Un autre monde, recensione del film di Stéphane Brizé

Brizé torna alla critica spietata contro il CEO Capitalism, ma da una prospettiva diversa e accattivante, con il solito, azzeccato Lindon

Philippe Lemesle (Vincent Lindon) e sua moglie Anne (Sandrine Kiberlain), coi rispettivi avvocati, stanno prendendo accordi in vista del divorzio. Per quanto impegno ci si possa mettere, è raro che uno scenario simile non degeneri. Nel caso di specie, manco a dirlo, la miccia sono i soldi, ma appare chiaro che il conflitto stia altrove. Gradualmente veniamo a conoscenza della ragione principale alla base di questo triste epilogo: il lavoro di Philippe lo ha tenuto troppo lontano dalla famiglia ed Anne dopo un po’ non ha più retto. E questo non è che uno dei piani di Un autre monde.

Stéphane Brizé torna a picconare il CEO Capitalism, anche se stavolta lo fa da una prospettiva diversa. Se ne La legge del mercato e In guerra Lindon era un colletto blu, qui l’attore francese passa dall’altra parte della barricata, a dimostrazione del fatto che la critica di Brizé è sempre stata al sistema. Lo si capisce ancora meglio assistendo alle prove alle quali Philippe viene sottoposto, come detto, su più fronti, quali le pressioni. Nel privato, la famiglia è sul punto di disgregarsi: da quando ha accettato questo prestigioso incarica presso una grossa multinazionale, la Elsom Group, il marito è intrattabile; in più c’è il figlio Lucas, che ha bisogno di essere seguito costantemente per via di alcuni disturbi comportamentali.

Philippe ha però un gran daffare soprattutto sul lavoro. Dall’alto gli è stato imposto l’ennesimo taglio di personale, cinquantotto teste che debbono saltare dall’oggi al domani. Insieme ai suoi collaboratori, il nostro cerca di trovare una soluzione, vagliandone il più possibile per aggirare i licenziamenti. Brizé sbircia su queste riunioni, segue le dinamiche di un carrozzone che non può essere battuto, all’interno di un ecosistema ostile. C’è un momento in cui ci si collega in streaming con il CEO dell’azienda dagli Stati Uniti, e lì emerge l’amara verità che in fondo aleggia pure nei due film sopracitati; nemmeno lui può far nulla, infatti, dato che bisogna sempre assecondare l’umore, dunque le tasche, degli investitori.

Certo, Brizé a Lindon appioppa sempre personaggi positivi, quasi eroici, incastrati nel tritacarne di un meccanismo dal quale non si può venir fuori vestiti da agnellini. In tal senso Un autre monde, così come i due precedenti film a tema analogo, non usa mezzi termini; quantunque a qualificare certi ambienti debba essere l’azione, anche là dove non emergono eclatanti forzature la critica, oltre che aspra, si fa un po’ troppo diretta. La scelta di seguire in pratica sempre la stessa storia, ma da un altro punto di vista, credo che per il regista francese fosse anche un modo, come accennato sopra, per chiarire che in questa guerra non ci sono vincitori, non almeno al livello nel quale si svolgono gli eventi. Chi vince è il sistema, o banco, che dir si voglia, perché il gioco è concepito in questo modo.

Ecco allora l’importanza di seguire Philippe anche fuori da quel contesto, per capire quali siano le ripercussioni nell’esporsi a questo “gioco”. E qui Un autre monde dà il meglio, riesce a cavare qualcosa in più rispetto agli incontri asettici ora coi capoccia, ora con chi rappresenta i lavoratori. C’è una scena in cui Philippe e Anne stanno facendo vedere casa a dei potenziali acquirenti: inquadratura stretta, agente immobiliare e clienti vengono lasciati sullo sfondo, indugiando sui volti dei coniugi Lemesle per svariati minuti, con dei leggeri movimenti di camera. Nella sua semplicità, una misura azzeccata, che trasmette molto più di quanto non avrebbe potuto fare un dialogo o un montaggio più elaborato.

Ciò va evidenziato perché si potrebbe equivocare l’approccio molto classico, quasi teatrale di Brizé, che invece non va dato per scontato. Alla lunga, non si può negare, questi piani così stretti opprimono, ed è lecito chiedersi se ogni tanto un po’ di respiro tenderebbe sul serio a remare così tanto contro la resa delle vicende che il regista racconta. Storie che si seguono sempre con un certo trasporto, dall’inizio alla fine, più che per interesse (sempre soggettivo), per l’abilità nell’evitare punti morti, o semplici momenti di stanca.

Per quanto il giudizio sia tremendo e, ancora una volta, Brizé non voglia essere affatto conciliante, l’umanità che trasuda Un autre monde dirada qualsivoglia nuvola di cinismo o semplice arrendevolezza. Sul finire Philippe viene posto dinanzi a un bivio, e dal sentiero che deciderà d’imboccare è verosimile dipenderà il resto della sua esistenza, non solo né principalmente professionale. La scelta viene presa e noi ne veniamo messi a parte; sulle conseguenze possiamo tutt’al più congetturare. Senonché tutto ciò che ha preceduto tale decisione si rivela sufficiente a comprendere fino a che punto certe scissioni interne possano rendere la vita un inferno, espressione di dilemmi davanti ai quali non sono sicuro siano così tanti a volercisi trovare.

Un autre monde (Francia, 2021) di Stéphane Brizé. Con Vincent Lindon, Sandrine Kiberlain, Anthony Bajon e Marie Drucker. In Concorso.

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