Spencer, recensione del film di Pablo Larraín

Variazione sul tema esposto in Jackie, Spencer rappresenta un tentativo più fumoso ed aleatorio da parte di Pablo Larraín

A bordo della sua Porsche, Diana (Kristen Stewart) si perde nella campagna britannica. Pablo Larrain introduce il suo Spencer in tono trasognante, lirico quasi. Lady D che entra in un locale per chiedere informazioni da una parte; la scrupolosa preparazione della cena della Vigilia di Natale presso la tenuta della Regina. Queste prime sequenze, oltre che essere programmatiche, costituiscono la didascalia sulla quale poggia l’intera impalcatura del film.

L’insofferenza della principessa, moglie di Carlo, è tale che ogni minima pressione, anche la più leggera, ogni etichetta, anche la meno gravosa, innesca una reazione dalla quale il rischio è di non risollevarsi. Spencer si focalizza su questa tre giorni (24, 25 e 26 dicembre), che, come da tradizione, vanno trascorsi tutti insieme, la famiglia reale al completo, secondo riti e usanze specifiche. Un discorso di per sé francamente debole, almeno così per come è impostato, che quasi in nessun frangente riesce a penetrare la condizione d’instabilità della sua protagonista.

Per Diana ripetere sempre le stesse cose rappresenta una violenza, una limitazione della propria libertà; senonché Larraín fatica non poco a lasciare che il disagio emerga, a tal punto è ondìvago il modo in cui il tutto viene delineato. Si tenta persino di conferire consistenza al ritratto riversandosi nell’horror, tra allucinazioni e pene auto-inflitte, sebbene nulla di grafico, al fine di sopperire a quanto manca nella sostanza con uno slancio stilistico e visuale più brillante, effettivamente nelle corde di Larraín, che anche su ‘sto fronte adotta alcune scelte discutibili, come il tenore della fotografia, acuendo un senso d’irrealtà quasi grottesco per il patinato richiamo a certe pubblicità degli anni ’90, con quello scarso contrasto teso a ripeterci che il racconto si muova su binari differenti dal mero resoconto storico. Nemmeno la musica di Jonny Greenwood riesce a sublimare tutto ciò.

Un difetto di prospettiva che rema contro la resa del film, vissuto nella testa della sua protagonista, qui ridotta a ragazzina capricciosa, finanche leggera se vogliamo, altro rispetto all’icona che ci è stata consegnata. Se in Jackie l’operazione di avvicinamento di un personaggio complesso come la moglie di JFK si rivelò azzeccata e proficua, qui non si riesce ad individuare la medesima chiave mediante cui metterci in contatto con un non meno controverso personaggio. Il lavoro teso a smitizzare quell’aura che la stessa diretta interessata cercò a più riprese di ribaltare, è per lo più infruttuoso.

A un certo punto viene addirittura da chiedersi se a Larraín interessi davvero raccontare questa storia, tale è la vaporosità di quanto avviene sullo schermo. Un’inconsistenza che si cerca di dissimulare con l’espediente del talento, ma è chiaro che qui il regista cileno abbia per lo più le mani legate, come se dovesse attenersi ad uno spartito che gli consente poche libertà e in relazione a fattispecie che non possono spostare l’ago della bilancia. L’idea alla base, proprio, di questa giovane e avvenente donna, prigioniera in un castello, dal quale nessun principe la salverà, presta il fianco a criticità.

Spencer è un film che scorge nella donna la vittima per eccellenza, una creatura debole, anche là dove occupi posizioni di potere (per dire, la Regina Elisabetta è in fin dei conti essa stessa vittima del suo ruolo). A tratti si ha l’impressione di trovarsi dinanzi ad uno sfogo giovanile contraddistinto da quell’impeto ribelle per partito preso, per sua natura distruttivo, verso tutto ciò che ha a che vedere con l’autorità. Non importa quanto sia famoso il personaggio: dei suoi moventi qualcosa va detta o quantomeno filtrata. Mettere sui due lati della bilancia la rigidità di un mondo fatto di codici e convenzioni, e l’ordinarietà di una nobile che è anche figlia del proprio tempo, è una scommessa persa in partenza.

Questa cronaca sfuggente, fin troppo consapevole nel rifiutare una certa sistematicità, è davvero troppo poco. Come se si pretendesse di risolvere la questione dicendo che Diana voleva essere sé stessa ma un intero sistema, che l’aveva fatta prigioniera, non glielo permise. Il livello del discorso ahimè è questo, e Larraín (suggerito evidentemente da Steven Knight, il che sorprende ancora di più) non intende alzare l’asticella, anzi. Il riferimento ad Anna Bolena, per dirne uno, oltre che sparato in faccia, lo si rende pure ridondante, non bastasse di per sé il ricorso al parallelo tra le due donne, a partire da un libro che viene fatto trovare a Diana nella sua stanza, il cui titolo definisce la Bolena una martire.

La Stewart, da par suo, si limita ad appiattirsi su tali presupposti, sebbene, parlata britannica a parte, non le si poteva certo chiedere di colmare così tante lacune. Viene da pensare a un film passato alla Mostra qualche anno fa, ossia Madre! di Darren Aronofsky. Analoghe erano talune suggestioni, se non altro alcune premesse: l’entrare nella testa della sua protagonista e da lì osservare il tutto. La differenza è che lì Aronofsky potè concedersi di giocarsela fino in fondo, esagerando. Spencer, al contrario, è uno strano ibrido, che tenta di rivisitare uno schema classico senza potersi però sporgere più di tanto fuori dal proprio recinto.

Spencer (Germany, Regno Unito, 2021) di Pablo Larraín. Con Kristen Stewart, Timothy Spall, Jack Farthing, Sean Harris e Sally Hawkins. In Concorso.

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