Lo Squalo compie 50 anni e torna al cinema: il cult che ha inventato il blockbuster ci fa paura come il primo giorno
50 anni dopo la sua uscita il cult di Spielberg non ha nemmeno una ruga: ecco quando potremo rivedere al cinema Lo Squalo
Il 2025 segna un anniversario speciale per il cinema: Lo Squalo di Steven Spielberg spegne 50 candeline e torna sul grande schermo in Italia per un evento imperdibile, dall’1 al 3 settembre. Mezzo secolo dopo la sua uscita, il film non ha perso un briciolo del suo fascino e continua a terrorizzare, divertire, ispirare e, soprattutto, a dimostrare perché sia stato il primo vero blockbuster della storia.
50 anni de Lo Squalo: l’estate in cui si inventò il blockbuster
Quando Lo Squalo uscì nell’estate del 1975, nessuno poteva immaginare che avrebbe cambiato per sempre le regole del gioco. Fino a quel momento i film venivano distribuiti lentamente, sala dopo sala, mentre la Universal decise di fare qualcosa di rivoluzionario: lanciarlo in centinaia di cinema contemporaneamente, supportandolo con una massiccia campagna pubblicitaria in TV. Il risultato? Code interminabili, incassi da record e il concetto di blockbuster estivo che oggi diamo per scontato. In pratica, senza Lo Squalo non avremmo avuto l’attesa per il filmone dell’estate (o di Natale), i trailer che spopolano ovunque e le maratone al cinema con l’aria condizionata accesa.
Non solo. Il film di Spielberg aprì la strada a un intero genere, lo shark movie, che nel tempo ha oscillato tra il puro thriller e il trash più sfrontato. E che, nel bene o nel male, piace un po’ a tutti. Dal serio Orca ai folli Sharknado, tutti devono qualcosa al grande squalo bianco che terrorizzava la fittizia Amity Island.
Spielberg agli esordi: il ragazzo prodigio che sfidò l’oceano
Nel 1975 Steven Spielberg aveva appena 27 anni. Aveva firmato un ottimo esordio televisivo con Duel e un lungometraggio, Sugarland Express, ma era ancora un volto nuovo. Con Lo Squalo tutto cambiò. Il regista trasformò un progetto complicatissimo in un capolavoro di tensione. Da lì in avanti la sua carriera prese il volo: Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Indiana Jones, Jurassic Park. Eppure è proprio con questo thriller acquatico che Spielberg trovò la sua voce, quella capacità di unire intrattenimento mainstream e regia impeccabile, quasi chirurgica.
Una delle prime decisioni vincenti fu quella di evitare grandi star. I tre protagonisti – Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw – erano volti credibili, uomini comuni, non divi inarrivabili. Così il pubblico si identificò facilmente, condividendo paure e coraggio di personaggi che sembravano usciti da una spiaggia qualsiasi.

Un set pieno di guai e uno squalo che non funziona
Le riprese, però, furono un incubo. Ritardi, costi che lievitarono e soprattutto un mostro meccanico che sembrava voler affondare il film. I tre squali robot costruiti per le riprese erano un disastro, si rompevano di continuo, si inceppavano, affondavano. La troupe cominciò a chiamare il film “Flaws”, difetti. Girare in mare aperto poi complicava ogni cosa poiché le barche dei curiosi rovinavano le inquadrature, gli attori soffrivano il mal di mare, le onde sballottavano le cineprese. Insomma, non proprio un set tranquillo.
Ma è dai problemi che si riconosce il genio. Spielberg, costretto a mostrare poco lo squalo, costruì la suspense proprio sull’attesa e sull’invisibile. Pinne che affiorano, barili galleggianti, inquadrature soggettive che suggeriscono la presenza del predatore: bastava pochissimo per far saltare il pubblico sulla sedia. E naturalmente la colonna sonora di John Williams, due note ripetute ossessivamente, capace di scatenare il terrore anche a distanza di decenni. Ancora oggi canticchiarle in spiaggia fa sorridere (e tremare) chiunque stia facendo il bagno. Basta intonare “dun-dun”, per vedere la gente sbiancare.
