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Monte Hellman, muore a 91 anni il regista indipendente americano

Se ne va uno dei registi di riferimento del cinema indipendente americano, lasciandosi dietro una carriera difficile da catalogare

Qualche anno addietro un redattore di Mubi andò a intervistare Monte Hellman, che nella sua casa di Los Angeles affittava una camera via Airbnb. Alla domanda: «hai visto niente di nuovo ultimamente?», la risposta è fu: «incompentenza». «Solo quella?», incalzò l’intervistatore, al che il noto regista rispose che l’unica cosa degna di nota vista di recente fosse The Counselor di Ridley Scott, purché fosse la Director’s Cut, ché la versione per la sala era inguardabile. L’intervista risale al 2017, mente il film di Scott uscì nel 2013. È morto ieri, all’età di 91 anni.

Dev’esserci un legame, per quanto sottile, tra la longevità di Monte Hellman, a parere di chi scrive invidiabile, e questa capacità di stiracchiare il tempo. Mi si conceda un ultimo appiglio all’intervista summenzionata: alla fine Hellman sottopone al suo interlocutore due film, e quest’ultimo elabora nel pezzo una considerazione illuminante a riguardo. Sono infatti film che esistono nel momento, che si prendono il loro tempo. Mostrano ma non dicono, perciò tendono a dilatarsi.

Nel 2010 la Mostra di Venezia volle omaggiarlo con un premio «per l’insieme dell’opera», contestualmente alla proiezione del suo ultimo film, Road to Nowhere. Quell’edizione lì a presiedere la Giuria c’è Quentin Tarantino, il quale pare abbia influito su tale riconoscimento, lui che da Hellman ricevette una grossa mano ai tempi della produzione de Le iene (1992), del quale fu appunto produttore esecutivo.

Un asso del cinema indipendente americano, entro i cui confini si è sempre mosso. Girava in fretta, girava con poco, non è un caso che il suo di cammino s’incrociò presto con quello di Roger Corman; a riguardo ebbe a dire che faceva il massimo con ciò che aveva disposizione. I Cahiers du Cinema ebbero a dire di lui che fosse il più dotato regista americano della sua generazione. Tra i suoi film, quindici in totale, ne citiamo giusto quattro, i più noti diciamo: a parte l’ultimo, presentato al Lido undici anni fa, vale senz’altro la pena ricordare La sparatoria (1966), Strada a doppia corsia (1971) e Cockfghter (1974). Chi scrive conobbe Hellman proprio in relazione a quest’ultimo film: si trattava di un periodo in cui ero immerso nella lettura di tutto ciò che avesse pubblicato Charles Willeford, e fu scontato scoprire quali dei suoi romanzi fossero stati trasposti sul grande schermo. Cockfighter è uno di questi. Peraltro, nota a margine, Tarantino il pulp l’ha tratto proprio da Willeford.

Oltre ad affittare camere, Hellman era professore presso il California Institute of the Arts. Non tutti sanno che fu però anche regista di seconde unità, come nel caso di Robocop (1987). Lui che è sempre stato considerato un outsider, uno che combatteva il sistema da fuori, anni fa ebbe a chiarire l’equivoco, o quantomeno ad aggiustare il tiro, chiarendo di essere sempre stato in realtà un mestierante: «solitamente ho accettato qualunque proposta di lavoro mi venisse fatta». Quando i miti vengono sfatati da chi ne è oggetto, il risultato che si ottiene è rendere quel mito ancora più solido e fondato.