
Il post è PIENO ZEPPO DI SPOILER. Non leggete se non avete visto The Tree of Life.
Continuo a pensare una cosa che ho scritto fin da quando sono usciti i primi tweet di commento dopo la proiezione stampa di The Tree of Life: è un film che fa paura. Nel senso che mette in soggezione e fa un po’ paura criticare, ovvero analizzare, (ri)pensare, scriverne, e forse fa paura “schierarsi” (uno dei mali della critica, oggi). Ho visto ieri il nuovo film di Terrence Malick e vorrei dire la mia, anche se ne sono un po’ intimorito in prima persona, e infatti questi sono “appunti”, pensieri critici personali che spero possano stimolare un dibattito sul film.
Mi è capitato di leggere che The Tree of Life è un film sotto forma di poesia. Lo ha detto anche Brad Pitt in conferenza stampa a Cannes. Sarà, ma credo che bisognerebbe partire da altro per approcciarsi al film: ed è il fatto non secondario che Malick ha studiato filosofia, si è laureato e per un periodo l’ha anche insegnata. Lo si ripete spesso quando esce un suo film, e mi sembra un buon punto di partenza anche in questo ultimo caso.
Terrence Malick è quindi uno studioso di filosofia, e per un’analisi approfondita su The Tree of Life credo bisognerebbe avere qualche conoscenza (che personalmente non ho, mea culpa) sulla teodicea. Ce lo dice subito la didascalia iniziale, con i versetti di Dio a Giacobbe: “Quando io ponevo le fondamenta del mondo, tu dov’eri?“. Ripercorriamo velocemente la storia di Giobbe e accantoniamolo per un po’ (ma se avete visto A Serious Man non occorre il ripasso), tanto tornerà dalla finestra.

Semplifichiamo: Giobbe viene messo alla prova da Dio diverse volte, prendendosi i suoi beni, i suoi figli e anche la sua salute. Gli amici sono convinti che gli sia successo ciò perché ha peccato, ma Giobbe sa di non averlo fatto. L’uomo non capisce il perché di cotanta gratuita sofferenza. Da qui scaturisce una domanda che ha tormentato secoli di filosofia religiosa e razionale: perché il male?
Malick per il suo The Tree of Life sceglie di partire da una storia che evidentemente ben conosce, almeno nelle sue radici più profonde (c’è chi ha parlato di “film autobiografico”): quella di una famiglia borghese che vive a Waco, Texas, negli anni ‘50. Proprio nella città dove ha vissuto sin da ragazzino. Al di là dell’essere pretestuoso, il film è anche stato accusato di eccessiva banalità. Ma più che “banalità”, io parlerei di semplicità. Paradossale per un film del genere? Forse, ma non improbabile.
Rubando una frase da Alberto Barbera, è incredibile “la verginità di uno sguardo capace di reinventare la banalità di un gesto quotidiano”. Già, perché la descrizione della vita familiare è perfetta e a suo modo sorprendente. Si vedano anche i momenti di gioco dei bambini “dentro” la nube di DDT, il loro sguardo verso gli orrori della vita (l’amichetto ustionato), la separazione di Jack dal proprio migliore amico al momento del trasferimento…
Questa semplicità si riversa anche nelle voci off dei protagonisti. Quelle voci off sempre presenti nel cinema di Malick sin dai primi due film (dove erano però voci narranti), e divenute cifra stilistica con l’amalgama di voci de La sottile linea rossa e le riflessioni filosofiche di The New World. Mi pare comunque che in The Tree of Life il contenuto di queste voci si facciano sì più “banali”, ma perché sono le solite domande-cliché che ci poniamo tutti. Sono banali le nostre domande di esseri umani e sono banali le nostre poche convinzioni, di conseguenza…
Quali sono queste domande nel corso del film? Ad esempio tutte le richieste verso il Signore, perennemente interpellato dai protagonisti, sul perché si sia preso con sé il proprio figlio, o sul perché il proprio padre sia così cattivo (con conseguente pensiero di Jack bambino che vuole ucciderlo), e via dicendo. Preghiere, farfugliamenti, percorsi interiori. Ecco il punto: il percorso interiore.
