesso un crimine, resta da capire quale sia il suo obiettivo da lì in avanti. Un suo ex-collega, ucciso perché sospettato di essere coinvolto con Volkonogov, risorge letteralmente dai morti per comunicargli di essere finito all’Inferno, e che tale destinazione attende pure lui, il capitano. Tuttavia quest’ultimo ha ancora una possibilità: se riuscirà a farsi perdonare da almeno uno dei cari di coloro che ha torturato e ucciso, allora andrà in Paradiso.

Ci troviamo quindi dinanzi a un thriller dalle venature mistiche, sebbene il film diretto a quattro mani da Natasha Merkulova ed Aleksey Chupov sia per lo più sfuggente, palesemente refrattario a farsi confinare dentro una o più categorie. La tensione descritta poco sopra, per dirne una, non rappresenta un registro sul quale s’indulge; è un po’ il punto di rottura, l’intervento del tutto inaspettato che catapulta il film su un altro piano, e, seppure da quel momento la traccia in questione non potrà più essere accantonata, il suo aleggiare è sempre discreto, tanto da dare persino modo di dubitare. Chi lo sa… magari Fedor, esposto e sotto pressione, può aver avuto un’allucinazione. D’altro canto i non pochi flashback che ci descrivono l’attività del capitano prima di essere a propria volta braccato sono piuttosto eloquenti: la sua era una squadra di boia e torturatori, gente addestrata per commettere i crimini più indicibili, con una naturalezza disarmante.

Il resto consiste nel passare in rassegna i familiari delle vittime, così come indicate nella cartella che Volkonogov ha sottratto da un archivio del quartier generale. Un espediente che ha un suo perché: nessuna esercitazione o esecuzione sommaria c’informa dell’entità del Potere quanto l’accostarsi alla connivenza, nella migliore delle ipotesi alla totale soggezione dei civili. L’esempio lampante è quella del padre di una vittima, anziano, che nel giro della stessa conversazione recita più parti, modulando le proprie reazioni a seconda del feedback del capitano; quando l’uomo capisce che Volkonogov è serio non resta che fare una cosa e una soltanto, ossia tramortire il traditore e consegnarlo alle autorità.

Lo scenario è desolante, contrario alla vita. I cittadini sono degli automi, tagliati fuori da tutto ciò che il Poter non vuole che loro facciano, dicano o pensino. Qui Kapitan Volkonogov bezhal si muove evidentemente nell’ambito della distopia, impressione acuita da alcune scelte precise, che tendono a smorzare il realismo del contesto, a partire dal vestiario, delle tute pesanti, rosse, e dei cappotti in simil-plastica. D’altra parte non si opta certo per la verosimiglianza, anzi, come sovente accade con certo cinema russo dell’ultimo decennio, ci si muove sempre sul filo dell’inverosimile, frutto di un’assimilazione alquanto peculiare di taluni elementi cardine del Postmodernismo, che non poco incide su come il film è strutturato e raccontato.

Certo, non tutto torna, e Kapitan Volkonogov bezhal qualche cedimento la fa registrare, quantunque al suo cuore una certa vitalità sembri esserci. Una forza, però, che in nessun caso riesce ad essere sprigionata a dovere, restando in potenza. Se infatti il discorso politico tutto sommato si rivela in maniera interessante, meno incisivo il film si mostra in rapporto al seppur secondario, ma non per questo marginale, tema, cioè quello inerente al soprannaturale. Sembra addirittura che la traccia in questione sia più un gioco, uno scherzo al quale dunque né i registi né il protagonista credono fino in fondo. Una scena in particolare potrebbe avvalorare tale affermazione, ossia quella in cui il marito di una vittima dice a Fedor che sarebbe disposto a perdonarlo solo se omaggiato di un’altra bottiglia d’alcol: allora il nostro s’allontana, si presenta da una tizia che sta bevendo, le punta una pistola e si fa dare la sua di bottiglia – anche questo è parecchio postmoderno, e lo è nella misura in cui due cose contrarie possono coesistere senza alcun detrimento per ciascuna delle due.

Contraltare della scena appena menzionata c’è quella in cui Fedor pulisce un’anziana signora ridotta in fin di vita, in un impeto di umanità che effettivamente colpisce, così come, malgrado in tono minore, non lascia indifferenti la scena in cui il capitano va a trovare la sua dolce ancorché sconsiderata ragazza. Kapitan Volkonogov bezhal matura in un ambiente particolare, con dietro un retaggio delicato, con cui la Russia odierna non ha ancora fatto i conti fino in fondo, posto che sarà davvero possibile uscirne. Se con altri film di quell’area però si ha spesso l’impressione di non essere riusciti ad intercettare neanche la maggior parte dei riferimenti di cui di solito i cineasti russi riempiono i loro lavori, magari persino inconsapevolmente, qui, pur tenendo in debita considerazione la possibilità di aver perso qualche elemento in corso d’opera, si avverte, al contrario, che Merkulova e Chupov abbiano esaurito buona parte del loro discorso nell’immediato di ciò che si vede, in quell’azione né convulsa né, al contrario, meditativa, che però pone domande terribili. In primis, ci sarà mai pace per i carnefici? Di solito, non a torto, ci si preoccupa delle vittime, ma l’invito implicito ad occuparsi anche dell’altra parte è di per sé una provocazione piuttosto intelligente. Tocca capire se e come sia possibile arrivarci, a perdonare chi si è macchiato dei crimini più efferati. Specie a fronte di una cultura che va sempre più svuotando, dunque snaturando, il concetto di misericordia.

Kapitan Volkonogov bezhal (Russia/Francia/Estonia, 2021) di Natasha Merkulova ed Aleksey Chupov. Con Yuriy Borisov, Timofey Tribuntsev, Aleksandr Yatsenko, Nikita Kukushkin, Vladimir Epifantsev, Anastasiya Ukolova, Natalya Kudryashova, Dmitriy Podnozov, Viktoriya Tolstoganova, Yuriy Kuznetsov e Igor Savochkin. In Concorso.

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