Home Notizie Giulio Scarpati, l’intervista: “Le Stanze di Verdi? È un piccolo miracolo, un racconto sincero. Per anni etichettato con il ruolo di Lele Martini, un attore deve cambiare”

Giulio Scarpati, l’intervista: “Le Stanze di Verdi? È un piccolo miracolo, un racconto sincero. Per anni etichettato con il ruolo di Lele Martini, un attore deve cambiare”

Cineblog incontra Giulio Scarpati, protagonista del docufilm Le Stanze di Verdi, in uscita il 6 ottobre e diretto da Pupi Avati.

30 Settembre 2025 09:05

Giulio Scarpati è un professionista che ha sempre portato in giro il suo stile fatto di emozioni e straordinaria versatilità interpretativa. Cresciuto sul palcoscenico, ha sperimentato lo scenario del cinema per poi passare nel piccolo schermo, impersonando soprattutto l’iconico ruolo di Lele Martini nella fiction Rai Un Medico in Famiglia. Questa lunga esperienza televisiva lo ha reso una delle figure più amate dal pubblico italiano, tanto che – negli anni a seguire – è sempre riuscito a toccare le corde emotive degli spettatori con una profondità discreta ma incisiva.

In questa intervista a Cineblog, ha parlato del suo legame con la tv, presentando il suo più recente progetto, cioè quello che lo vede protagonista del docufilm Le Stanze di Verdi, che uscirà al cinema il prossimo 6 ottobre e che vede la direzione di Pupi Avati.

Prima del grande successo televisivo, lei veniva dal teatro d’autore. Come ha gestito il passaggio tra i due mondi? Cosa le dà il palcoscenico che il cinema o la televisione non riescono a offrirle in termini di energia e sfida?

Io ho iniziato con il teatro da giovanissimo: a 12 anni ho fatto il primo spettacolo, a 16 un altro e sono poi entrato in una cooperativa, per poi passare al Teatro con la T maiuscola. Dopodiché è arrivato il cinema e alla fine la televisione. In teatro avviene tutto in quel momento, dato che si narra una storia e i sentimenti in quella stessa serata. Nel cinema, c’è invece la possibilità che si girino scene senza una cronologia specifica e bisogna cercare di mettere insieme le varie parti. Quando si lavora in tv, si possono interpretare cinque puntate nello stesso giorno, e quindi si deve avere il racconto ben presente, oltre che avere in mente uno schema delle varie scene. Bisogna sempre lavorare di fantasia. Sono ambiti diversi, ma posso dire che l’emozione vissuta a teatro, quando la risposta del pubblico arriva in contemporanea alla performance, è molto forte e appagante.

La tv è un mezzo molto potente, e lo era anche all’epoca di Un Medico in Famiglia, un progetto che mi ha dato una grande popolarità – facendomi portare a teatro cose difficili – ma che ha anche fatto sì che io venissi etichettato con quel ruolo, proprio perché sono stato negli anni eccessivamente identificato con il personaggio di Lele. Un attore deve invece sempre cambiare e acquisire nuove esperienze. Dal punto di vista dell’affetto delle persone, non posso però che essere felice. Per l’epoca è stata una storia innovativa, perché c’era il punto di vista maschile, nonostante ci fossero anche donne nel cast. Per questo il racconto della famiglia Martini è stato molto originale.

Un Medico in Famiglia ha divulgato anche l’idea di famiglia allargata…

Esatto, era un porto di mare, ma lo era anche in come lo facevamo. Spesso venivano gli attori da fuori e noi eravamo sempre molto accoglienti, ma allo stesso tempo avevamo un grande senso del lavoro, tutto in un clima affettuoso. Ho ricordi bellissimi di quel periodo.

Cosa l’ha spinta a tornare nel cast dopo anni di assenza?

Mi ha spinto principalmente Carlo Bixio, produttore della fiction. In tutti gli anni in cui non ho lavorato alla serie, non mi ha mai detto la famosa frase, che spesso dicono i produttori: “Tu non lavorerai più“. Lui ha continuato a venire a trovarmi a teatro, andavamo a cena, chiacchieravamo. Ho apprezzato questo, perché lui era una persona intelligente e capiva le mie esigenze lavorative. Quando mi ha chiesto, per l’ennesima volta, se volessi rientrare nel cast, ho detto sì. All’inizio pensavo che questo legame dovesse interrompersi, ma alla fine non è successo: lui ha compreso il mio punto di vista, nonostante avesse avuto anche un danno economico, dato che me ne sono andato proprio nel bel mezzo del successo della serie. Mi è stato più facile rientrare, perché tra di noi c’era sempre stata stima. Purtroppo è venuto a mancare proprio mentre stavamo girando ed è stato un dolore molto forte, perché era una persona con cui era piacevole parlare.

Torniamo al presente. Lei è il protagonista del nuovo docufilm Le stanze di Verdi. Recitare sé stesso in un contesto documentaristico è molto diverso dall’interpretare un ruolo. Quanto spazio è stato dato all’improvvisazione?