Che ci sia una tensione verso l’alto nei personaggi dei film di Malick è sempre stato chiaro, così come è sempre presente l’innocenza di chi continua ad osservare la Natura come un John Smith sbarcato nel Nuovo Mondo. Ma dopo due film corali, The Tree of Life ci spiazza e ci fa un po’ perdere la bussola: perché, nonostante tutto, il protagonista è uno e uno solo. Va bene, le voci off ci sono per tutti, ma è Jack l’indiscusso protagonista del film. Un film che è un vero e proprio percorso interiore di una persona cresciuta in una nazione, in un periodo e in una cultura. Con tutte le conseguenze del caso.
“Il film di Malick è un costante ricordare”, ha scritto il nostro Antonio nella sua recensione in anteprima da Cannes. Niente di più giusto: il film equivale ad un percorso personale, difficile e tortuoso come solo può essere quello dell’attraversare un canyon a piedi. E il ricordo esige una scrittura cinematografica tutta sua: così The Tree of Life non è lineare, ma scombina i piani temporali in modo simbolico e metaforico.
In una delle prime immagini del film, la voce off della madre (la splendida Jessica Chastain) ci dice che esistono due approcci alla vita: la via della Natura e la via della Grazia. Però parte della critica si è fatta trarre in inganno ed ha associato i due modi alla figura del padre (la via della Natura: istinto di sopravvivenza, rigidità e violenza) e alla figura della madre (la via della Grazia: amore, empatia). In realtà non è del tutto sbagliato, ma solo se si prende questa visione come quella di un bambino, Jack, cresciuto con due modelli a prima vista molto diversi. A prima vista, infatti.
In realtà Natura e Grazia convivono e lottano dentro ogni uomo. Jack lo dice anche, dopo un bel po’: la madre e il padre continuano a lottare senza fine dentro di sé. Ed è un dolore fortissimo, aumentato dal lutto del fratello. Se il film tratta del lutto, della religione e dell’amore è perché è il contesto della Storia che lo prevede: temi che nascono fuori da sé. Siamo nel bel mezzo dell’America degli anni ‘50, alle soglie della perdita dell’innocenza e dell’inizio della fine del Sogno Americano.
In questo The Tree of Life è un film profondamente americano quanto lo era La sottile linea rossa. E che cosa c’è in mezzo tra la storia di Jack piccolo, gli anni ‘50, e di Jack grande? C’è La rabbia giovane, perfetto cult che ci racconta guarda caso la fine del Sogno americano e la perdita dell’innocenza. In The Tree of Life abbiamo la descrizione dell’educazione bigotta e severa impartita da un padre ai figli, della paura che fa sia a loro che alla moglie, della vergogna dei propri impulsi sessuali (emblematica la scena in cui Jack ruba la sottana della vicina e poi la seppellisce)…
Alle soglie della perdita dell’Innocenza, si diceva. All’inizio del film ci viene detto che uno dei fratelli di Jack muore a 19 anni. Facendo un rapido calcolo degli anni, e unendo il risultato alla lettera ricevuta dalla madre e alla scena in cui il padre si trova all’aeroporto, credo di poter affermare che potremmo trovarci nei ‘60 inoltrati. Si può pensare che il figlio sia morto in Vietnam (l’intervento americano comincia nel 1963)? La mia teoria potrebbe avvalorare la problematicità del rapporto religioso da parte di Jack, che spesso, come abbiamo già detto, interroga Dio sulla violenza e sull’orrore che vede attorno a sé.
Dopotutto il cardinale americano Spellman aveva detto che quella in Vietnam era una guerra santa: “Voi non solo state servendo il vostro paese, ma state servendo la causa della giustizia, la causa della civiltà e la causa di Dio. Noi siamo tutti uniti nella preghiera e nel patriottismo in questo sforzo”, scriveva il prete. Credo ci possa stare, soprattutto se si legge il film anche alla luce della sua cultura, del suo periodo storico e delle sua radici come abbiamo fatto fino ad ora. E la questione regalerebbe sfumature in più alla rabbia di Jack verso il padre, che forse ha lasciato partire orgogliosamente il figlio per la guerra.
C’è a riguardo una cosa che mi sembra sia stata forse fraintesa: la scena dei dinosauri. C’è chi ha detto che si tratta di una metafora dello schiacciamento di un padre verso il figlio: ma come? Sono due specie diverse, e si vede, e mi sembra abbastanza chiaro che uno stia per uccidere l’altro, ferito sulla riva del fiume, salvo poi decidere di lasciarlo e andarsene. Trattasi di un momento di empatia (di Grazia?), e non c’entra nulla con il rapporto tra Jack e il padre. Un padre padrone senz’altro, ma non una figura totalmente bidimensionale: tornando alla semplicità di cui si discuteva prima, come non intenerirsi quando accarezza i piedi del neonato o gioca assieme ai figli?