Il paradosso è che i guai tecnici si trasformarono nella più grande arma del film. Mostrare meno lo squalo lo rese più spaventoso. Il risultato? Una tensione da manuale, studiata ancora oggi nelle scuole di cinema.
Lo Squalo torna al cinema 50 anni dopo: frasi, scene e musiche divenuti leggenda
Alzi la mano chi non ha mai sentito la battuta “Ci servirà una barca più grande”. Roy Scheider la improvvisò sul set e da allora è diventata una delle frasi più citate nella storia del cinema. Così come indimenticabile resta il dolly zoom sul volto del capo Brody in spiaggia, un’inquadratura che da sola racconta il terrore che monta. E poi c’è la testa mozzata che appare all’improvviso durante l’immersione: chi l’ha vista la prima volta, al cinema, difficilmente l’ha dimenticata.
La nascita di un fenomeno culturale
Ma 50 anni fa il successo de Lo Squalo non fu solo economico o artistico, ma anche culturale. Dopo l’uscita del film, moltissime persone iniziarono a guardare il mare con sospetto. In quell’estate del 1975 le spiagge di mezzo mondo furono attraversate da un brivido collettivo. È raro che un film cambi così profondamente la percezione della realtà quotidiana. Spielberg ci riuscì: il mare non era più solo relax, ma anche potenziale minaccia.
Il film ispirò registi come Ridley Scott (Alien è stato spesso definito “Lo Squalo nello spazio”), James Cameron, Steven Soderbergh e Kevin Smith, che hanno raccontato come Jaws fosse la scintilla che li spinse a fare cinema. Quentin Tarantino, mai parco di opinioni, lo ha definito “il più grande film mai realizzato”. Insomma, siamo davanti a un titolo che ha creato vocazioni, non solo intrattenimento.

Lo Squalo, citazioni e omaggi nella cultura pop: qualcuno ha detto Dawson’s Creek?
Un cult del genere non poteva non entrare a gamba tesa nella cultura popolare. Dai Simpson a Pixar, tutti hanno citato o parodiato Lo Squalo. Bruce, lo squalo vegetariano di Alla ricerca di Nemo, deve il suo nome al nomignolo del robot di Spielberg. In Ritorno al futuro – Parte II un ologramma di squalo gigante pubblicizza “Lo Squalo 19”. E in ogni contesto, dalle pubblicità ai cartoni, le due note di Williams vengono usate come scorciatoia universale per indicare “attenzione, qualcosa sta arrivando”.
Persino una serie teen come Dawson’s Creek ha costruito parte del mito di Spielberg. Il protagonista Dawson, aspirante regista, lo idolatrava letteralmente e, ovviamente, aveva il poster di Lo Squalo in camera. Anche il creatore della serie, Kevin Williamson, ha raccontato che da ragazzino scrisse di suo pugno un sequel del film. Segno che la potenza immaginifica di Spielberg era arrivata anche a toccare i futuri narratori della generazione successiva.
Lo Squalo, 50 anni e non sentirli
50 anni dopo, Lo Squalo resta una visione imprescindibile. È un film che si regge sul ritmo, su una regia che dosa alla perfezione tensione e avventura, e su personaggi diventati archetipi. Non c’è estate senza che qualcuno lo citi, non c’è spiaggia senza che il pensiero corra, anche solo per un attimo, a quelle due note.
Tornare al cinema dal 1 al 3 settembre sarà quindi un’occasione d’oro per rivivere tutto questo sul grande schermo. Per chi non lo ha mai visto in sala sarà come scoprire il terrore per la prima volta, per chi lo conosce a memoria sarà un emozionante ritorno alle origini. Perché Lo Squalo non è solo un film: è un pezzo di storia, un simbolo di come il cinema possa cambiare il nostro sguardo sul mondo.
Alla fine, mezzo secolo dopo, la lezione di Spielberg è ancora valida: il vero terrore non è ciò che vediamo, ma ciò che immaginiamo. E ogni volta che l’acqua si increspa, sentiamo quelle due note. Dun-dun. Dun-dun. E il brivido è sempre lo stesso.