Assassinio sull’Orient Express: recensione in anteprima

Ci vogliono il mestiere e l'indole di Kenneth Branagh, come allora ci vollero quelli di Sidney Lumet, per rispolverare un giallo senza tempo come Assassinio sull'Orient Express. L'attore e regista inglese "si limita" ad amministrare le varie performance, tirando fuori un rifacimento convincente prima ancora che avvincente

Quello di Kenneth Branagh è un cinema classico, attento alle performance, chiaro lascito del teatro che lui ama e bazzica. Assassinio sull’Orient Express rappresenta perciò una di quelle occasioni per trarre il massimo da una prosa come la sua, da quella sua capacità di alternare toni grevi ad altri più leggeri, in pieno stile britannico, ossia attraverso un umorismo mai fuori luogo o troppo spinto. Itinerante, come certi movimenti di macchina, non tanto perché si passi dalla Gerusalemme iniziale alle lande ghiacciate dell’odierna Croazia; l’indagine dell’ispettore Hercule (con l’accento sulla u, alla francese) Poirot si svolge per intero dentro alle carrozze del treno.

D’altra parte l’approccio più convenzionale, se vogliamo, costituisce la via più sicura, il porto franco su cui far approdare una storia così forte, mistery per eccellenza che fa leva su dinamiche precise, geometriche, e che dunque lasciano poco spazio a chissà quali licenze. Per questo si diceva che Branagh fosse con ogni probabilità il più indicato (come a suo tempo lo fu senz'altro Sidney Lumet): non solo come regista, perché il suo Poirot è credibile, in quanto sfrontato, elegante, spassoso, elementi ai quali l’attore e regista inglese integra pure cambi di registro niente male e con innegabile mestiere.

Il film, non il racconto, sta tutto lì, nelle prove di questi attori chiamati ad interpretare personaggi che a loro volta recitano una parte, ciascuno a proprio modo. Gli interrogatori che conduce l’ispettore, in tal senso, fungono un po’ da provini per lo spettatore, che ha così modo di saggiare la bravura di queste maschere. Mi pare che il vero lavoro di Branagh sia tutto lì, o per lo meno essenzialmente lì, in questi più o meno brillanti botta e risposta, durante i quali ciò che viene messo giù è in buona sostanza un gioco.

Ed è indicativo che per un altro film tendente ad una connaturata quindi accettabilissima verbosità, si opti di nuovo per il 70mm, come accaduto con The Hateful Eight di Tarantino: allora come oggi ci si potrebbe domandare a che pro filmare un lavoro del genere adottando questo formato, ed allora come oggi la risposta è la stessa, anche a costo di risultare banale. Sebbene Branagh infili a forza svariate panoramiche, quasi una concessione al mezzo, è nei dialoghi che tale soluzione trova un senso: nei volti e relative espressioni dei protagonisti, ma soprattutto in quella sensazione di assistere dal vivo, di “esserci”, come se lo sguardo della macchina da presa fosse il nostro - in questo, va detto, agevolati da un doppiaggio italiano alquanto dignitoso.

In un’epoca così affollata di alta definizione e risoluzione alle stelle sempre più a buon mercato, tocca a loro, i cineasti di professione con a disposizione non solo tanti soldi ma anche parecchia esperienza, rimettere le cose in chiaro, restituendo, fin dove possibile, il giusto ruolo alla tecnologia. Nel caso di Assassinio sull’Orient Express, peraltro, la dinamica appena evocata potrebbe assumere uno spessore ulteriore in virtù di certi passaggi chiave, che a questo punto non abbisognano di alcuna veemenza nell’essere sottolineati visivamente; mi riferisco a quelli in cui emergono oggetti chiave per la risoluzione del caso, come il nettapipe, la giacca senza bottone, il fazzoletto con la H , il passaporto modificato artigianalmente etc.
Tecnica a servizio della storia, per un regista che nel tempo ha dimostrato una generosità innegabile nel mettersi appunto al servizio della fonte, fino all’estrema conseguenza, almeno in superficie, di farsi oscurare dalla stessa. Ma Branagh è così, coltiva sistematicamente un rispetto innato per le opere che traspone, che mai tenta di non snaturare, modificandole o rimaneggiandole, sebbene alla fine della fiera la prospettiva sia per forza di cose la sua. Ben si addice poi alla sua indole il sottotesto morale, il dilemma che il suo personaggio alla fine è tenuto ad incarnare, di nuovo senza misure pirotecniche, solo con il buon vecchio mestiere, ovvero quello di saper stare davanti a una macchina da presa.

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Chi è perciò il signor Armstrong? Branagh ci accompagna a suo gusto e modo lungo lo svelamento, mentre più si procede e più le cose s’ingarbugliano, impantanati in questa serie di indizi schiaccianti e proprio per questo impossibili da conciliare nel quadro generale. Certo, l’effetto è quello di un film decisamente impostato, ai limiti del teatrale, ma non si tratta certo di una cattiva lettura, men che meno inconsapevole. Passare in rassegna le singole performance perciò non ha granché senso, non perché relative rispetto alla resa complessiva dell’opera, anzi, proprio perché fondamentali. Il quesito di questo nuovo rifacimento di Assassinio sull’Orient Express, d’altronde, non può che far capo a come si comportano i vari attori e come vengono amministrate le loro prove, così come per i lettori del giallo di Agatha Christie lo fu scoprire chi fosse l’assassino.

Voto di Antonio 7

Assassinio sull’Orient Express (Murder On the Orient Express, USA, 2017) di Kenneth Branagh. Con Kenneth Branagh, Penélope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Johnny Depp, Josh Gad, Leslie Odom Jr., Michelle Pfeiffer, Daisy Ridley, Michael Peña, Lucy Boynton, Derek Jacobi, Tom Bateman e Marwan Kenzari. Nelle nostre sale da giovedì 30 novembre 2017.

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