The Tree of Life, più che un film anti-narrativo (la trama c’è: semplice ed emozionante), usa un certo tipo di montaggio sperimentale che nasce dal cinema russo d’avanguardia per andare oltre, per la prima volta, alle voci off. Ed è qui che dubito che Malick voglia raccontarci in parallelo la cosmogonia e la storia della famiglia del Texas: non ne vedrei sinceramente il nesso. Semmai usa la prima per dare nuova luce (filosofica) alla seconda, intrecciandole proprio grazie ad un montaggio emotivo ma anche più che sensato.
Se The Tree of Life, come ci dice anche il titolo, è effettivamente un film sulla Vita, lo è anche sulla Morte, e non solo per il tema del lutto. Nel finale, la Terra si spegne assieme al Sole. E succede qualcosa che manda in cortocircuito tutto e tutti, fa andare in visibilio l’Osservatore Romano ed infuriare la critica laica. Siamo in Paradiso, con i morti che finalmente vivono assieme felici assieme tra le braccia del Signore? Tentiamo, nel nostro piccolo, di fare un po’ di ordine.
Prendiamo una scena del finale, in cui la madre di Jack accetta di dare il figlio deceduto al Signore. È un momento che effettivamente, per chi è ateo come il sottoscritto, è difficilmente digeribile, un rospo che in un’interpretazione laica rischia di spezzare tutto. Ma dov’è il confine tra religione e spiritualità? E la Grazia è la direzione verso Dio? Quindi il filosofo Malick andrebbe verso il Signore? Permetteteci almeno di dubitarne.
Ma non sarebbe nel percorso di Jack riconciliarsi così con la religione. Beh, ma si dirà che quel che accade a Jack e alla sua famiglia è esattamente quel che accade a Giobbe (eccolo di nuovo!), che dopo aver sofferto viene premiato da Dio. Consolatorio. Ma The Tree of Life non era appunto un continuo ricordo/flusso di pensieri di una persona sola? Quindi inequivocabilmente anche il finale è solo e soltanto di Jack.
La dimensione è sicuramente spirituale, ma Malick va al di là di ogni (ogni!) religione, perché la Morte arriva per tutti. L’immagine del Sole che si spegne è lì non a caso. E il film resta un percorso in cui i ricordi sono metabolizzati. E poi “uccisi” (c’è qualcosa di simile in Inception, mi si perdoni il parallelismo che a molti farà storcere il naso). Altro che catechismo da oratorio. Il finale è la chiusa di un percorso privato e soggettivo che giustifica la cornice urniversale, ma sempre di percorso soggettivo si tratta.
Non è mica un caso che ci siano solo persone viste durante il film e che hanno avuto relazioni con Jack, e che tra l’altro abbiano la stessa età di quando li abbiamo visti nell’arco dell’opera? E poi di chi è quella mano anziana che la madre accarezza, che si vede però in un brevissimo frammento? Quasi una scheggia impazzita dei ricordi del protagonista. Quel Paradiso non è affatto il Paradiso, semplicemente. È una condizione della mente, o forse del cuore. Un Paradiso della mente, del cuore e del proprio tempo. Che riconcilia, finalmente, con il proprio dolore: e chissene importa da dove viene il Male, a questo punto. Più “Grazia” di così…
Per questo Malick non mi sembra dia una bella lezione a nessuno, e per fortuna nemmeno di Bene vs. Male. Narra semplicemente una storia, una visione del mondo. Una possibile. In un modo così raro, potente e unico che oggettivamente non si vede spesso al cinema. Probabilmente da anni. Discutiamone, vivisezioniamolo, ascoltiamone ancora le tracce della colonna sonora (da quanto tempo non ne sentivamo una del genere?). Ma comunque teniamocelo stretto e lasciamolo anche riposare per un po’: al solito con questi film sarà il tempo a sentenziare…
Qui trovate la nostra recensione in anteprima da Cannes; qui trovate il trailer italiano.

