Carlo Verdone e le sorti della commedia all’italiana: perchè è diventato così difficile sorridere
Osservare, carpire, riportare. Questo è il lavoro del regista e – più ampiamente – dell’attore: avere un occhio particolare per rintracciare e descrivere, sul grande schermo, il mondo che cambia. I più bravi, poi, riescono a farlo anche usando il dono della sintesi e l’umorismo. Ci sono commedie all’italiana che sanno essere generazionali: descrivono i
Osservare, carpire, riportare. Questo è il lavoro del regista e – più ampiamente – dell’attore: avere un occhio particolare per rintracciare e descrivere, sul grande schermo, il mondo che cambia. I più bravi, poi, riescono a farlo anche usando il dono della sintesi e l’umorismo. Ci sono commedie all’italiana che sanno essere generazionali: descrivono i tempi meglio di qualsiasi cartolina storica o paragrafo di approfondimento.
Verdone, tra gli altri, con i suoi film – specialmente all’inizio – è riuscito a far questo: a notare il talento dell’attore e regista romano, in primis, fu Sergio Leone. Il quale ha prodotto i primi due film del collega. Questo fu uno dei primi esempi di passaggio di testimone: Sergio Leone ha notato la bravura e l’estro di un collega più giovane e ha investito su di lui, senza nulla togliere al proprio repertorio. Anzi: Leone – ancora oggi – ha il vanto di essere stato, fra le altre cose, una sorta di talent scout. Lo stesso è possibile dire di un altro grande del cinema, più interprete che regista, si tratta di Alberto Sordi. Il quale – con Verdone – ha fatto due film: “In viaggio con papà” e “Troppo forte”.
Verdone, Sordi e Leone: quel mecenatismo che non c’è più
Quello che, però, rimane di questi sodalizi professionali non è tanto (o meglio: non è soltanto) la resa effettiva, ma il rapporto che si creava tra nuova e vecchia generazione. Attorno al cinema c’era più scambio e, forse, meno spocchia: anche allora esisteva chi voleva competere a ogni costo e le rivalità non mancavano, ma c’era anche chi – ciascuno nel proprio – cercava di dare al sistema un contributo costruttivo.
Sordi e Leone, rispettivamente, hanno visto in Verdone del potenziale e lo hanno accompagnato – in maniera significativa – all’inizio della sua carriera. Erano, praticamente, i suoi padrini: lo promuovevano ovunque e cercavano di tramandare un mestiere. Un modo di fare commedia. Domanda: oggi chi lo fa?
Chi insegna la commedia all’italiana?
Spesso il dibattito attorno al cinema si fossilizza sullo stato del settore: quanti lavorano, perchè lavorano, perchè non lavorano. Senza domandarsi altro. E non perchè manchi il tempo per chiedersi cose diverse, bensì manca la volontà di farlo. Oggi la commedia all’italiana vive una stasi profonda, infatti ogni volta che Verdone (che oggi ha 74 anni) torna in sala – o in streaming – il pubblico corre a guardarlo come garanzia assoluta di risate, ma non è un fenomeno che avviene soltanto con lui. Si può dire che l’usato sicuro, che annovera anche i vari De Sica, Pieraccioni, persino Siani, non delude (quasi) mai.

Il punto, però, è: perchè la nuova generazione ride meno e ride diversamente al cinema? La risposta potrebbe essere di varia natura: in primis potrebbe riguardare la situazione circostante. Ci sono meno motivi, a livello sociale, culturale e politico per ridere al cinema. Poi, però, guardandosi indietro è possibile constatare come determinati problemi ci siano – magari in forma diversa – sempre stati. Proprio su questa questione, Verdone rincara la dose: “Non c’è più poesia nei film e in strada”, ha ricordato in occasione dei 45 anni di un altro suo cult: Un Sacco Bello. E poi ha aggiunto: “Oggi vedo molta più protervia fra attori e registi, ci si sente subito arrivati e non esiste uno scambio costruttivo tra professionisti”.
“Un problema generazionale”: Enrico Vanzina lancia l’allarme
Carlo Verdone nota una distanza fra coscienze e poca unità d’intenti. In altre parole: al cinema si ride meno perchè manca uno scambio costruttivo tra vecchia e nuova generazione. Questo, in maniera ancor più netta e puntuale, lo ha fatto presente Enrico Vanzina ospite di Gianluca Gazzoli al podcast Passa dal BSMT: “Il cinema è popolare e, dal punto di vista sociologico, ha avuto uno stop fortissimo. La settima arte avanza attraverso dei passaggi di testimone tra una generazione e l’altra. È arrivato Nanni Moretti che ha raccontato la propria generazione, poi Verdone ha fatto altrettanto e via discorrendo. Ultimamente i giovani non vedono più il cinema come una prima scelta, probabilmente neanche seconda o terza. Non solo lo guardano poco, ma nemmeno lo raccontano. Quindi noi abbiamo una generazione e mezzo che, cinematograficamente parlando, non sappiamo cosa sia perchè non l’ha incarnata nessuno. Eppure ci sarebbe tanto da dire, ma non possiamo essere noi della vecchia guardia a rappresentare i 22enni”, ha concluso Vanzina.

Parole forti che sottolineano quanto le eredità pesino oltremodo se non c’è nessuno in grado di proseguire un sentiero. Non è possibile, poi, stupirsi se tra le novità redditizie troviamo solo Checco Zalone (Luca Medici oggi ha comunque 48 anni) in grado di coinvolgere chiunque in maniera trasversale. L’unico in grado di riempire ancora le sale per via dell’attesa che genera.
Il futuro della risata
Gli altri, compreso Verdone, hanno preferito sperimentare la comicità attraverso la serialità. Quindi la domanda resta: la commedia all’italiana è ancora possibile al cinema? La risposta è sì, ma a patto che ci sia ancora qualcuno disposto a rinnovarla. E questa condizione pesa come un macigno, perchè ogni ricambio generazione passa da una volontà collettiva e reciproca che, in questo momento, sembra mancare.