Non potevamo avere un copione, perché non sapevamo quello che veniva fuori. Era tutto improvvisato, nonostante ci fosse una traccia. Io ho cercato di pormi come colui che stesse sentendo per la prima volta quelle cose, come se fossi uno spettatore alla scoperta di questo aspetto di Verdi. Ho provato a conservare la spontaneità nelle mie reazioni, proprio perché molti elementi non dovevo conoscerli in anticipo ma dovevano essere scoperti lì, perché avevano più forza. A volte c’era una sorpresa autentica, perché c’era un racconto mai sentito e che mi incuriosiva: mi è piaciuto fare lo spettatore e ho cercato di capire sempre di più come fosse fatto Verdi. Lui aveva una serie di sfumature, e mi è sembrato che nel corso del documentario ci sia stato un crescendo di adesione alla scoperta dell’artista, e anche io dovevo essere sempre molto attento a non essere convenzionale e a non entrare in una modalità facile.

giulio scarpati intervista
Intervista a Giulio Scarpati – cineblog.it

Mi piaceva anche mettere quelle frasi che verrebbero in mente a tutti: “Perché tutte questi luoghi di Verdi sono ridotti ancora così?“. Quella è stata una considerazione che avrebbe potuto fare qualsiasi persona. Mi faccio interprete di una sincera rimostranza di fronte a questa mancanza di rispetto nei confronti della cultura che ha prodotto Verdi, e di cui lui è in realtà una piccola parte. Se si ha un patrimonio, lo si deve valorizzare. Per me è stata inoltre una bellissima serie di incontri con persone che hanno raccontato la sua storia. Il suo modo di approcciarsi, non solo alla musica, ma anche a diverse arti racconta molto di un uomo che ha sofferto tanto: ha affrontato anche la morte di due figli.

La sua musica è insomma stata una rappresentazione dei dolori che ha vissuto…

Esattamente. Aveva una particolarità, che ho sempre riconosciuto in Verdi: andava dritto nei sentimenti, non ci arrivava pian piano, la sua era una specie di fucilata. Le sue composizioni sono di altissimo livello e penso che, con il tempo, tutte queste difficoltà non si siano messe in evidenza e che sia stato fatto un racconto sincero: io l’ho visto e mi è piaciuto molto. Considerando che è stato fatto in poco tempo, per me è un piccolo miracolo.

Visitare questi luoghi in stato di “abbandono” ha suscitato una riflessione sul rapporto dell’Italia con la propria memoria storica. Crede che il film possa innescare un dibattito o un impegno per il recupero di questi beni?

A me stupisce il fatto che questi beni siano ancora oggi ridotti così, a distanza di molti anni. Penso che, se non parlassimo di quello che non va, le cose non funzionerebbero. Noi abbiamo un patrimonio del genere e non lo valorizziamo: non andrebbe fatto solo nel ricordo di Verdi ma anche al fine di utilizzare questi beni per le altre persone che vogliono fare musica.

Il nome di Giuseppe Verdi andrebbe “usato” per insegnare questi valori alle nuove generazioni.

Mi è capitato di vedere un’attrice anziana che ha dato lezioni a una giovane cantante, in una casa di riposo per artisti. Le ha dato delle indicazioni bellissime su come tradurre un sentimento e su come raccontarlo. Le ha insegnato l’importanza della partitura della musica, perché le note danno anche l’indicazione del sentimento. Spero che questo modo di raccontare possa portare a salvare quello che abbiamo.

E a tutelare la memoria…

Il passaggio alla contemporaneità avviene sempre attraverso un percorso. Si deve acquisire la tradizione e superarla con i mezzi a disposizione.

C’è stato un oggetto o un luogo che, una volta toccato o visto da vicino, le ha fatto avvertire in modo più forte e intimo la presenza e la quotidianità di Giuseppe Verdi?

Non tanto il luogo, ma il racconto che mi hanno fatto della casa di Verdi. Il sindaco mi ha raccontato la vita del musicista e il fatto che la sua non era una famiglia povera.

giulio scarpati intervista
Intervista a Giulio Scarpati – cineblog.it

Questo mi ha dato l’idea di come tutti loro affrontavano la vita di tutti i giorni. Per me è come vedere, in una lente di ingrandimento, come un ragazzino è diventato musicista, e questo serve a insegnare ai giovani il percorso da fare, che è spesso molto difficile. Se si ha una grande passione, si deve avere anche una grande perseveranza. Mi ha colpito anche il coro della Vergine degli Angeli, che è stato molto suggestivo.

In che misura la firma e la sensibilità di Pupi Avati hanno influenzato l’atmosfera e la poetica di questo docufilm? 

Io avevo già lavorato con lui, e secondo me ha una capacità di raccontare il quotidiano in modo molto delicato. Qui si doveva entrare lentamente, come se non volessimo disturbare, e pian piano il pubblico è stato poi portato ai sentimenti. Tutto è avvenuto in maniera leggera. Abbiamo fatto un attacco non alla Verdi, tutto d’un colpo, ma alla Avati. In punta di piedi.