Marc Garage
22 mag 2011 - 11:32 - #1Oh una recensione scritta, bene ! Grazie! La prima che avete scritto, all’anteprima, sembrava fatta coi piedi…
Nolte83
22 mag 2011 - 11:54 - #2Ma è vero che Sean Penn si sarebbe infuriato per il montaggio finale che avrebbe ridimensionato il suo ruolo?
eggy819
22 mag 2011 - 12:05 - #3Aspettavo questo film da tempo.. perchè ho sempre nutrito grande stima per l’Autore (e non il regista) Malick.. ho amato i flussi di coscienza de La sottile linea rossa e di The new world e la scrematura dei dialoghi.. e sono anche convinta (che come ben dice B.Pitt) che l’approccio al film, ma come tutti i film di Malick, è come l’approccio di ogni singolo ad una determinata poesia.. Malick non ha mai voluto insegnare niente a nessuno.. di questo ne sono ben convinta.. per questo non sopporto le parole di chi dice che questo è un film presuntuoso.. se fosse così ogni poeta da me letto avrebbe avuto una risposta ad ogni mio dilemma sull’esistenza.. Do adito al mio istinto pensando che The Tree Of Life sia uno sguardo alla vita .. in questo caso la vita di un singolo (S. Penn) ma chi può dire che io o qualcun’altro non possa ritrovarmi in quella stessa vita? E se la vita è speculare alla morte e entrambe divengono componenti essenziali nel percorso di esperienza di ognuno di noi (chi di noi non ha sofferto e fatto fatica nel venire a patti con la morte di qualcuno a cui eravamo profondamente legati?).. forse semplicemente Malick ci mostra un’interiorità spesso celata.. quell’interiorità fatta di domande, disappunti.. dolori e gioie.. eventi.. che non sono altro che il nostro bagaglio e di cui nessuno di noi può farne a meno nel bene e nel male e che ci portano alla conoscenza, conoscenza secondo cui alcuni si arrivi solo attraverso la fede (ma qui ci sarebbe da aprire un ulteriore capitolo).. del resto, e mi riallaccio ad un film che vidi anni fa in cui la protagonista, V. Woolf, ci dice: “La vita va vissuta per quella che è… va amata per quella che è”.. Le risposte sono dentro di noi.. nessun’altro, neanche un Autore come Malick, è in grado di assolvere questo campito (e per fortuna aggiungo io). La vita è un grande viaggio, e lui ne ha cantato semplicemente una lode. Presuntuoso? No, affatto. Ma degno di essere visto.
mattejo
22 mag 2011 - 12:43 - #4Tutto scritto davvero bene. È un film “complicato”, senza ombra di dubbio. Lo rivedrò al più presto perchè, devo essere sincero, ho bisogno di almeno un’altra visione per poterne fare un’analisi buona, sfociare nella banalità è questione di un attimo.
GabrieleIII
22 mag 2011 - 13:01 - #5Il padre è la parte più intransigente di Dio.
La madre è la parte più immeditamente buona, accomodante, generosa, comprensiva.
Jack l’umanità.
Umanità che deve maturare accettare e trascendere i comportamenti della divinità, talvolta anche discordanti, talvolta severi, talvolta non intelliggibili.
Malick tenta di portare l’intero universo come macchina del creato all’interno della storia di una famiglia qualunque, con le stesse dinamiche ma ovviamente diverse proporzioni. Il parallelismo fra tutto e questa famiglia, il progetto di Dio che si manifesta alla stessa maniera su scale diverse.
C’è la genesi del cosmo e la nascita del bambino. C’è lo spegnimento del sole e la morte.
Il messaggio del tutto riproposto nella storia di questa gente.
E’ c’è il protagonista che in un lungo percorso interiore personale arriva alla pace, auspicabilmente sperata anche per l’umanità intera nel cammino finale nel “paradiso” mentale di Jack.
paolino
22 mag 2011 - 14:06 - #6@Nolte83
Dubito veramente che una persona seria come Penn si sia potuta arrabbiare per una cosa simile. Quando Malick stava preparando La sottile linea rossa c’era tutta Hollywood pronta a non prendere stipendio per lavorare con lui. Quando ti affidi a un regista come lui (o come Lynch, non so) sai perfettamente che se taglia la tua parte lo farà per un motivo ben preciso, e che sarà sicuramente la scelta giusta.
