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L’amore in teoria, recensione: il romanticismo ai tempi della Gen Z

Dopo Tre metri sopra il cielo, Luca Lucini entra in top 10 su Netflix con L’amore, in teoria: una rom-com delicata che parla ai ventenni di oggi

30 Settembre 2025 10:16

L’amore in teoria, l’ultimo film di Luca Lucini (Tre metri sopra il cielo, Mameli) appena uscito su Netflix, è uno di quei film che si guardano con il sorriso e si lasciano alle spalle con una sensazione di benessere. Non chiede sforzi e non pretende di reinventare la commedia romantica, al contrario la frequenta con garbo e in alcuni punti lascia anche il segno.

Al centro c’è Nicolas Maupas, che conferma di essere uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Il suo protagonista è un ragazzo normale, timido quanto basta, capace di esprimere vulnerabilità senza trasformarla in posa. È grazie a questa misura – e alla naturalezza con cui veste il personaggio – che il film trova la sua temperatura: accogliente, adatta a un pubblico generalista in cerca di una storia pulita, contemporanea e sentimentale il giusto.

Di cosa parla L’amore, in teoria: la trama

Non faremo spoiler ma la trama del film è semplice quanto interessante. Segue un ventenne alle prese con il suo primo amore “serio” e con l’idea – tutta da verificare – di cosa significhi essere una coppia oggi. Diviso tra l’università, qualche lavoro provvisorio e le amicizie (che sono la vera bussola, come nella realtà), il protagonista incrocia due visioni dell’affettività. Da un lato l’innamoramento idealizzato, quello per cui la linea tra essere disponibile ed essere uno “zerbino” è labile, dall’altro l’incontro del tutto casuale con chi lo spinge a rimettere in discussione principi e priorità.

La narrazione procede per piccoli inciampi e ripartenze, alternando leggerezza a momenti di scoperta, fino a delineare un percorso di crescita in cui teoria e pratica dell’amore imparano, passo dopo passo, a parlarsi.

La scrittura privilegia i dialoghi diretti, il ritmo è scorrevole, le situazioni sono riconoscibili (università, lavori saltuari, case condivise, social che filtrano le emozioni) e la messa in scena cerca un realismo dolce ma mai smielato. Il regista di quel Tre metri sopra il cielo che, volente o nolente, è stato un cult per un’intera generazione, ha imparato negli anni a smussare gli eccessi melodrammatici e a privilegiare il respiro della quotidianità. Qui orchestra il racconto con mano ferma, puntando su scene brevi e incisive, e soprattutto una colonna sonora che accompagna senza invadere. Ad accompagnarci nel viaggio alla scoperta dell’amore, infatti, non poteva che esserci la voce di Tananai.

Nicolas Maupas è il ventenne perfetto per delineare una generazione

Che Nicolas Maupas fosse in ascesa era chiaro già da un po’ ed è bello trovarlo sempre più spesso in TV e al cinema. In attesa di rivederlo in autunno nella nuova stagione di Un Professore, qui lo vediamo dare spessore a un personaggio che, per scrittura, risulterebbe anonimo. Il suo Leone funziona perché a dargli corpo e anima c’è lui, che con la sua bravura riesce a bypassare il macchiettismo del “bravo ragazzo” per concedersi impacci e scarti realistici.

l'amore in teoria
L’amore, in teoria: Nicolas Maupas e Martina Gatti

È un modo di stare in scena che restituisce credibilità a un percorso di crescita semplice, capace di parlare tanto ai più giovani quanto a chi guarda l’amore con qualche cicatrice in più. Il controcampo del film è un cast coeso, che gli lascia spazio e lo sostiene, da Martina Gatti a Caterina De Angelis, da Gianluca Di Gennaro a Francesco Colella. Menzione speciale per Francesco Salvi: il suo Meda regala perle di saggezza e risate agrodolci.

La regia di Luca Lucini e quella voglia di spiegare i giovani ai giovani

Richiamare 3MSC è inevitabile, ma in qualche modo fuorviante: quello era un racconto di adolescenza tempestosa, questo è un film di formazione sentimentale più delicato. Lucini qui non ha smanie di eccesso, al contrario gioca su una storia che potrebbe essere quella di molti giovani di oggi se solo non fosse così didascalica. La macchina da presa resta vicina ai volti e ai gesti, cerca la verità nei piccoli scarti – un’esitazione, un silenzio, una frase non detta – e costruisce così un linguaggio dell’intimità che fa bene al film.

Nella seconda parte, però, quando il racconto avrebbe bisogno di affondare la lama, la sceneggiatura (di Gennaro Nunziante, ndr) preferisce la via più comoda. Alcuni comprimari restano figure funzionali (l’amica idealista, il padre comprensivo, l’antagonista un po’ caricatura), mentre i conflitti si risolvono con una facilità che toglie spessore all’arco emotivo delineato nella prima parte del film.

La rappresentazione dell’amore “Gen Z”, dove le chat, le stories, i post, sostituiscono i discorsi e le dichiarazioni, è acuta in certi passaggi ma tende a ricalcare un immaginario già noto. Di nuovo i social fanno da cassa di risonanza, l’attivismo è un’etichetta stereotipata, la precarietà un contesto obbligato. Sono elementi che funzionano sul momento, ma raramente bucano lo schermo per restare.

L’amore, in teoria e la fragilità dei primi sentimenti

Il titolo suona come una dichiarazione d’intenti, l’amore, prima ancora che pratica, è un campo teorico in cui misuriamo principi, desideri, paure. Il film abita questa soglia con un approccio gentile, quasi pedagogico, e sceglie di raccontare lo sforzo – tenero, imperfetto – di mettere d’accordo ciò che si pensa con ciò che si prova. Qui il racconto trova le sue pagine migliori, ovvero quando smette di inseguire il “modello generazionale” e si concentra su dettagli minimi, gesti timidi, sguardi che ci ricordano com’è fragile la prima volta in cui si dice “mi piaci”. In quei momenti la leggerezza non è semplificazione, ma stile.

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L’amore, in teoria: il cast

È un merito, soprattutto per un prodotto che punta a un pubblico ampio. Ma proprio questa fluidità, a tratti, toglie aria alla complessità e i dilemmi morali vengono accennati più che indagati, i desideri cambiano corsia con troppa rapidità, il sottotesto sociale resta cornice e raramente diventa tema. Si ride con misura, ci si intenerisce, si parteggia: tutto giusto. Manca però quel graffio che trasformi una storia ben confezionata in una storia necessaria.

Un bilancio onesto: perché dovremmo vedere L’amore, in teoria?

Semplice: perché è una rom-com calorosa, capace di tenere compagnia senza far sbadigliare, di toccare corde riconoscibili senza manipolarle. Non è certo un film che resterà come pietra miliare del genere, e non lo pretende. Manca l’affondo psicologico, qualche figura è troppo di cartone, la visione dei sentimenti dei ventenni di oggi resta – in più punti – stereotipata. Ma l’insieme regge e Nicolas Maupas illumina ogni scena in cui entra. Insomma, è perfetto per chi cerca una storia “comfort” per allietare le serate autunnali con un pizzico di dolcezza in più.