Zelda Williams: “Basta inviarmi video AI di mio padre. Non è ciò che avrebbe voluto”
La figlia di Robin Williams chiede pubblicamente di fermare la circolazione di deepfake e clip generate dall’AI che “resuscitano” l’attore. Nel mirino anche il fenomeno dell’ “AI actor” e l’uso disinvolto delle voci sintetiche.
Regista e attrice, Zelda Williams è la figlia di Robin Williams, icona della comicità e del cinema scomparso tragicamente nel 2014. Da anni interviene nel dibattito sull’uso dell’AI nell’ambito dell’intrattenimento, soprattutto quando tocca l’immagine e la voce del padre senza alcun consenso.
Cosa ha detto Zelda Williams
“Per favore, smettete di mandarmi video AI di papà. Non li voglio vedere, non li capirò, e soprattutto non è ciò che lui avrebbe voluto”.
Con parole dure, Zelda ha definito queste clip “pupazzi di TikTok” che riducono l’eredità di persone reali a imitazioni vaghe. Ha criticato chi spaccia l’AI come “il futuro” quando spesso ricicla il passato per produrre “contenuti usa e getta”, e ha chiesto rispetto per i familiari e per l’artista.
Il contesto: deepfake, voci sintetiche e “attori AI”
L’appello arriva mentre proliferano video che animano volti di personaggi defunti o ricreano voci celebri. Parallelamente, l’industria si interroga su figure come l’ “AI actor” Tilly Norwood, presentata come “nuova star” digitale.
In realtà – ovviamente – Tilly non esiste: si tratta di un personaggio generato interamente da intelligenza artificiale, il frutto dell’elaborazione digitale da parte dello studio Xicoia, divisione della società di produzione Particle6.
Con il passare delle settimane Tilly sta diventando sempre più popolare: ha un suo profilo social, interloquisce con i suoi fan, parla delle sue passioni tra le quali lo shopping e il caffè freddo. Da qualche giorno è on line con uno short comico dal titolo AI Commissioner.
Un caso che sta preoccupando non poco sindacati e attori avvertono: modelli addestrati sul lavoro di professionisti, spesso senza consenso, minano diritti, compensi e la centralità dell’esperienza umana nella recitazione.

Un caso che riguarda tutti
Il punto non è solo la fama: è il consenso. Chi decide come usare l’immagine di una persona scomparsa? Qual è il limite tra omaggio e sfruttamento? L’uso di voci e sembianze sintetiche apre a truffe, manipolazioni, campagne ingannevoli.
Senza regole chiare, chiunque può diventare materia prima di contenuti “slop” che cancellano contesto, intenzione e dignità. E a quanto pare di regole comincia a esseri bisogno: il vuoto legislativo anche nell’ambito della tutela dei diritti è evidente. E il legislatori rischiano di arrivare con molto ritardo rispetto a necessità che sembrano immediate.
Il caso Williams, cosa può succedere adesso
La presa di posizione di Zelda Williams che non ha escluso di ricorrere a strumenti legali per tutelare la memoria e il ricordo di suo padre potrebbe presto portare a linee guida più stringenti su voci e volti sintetici, per tutelare gli eredi e i titolari dei diritti soprattutto di attori scomparsi, ma anche una maggiore responsabilità delle piattaforme nel rimuovere deepfake che violano consenso e marchi. Cosa non facile: perché ognuno di questi contenuti genera anche moltissimo traffico.
L’appello di Zelda è semplice e umano: “Fermarsi, usare buon senso e intelligenza. Non tutto ciò che la tecnologia rende possibile è giusto soprattutto quando tocca la memoria di chi non può più parlare per sé”.