Gabriele, complimenti. Analisi impressionante.
gabriele-c
22 mag 2011 - 14:30 - #7@Marc Garage: scherzi? Queste robe qui sopra ad un festival (come Cannes tra l’altro) dubito fortemente le avrei potute scrivere. Lode ad Antonio che dalla Croisette ha saputo trarre una recensione su ’sto film, sinceramente.
monia
22 mag 2011 - 14:45 - #8Grabiele è una riflessione bellissima, ancora una volta sei il miglior recensitore di questo sito, che produce riflessioni condivisibili e compiute (in particolar modo mi trovo perfettamente d’accordo sull’interpretazione di Grazia e Natura e sulla spiegazione che dai della morte del figlio).
MRS.titty
22 mag 2011 - 15:12 - #9complimenti gabry per le riflessioni su un film e un regista così difficili!
però devo dire che nonostante concordi con te, il film non mi ha entusiasmato come i precedenti, e per una ragione molto personale e forse riduttiva…ma sinceramente non ho ritrovato in questo film lo stesso sguardo nuovo, innocente e naif che caratterizzava gli altri e che ti lasciava, una volta uscito dal cinema, con la sensazione di aver “visto” per la prima volta. Detto questo credo che valga la pena vedere questo film, come dici tu, soprattutto per il percorso di jack e per come è raccontato.
gabriele-c
22 mag 2011 - 15:41 - #10@MRS.titty: è interessante quel che dici. Io lo andrò sicuramente a rivedere perché, lo ammetto, ho provato talmente tante emozioni (ero affascinato, irritato, con le lacrime agli occhi, basito) che ne sono uscito frastornato. Per quello non ho fatto troppo caso in realtà se c’era “lo stesso sguardo nuovo, innocente e naif che caratterizzava gli altri e che ti lasciava, una volta uscito dal cinema, con la sensazione di aver “visto” per la prima volta”. Ma forse, la butto lì, è forse proprio perché il tema della perdita dell’innocenza nella cultura americana è così forte che permea il film?
MRS.titty
22 mag 2011 - 16:47 - #11di sicuro è da rivedere perchè la confusione è tanta, e come dici il fatto che il regista abbia avuto una formazione filosofica complica le cose.
però mi è mancata in generale quella maestria nel mostrare le cose, non solo nel raccontarle e riempirle di significato.
antonio-gamesblog
22 mag 2011 - 18:15 - #12Quelle che sollevi, caro Gabriele, sono questioni come minimo interessanti. Certe tue chiavi di lettura sono assolutamente da meditare. Sono anch’io del parere che la sfera “spirituale” trascenda il concetto stesso di religione - perlomeno, così per come oramai lo intendiamo.
Tuttavia, i termini in cui io pongo la questione penso differiscano almeno un po’ da quanto hai brillantemente espresso tu. Sviscerare questo film adesso non sarebbe stato possibile nemmeno se lo avessi visto comodamente al cinema. The Tree of Life si presta ad un tipo di analisi troppo approfondita per poter esaurire il discorso adesso.
Ho come l’impressione che, ogni qualvolta lo si riveda, possano venir fuori nuovi elementi su cui speculare. Tu me ne hai già sottoposti degli altri. Con 2001: Odissea nello Spazio fu la stessa cosa, più o meno. Solo che in quel caso Kubrick si disse tutt’altro che contrariato dal fatto che ognuno ci vedesse un po’ quel che voleva. La mia impressione, in questo caso, è che Malick non intenda lasciare lo stesso margine d’interpretazione, anzi!
A breve conto di rivederlo in patria. E chissà che prima o poi non ci torni anch’io su alcune tematiche…
VK_
22 mag 2011 - 21:51 - #13questi sono gli articoli che mi aspetto di leggere su un blog che tratta di cinema, complimenti vivissimi, spero ne farai altri….
Symbolo
24 mag 2011 - 23:34 - #14Ottime considerazioni. Solo una nota sul “Paradiso”. Non è il Paradiso, è il Purgatorio: la spiaggia è quella narrata da Dante nella Divina commedia come approdo delle anime alla base del monte del Purgatorio. Questo cambia leggermente la prospettiva.
