Parthenope, di cosa parla il film di Paolo Sorrentino e perchè non ha vinto ai David di Donatello
Il film di Paolo Sorrentino è una storia che evoca immagini e simboli potenti, ma non ha avuto fortuna ai David di Donatello. Ecco di cosa parla Parthenope e perché non ha vinto.
Inutile nascondersi: Paolo Sorrentino e il suo Parthenope sono i grandi delusi di questa edizione del David di Donatello. Difficile non esserlo quando 15 nomination non si traducono in un solo premio. Peraltro parliamo di uno dei registi più premiati della storia dei David, capace di conquistare due statuette con Le conseguenze dell’amore e È stata la mano di Dio.
La parte del leone ai David 2025 l’ha fatta invece Vermiglio, che già aveva sorpreso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Il film di Maura Delpero ha vinto ben 7 David, risultando di gran lunga la pellicola più premiata. Parthenope invece è rimasto a bocca asciutta, malgrado fosse dato tra i favoriti della vigilia insieme a Berlinguer. La grande ambizione. Ma di cosa parla il film di Sorrentino e perché non ha vinto ai David di Donatello?
Parthenope, di cosa parla il film di Paolo Sorrentino
Il film di Paolo Sorrentino racconta la vita di Parthenope, donna che condivide il nome con la leggendaria sirena associata alla fondazione di Napoli, qui interpretata invece come una figura reale e contemporanea. La vicenda esistenziale di Parthenope si sviluppa a partire dal 1950, anno di nascita della protagonista della pellicola (con Celeste Dalla Porta nella parte della Parthenope giovane e Stefania Sandrelli in quella da adulta).

Tutto il film segue dunque la vita di Parthenope, dalla nascita fino alla vita adulta. Parthenope viene partorita in mare a Napoli, nel 1950, nelle acque del quartiere Posillipo. E della sirena la protagonista ha senz’altro il fascino alieno e conturbante. Bella, sensuale e disinvolta, fin da giovane la ragazza ammalia chiunque. Nel corso del tempo ai suoi piedi cadono ai suoi piedi amici, artisti, scrittori omosessuali, boss della camorra e perfino alti dignitari ecclesiastici.
La sua traiettoria esistenziale si incrocia con donne bellissime quando tenta la via del cinema con dive in declino come Flora Malva (Isabella Ferrari) e Greta Cool (Luisa Ranieri). Parthenope non si fa mancare nemmeno l’incontro con i bassifondi della Napoli malfamata frequentata da boss della camorra come Roberto Criscuolo, del quale rimane incinta (finendo per abortire il figlio).
Il cammino della giovane Parthenope si interseca pure con il sentiero del sacro, peraltro ben immischiato con le vie del profano, fino a coinvolgere un prelato certo non irreprensibile come il cardinale seduttore Tesorone (nome che è tutto un programma) e il miracolo del sangue di San Gennaro.
Chi (o cosa) rappresenta Parthenope?
Alla fine l’unico uomo con cui Parthenope ha una relazione puramente platonica è Devoto Marotta (Silvio Orlando), tormentato professore universitario di Antropologia che si rivela per lei una figura paterna e del quale segue le orme diventando prima ricercatrice e poi affermata docente a Trento. Quella che doveva essere solo una parentesi la porta nel profondo Nord, lontano da Napoli per molti anni, senza mai legarsi a nessuno.

Solo a fine carriera accademica, da donna ormai matura – e non senza rimpianti, a cominciare dalla maternità a cui ha rinunciato -, conclude la sua personale odissea ritornando nella sua Itaca all’ombra del Vesuvio. Qui, accanto all’inevitabile riaffiorare di ricordi dolorosi e nostalgie, Parthenope in qualche modo sembra riconciliarsi finalmente con la città, anche nei suoi aspetti più folkloristici e popolari, sorridendo felice davanti a un gruppo di tifosi impegnati a festeggiare la vittoria del terzo scudetto.
Come si può capire da questa velocissima carrellata, i temi toccati dal film di Sorrentino riguardano l’essenza, l’anima profonda di Napoli. Parthenope, sirena sfuggente e enigmatica, irrisolta e piena di contrasti, in fondo è un’allegoria della città del Vesuvio, con il suo fascino senza tempo e le sue contraddizioni. Una combinazione inestricabile di mito, sacro, profano. Ma ci sono anche l’arte, lo sport, la malavita con i suoi rituali – osceni e tribali – di pacificazione tra famiglie criminali.
Da sempre però il destino di Napoli è legato alla cultura, ai massimi livelli in tutti i campi del sapere. Proprio il legame tra Parthenope e il sapere mostra che Sorrentino non ignora affatto che il mito della sirena è legato a doppio filo al desiderio di “sapere più cose”. Un desiderio (quello dell’onniscienza) a tal punto irresistibile, come ben sapeva Ulisse, da portare a trascurare tutto della vita, a partire dagli affetti familiari, per inseguire il sogno di un sapere assoluto che finisce per schiacciare ogni dimensione sociale e civile.
Perché Parthenope non ha vinto ai David di Donatello
Parthenope insomma tocca corde profonde e lo fa, come d’abitudine nei film di Sorrentino, attraverso un potentissimo immaginario simbolico (dominato in questo caso da elementi primordiali come il sangue e l’acqua) e scene molto forti o decisamente surreali.
Pensiamo, tra le tante, soltanto al suicidio di Raimondo, il fratello maggiore di Parthenope che nutre per lei un interesse morboso e malsano (un po’ come gli uomini che nel mito si gettavano tra le braccia delle sirene fino a morirne) e si butta dalla scogliera di Capri quando capisce di non poter amare altre donne che non siano la sorella.

La tragica morte del fratello crea una frattura insanabile tra Parthenope e i genitori (che la incolpano per la morte di Raimondo) . Il che la spinge, dilaniata dai sensi di colpa, a chiedere a Marotta di laurearsi con una tesi sul suicidio. Un altro momento “critico” è sicuramente l’invettiva contro Napoli lanciata da Greta Cool.
È un passo del film che, secondo le stesse parole del regista, «parla di quanto i napoletani siano lamentosi, si compiangano e danno sempre la colpa a qualcun altro delle loro disgrazie, il che in parte è vero». Poi aggiunge: «Io penso queste cose ma anche il loro contrario. Napoli è una città dalle molte contraddizioni. Tutti i napoletani la amano e poi sono subito pronti a criticarla, è un po’ una caratteristica del napoletano secondo me».
Un film che tocca corde sensibili
Insomma: il film di Sorrentino tocca nervi scoperti dell’anima napoletana. Fa impietosamente emergere un quadro di ombre commiste a luci. Parthenope è un affresco colorato di miserie e grandezze. La trama spazia tra arcaico e moderno, in un mondo dove tragico, grottesco e ironico si intrecciano costantemente col sanguigno e il viscerale. L’effetto è dirompente e, di conseguenza, anche fortemente divisivo.
Molto apprezzata per la potenza evocativa delle immagini, la pellicola suscita reazioni contrastanti. E questo sia per quanto riguarda il messaggio che per le scelte stilistiche (a volte accusate di manierismo). È il destino e la grandezza tragica dei grandi sconfitti. Del resto, come diceva Flaiano, «il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso».