The Lobster: recensione in anteprima del film in Concorso a Cannes 2015

Festival di Cannes 2015: cos'è che non va quando oggigiorno parliamo di relazioni e solitudine? La risposta di Lanthimos con il suo The Lobster passa attraverso la dark comedy distopica, canale privilegiato per poter dire qualcosa d'intelligente, forse l'unico

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In una struttura alberghiera moglie e marito organizzano dei soggiorni durante i quali i partecipanti sono tenuti a trovare la propria anima gemella: «mi dica… lei è eterosessuale o omossessuale?», «Eterosessuale. Sì però aspetti un attimo… una volta ho avuto un’esperienza omosessuale. Posso scegliere bisessuale?» «Mi spiace signore, sono anni che non abbiamo più a disposizione questa preferenza». Questo è il botta e risposta iniziale tra David (Colin Farrell) e la receptionist, che funge a mo’ d’iniziazione.

Il debutto di Yorgos Lanthimos in lingua inglese muove dall’assurdo, scegliendo come ambiente privilegiato la distopia; niente di futuristico però, tanto che si potrebbe benissimo dire che The Lobster sia ambientato ai giorni nostri. D’altro canto del nostro tempo parla, soffermandosi proprio sulla schizofrenia che coltiva disperatamente la nostra epoca riguardo a concetti come legame, relazione e solitudine. Un discorso che senz’altro parte dalla testa, cavalcando metafore più o meno immediate, generalmente attingendo al surreale.

Come surreale è senz’altro questa stravagante storia di un gruppo di persone consenzienti nel farsi trattare da prigionieri per essere (ri)educati alla vita di coppia. Anche se in realtà la peculiarità sta altrove; qualora infatti gli ospiti non riescano entro un certo limite di tempo a trovare il proprio partner, ebbene, s'impegnano a lasciarsi trasformare in animali. Nel compilare il modulo di partecipazione, infatti, ciascuno di loro è tenuto a scegliere in quale animale essere trasformato: «ottima scelta l’aragosta. Di solito la gente opta per un cane», risponde la responsabile a David, che ha appena manifestato la propria decisione. Altra cifra è infatti quella umoristica, perché sì, questo film riesce a far sorridere ed in alcuni passaggi pure tanto (passerà un po' prima di togliersi dalla testa la pedata allo stinco di una bambina o affermazioni del tipo «qui non si ascolta musica elettronica perché stimola il desiderio sessuale»).

Ad ogni modo, la verità viene presto a galla, e quel programma, carico di buoni propositi e strategie chiare attraverso le quali perseguirli, esce fuori per ciò che è, ossia l’ennesimo lavaggio del cervello camuffato, al quale alcuni disperati si prestano non sapendo a chi altro rivolgersi. Si scopre allora che esiste un gruppo di ex-partecipanti che sono scappati dalla struttura per riparare nel bosco lì vicino, vivendo in cattività. Se non fosse che anche questo gruppo cela dei lati oscuri, non meno macabri. Il suo leader (Léa Seydoux) propugna la castità, perché l’unico modo che tanto l’uomo quanto la donna hanno per realizzarsi è il farsi isola, imparando a contare solo ed esclusivamente su sé stessi. Non possiamo far altro che lasciarvi immaginare, specie a chi ha una vaga idea di come “funzioni” Lanthimos, quali livelli di esasperazione vengano raggiunti.

Uno degli aspetti più notevoli di The Lobster sta nell’abilità del regista greco quando si tratta di gestire l’andamento allegorico che contraddistingue il film, senza lasciarsi sfuggire di mano la situazione. Obiettivo non facile da raggiungere, in un film dove ogni singolo elemento non viene lasciato al caso, dai brani classici all’ambientazione, l'inquadratura meticolosa, passando per la scelta della paletta cromatica, che fa pure sci-fi. Su tutti, però, è la capacità di sfruttare sino in fondo ogni singolo personaggio ad emergere, componente essenziale all’interno di una storia che vive delle bizzarrie dei suoi protagonisti, ciascuno dei quali rappresenta a suo modo qualcuno o qualcosa.

Una satira sociale per certi versi violenta, che tratta le sue vittime con un sarcasmo a tratti gelido. E non viene risparmiato nessuno, perché tutti, dagli epigoni dell’ideale di coppia ai detrattori dei cosiddetti «modelli tradizionali», passando per gli scettici a oltranza con tendenze autodistruttive, celano in sé stessi, prima ancora che nelle rispettive istanze ideologiche, delle contraddizioni radicali, inconciliabili. Per questo il registro appare irrazionale, rischiando di alienarsi un attimo di troppo chi non ne è predisposto: non c’è altro modo per andare in profondità a tali incongruenze se non sublimando la realtà attraverso l’allegoria, l’esasperazione, dunque il distopico. Un discorso che assume gradualmente consistenza e che, stando a quanto evidenziato poco sopra circa l’ottima economia, prende davvero forma proprio quando sembra aver raggiunto un punto morto.

Con ordine, senza fare indigestione di derive eccentriche, di cui certo The Lobster è costellato. Un’opera tuttavia controllata, straniante quanto basta per leggerne i motivi, che da siffatto trattamento ne escono anzi impreziositi. Oltre che procedere per sottrazione, perciò, Lanthimos ed il suo staff optano per un atteggiamento negativo, definendo i rapporti interpersonali, forse addirittura l’amore, partendo appunto da ciò che tutte queste belle cose non sono. Ed alla fine capisci perché la paura di diventare un’aragosta debba essere nulla a confronto.

Voto di Antonio 8

Voto di Gabriele 8

The Lobster (Grecia-Regno Unito, 2015) di Yorgos Lanthimos. Con Léa Seydoux, Rachel Weisz, Colin Farrell, John C. Reilly, Ben Whishaw, Olivia Colman, Ashley Jensen, Roger Ashton-Griffiths, Jessica Barden, Michael Smiley, Ariane Labed, Rosanna Hoult, Aggeliki Papoulia, Anthony Moriarty, Heidi Ellen Love, Angeliki Papoulia e Ewen MacIntosh.


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