Critico
25 mag 2011 - 17:02 - #15é come la corazzata popionkin… una….
il più brutto film della storia del cinema
Epic Fail
poi c’erto c’è anche la “cacca d’artista”
se uno vuole rivalutare tutto…
si soffermi a guardare il cielo e ci troverà milioni di significati.
pessimo.
la gente in sala si voleva impiccare (quella rimasta e sopravvissuta fino alla fine)
tra superquark, immagini dello spazio degli anni 90, sponsorizzato da chiesa evangelica, e grafica da Xena la principessa guerriera
più che futuristico è vintage
FabioA
10 giu 2011 - 11:44 - #16L’ultimo commento e’ del tutto fuori luogo..
va bene criticare cio’ che non si capisce, ma le argomentazioni sono piuttosto povere.
Di certo questo non e’ un film per tutti, ma non e’ corretto usare certi termini per descriverlo, sopratutto dopo averlo visto ed aver letto le interpretazioni scritte sopra..
Ognuno e’ libero di esprimere la propria opinione, siamo di certo in un paese democratico..ma per cortesia le critiche in certi contesti devono essere motivate e sopratutto non “sporchiamo” quelle che possono senz’altro essere interpretazioni profonde di questo film che descrive in fondo la vita!
ilpoetastro
18 ott 2011 - 19:02 - #17“L’albero della vita”
Un titolo pieno per un film vuoto.
A mio giudizio.
Per niente coinvolgente!
ilpoetastro
MattoBacco
14 nov 2011 - 11:23 - #18Mi intrometto nel discorso, dopo averlo seguito dall’inizio e senza aver trovato l’opportunità di andare al cinema… Poi è uscito il dvd, e allora mi permetto di dire la mia. Tralascio volutamente l’aspetto più squisitamente cinematografico, che ho trovato superbo, ma sul quale si è detto già tanto e bene. Vorrei concentrarmi sulla parte concettuale, e sottolineare che a me sembra di vedere un’impronta decisamente cristiana in quest’opera. Attenzione, non sto parlando del cristianesimo dei teocon, ma piuttosto del cristianesimo delle prime comunità cristiane, fondate sul messaggio universale di Cristo, sulla condivisione e sulla povertà. Mi spiego: il Dio di Giobbe è quello del Vecchio Testamento, dei 10 Comandamenti, un Dio che in un certo senso “dispone” del popolo di Israele guidandolo nel suo cammino di liberazione. Nel Nuovo Testamento Dio scompare e lascia il posto a Cristo (si chiama cristianesimo mica per nulla, no?): “Vi do un Comandamento nuovo: amatevi come io vi ho amato”. In quest’ottica, secondo me, si muove Jack. Nella parte iniziale del film prevale la logica di Giobbe, che lo “domina” anche in tutta la sua crescita personale, pur se lui si rende conto della sofferenza che questo comporta. Poi il “pretesto” della perdita del lavoro del padre, contrapposta nella testa di Jack alla morte del fratello, mette un po’ di ordine e porta i due genitori a una profonda riflessione sulle loro rispettive regole di vita. Da qui la scena finale, accompagnata non a caso da uno splendido “Agnus Dei” (cioè Cristo): la conversione di Jack è una conversione in senso cristiano, cioè un volgere lo sguardo altrove, a percepire che ci può essere un modo diverso di interpretare la vita, fondato sul cosiddetto Amore Donativo. Non vedo in questa scena un generico “volemose bene”, quasi a cancellare ogni ferita, anzi… Jack abbraccia la madre, ma non abbraccia il padre, il quale semplicemente gli mette una mano sulla spalla, nè vede il fratello morto con gioia, ma con una misurata commozione. Lo stesso vale per tutti i personaggi che ha incontrato nella vita: tutti sotto una luce nuova, molto meno cupa. Qui Jack non si ferma, ma da qui Jack riparte, come mostrano le ultime immagini della sua downtown che riflette il cielo mentre lui per la prima volta sorride. In tutto questo la cosa più sorprendente del film è la delicatezza dei concetti, la loro universalità, la loro estrema libertà: non credo che un laico, e nemmeno un ateo “duro” potrebbe mai sentirsi soffocato da un’opera come questa, che lascia aperte mille porte e che ha il grandissimo merito, pur restando secondo me in una prospettiva essenzialmente religiosa, di toccare temi che riguardano ogni uomo indistintamente.
amicone
05 dic 2011 - 23:09 - #19se mi ero innamorato della sottile liena rossa, con questo tree of life ho raggiunto il nirvana.