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David di Donatello 2026: dietro il boicottaggio c’è una scelta di politica culturale che vale miliardi

Il movimento #siamoaititolidicoda minaccia di disertare i David di Donatello, non una protesta contro il red carpet ma per i 300 milioni del PNRR che hanno trasformato Cinecittà in un hub per le major americane

20 Aprile 2026 09:13

Il 6 maggio su Rai 1 andrà in onda la cerimonia dei David di Donatello. Sul palco ci sarà Flavio Insinna, accanto a lui Bianca Balti. Ma in sala potrebbe non esserci quasi nessuno.

La protesta per i David di Donatello

Il movimento #siamoaititolidicoda ha lanciato un appello ai candidati: andare al Quirinale quella mattina stessa per chiedere a Sergio Mattarella di ascoltare il settore per poi disertare la premiazione serale. Alessandro Gassmann ha già aderito. Matilda De Angelis ci sta pensando. Sorrentino, Tornatore, Bellocchio, Moretti, Piovani, Archibugi, Avati e oltre duecento nomi hanno firmato una lettera aperta al governo e si sono riservati di aderire alla protesta in attesa di un riscontro.

Stavolta forse non si può ridurre il tutto all’ennesima polemica del cinema italiano — un settore storicamente e notoriamente litigioso anche con se stesso e non sol con le istituzioni. Perché dietro la protesta ci sono numeri precisi e scelte politiche documentate.

I 300 milioni del PNRR e Cinecittà

Il punto di partenza è Cinecittà. I giganteschi e storici studi di Via Tuscolana hanno beneficiato di 232 milioni di euro di fondi PNRR — questa la cifra ufficiale del piano, poi ci sono importanti investimenti privati — che andranno nella costruzione di cinque nuovi teatri di posa, nella ristrutturazione di quattro teatri esistenti, nel potenziamento delle infrastrutture digitali e della piscina da duemila metri quadri. Il risultato è ragguardevole: capacità produttiva aumentata del 60%, un iniziale ritorno all’utile nel 2025 dopo tre anni in perdita, ricavi a 30,5 milioni con un incremento del 43%.

Sul palco dell’evento Cinecittà Interno Giorno di fine marzo, l’amministratrice delegata Manuela Cacciamani ha celebrato il successo. Il giorno stesso, fuori dagli studi, oltre duecento autori firmavano una lettera che smontava ogni elemento di soddisfazione.

Il paradosso è esplicito: Cinecittà festeggia gli utili grazie alle produzioni hollywoodiane — Assassin’s Creed, il film di Mel Gibson La Passione di Cristo: Resurrezione, l’Annibale di Antoine Fuqua con Denzel Washington — mentre il cinema italiano indipendente muore di tagli.

Il movimento #siamoaititolidicoda lo descrive con una formula netta: 300 milioni del PNRR per trasformare Cinecittà da bottega d’arte a hub per i colossi americani, con costi diventati inaccessibili per le imprese italiane che si trovano escluse dai loro stessi teatri di posa.

Cinecittà ospiterà i David di Donatello 2026
L’annuncio delle nomination dei Cinecittà ospiterà i David di Donatello 2026, ospitati a Cinecittà – Credits X @Cinecittà (TIVBlog.it)

Il ribaltamento del Fondo Cinema

Il dato più concreto è nella ripartizione del Fondo Cinema e Audiovisivo 2026, approvata a febbraio: 606 milioni totali contro i 696 del 2025, un taglio evidente di 90 milioni, superiore al 10% del valore complessivo. Ma la distribuzione interna è ancora più eloquente. Il tax credit per le produzioni straniere che girano in Italia sale da 40 a 100 milioni — ed è dunque al contrario più che raddoppiato. I contributi selettivi — il meccanismo attraverso cui lo Stato finanzia i film italiani valutati per valore artistico e culturale — scendono da 91,5 a 41,7 milioni. Quasi dimezzati.

La logica è industriale: attrarre produzioni internazionali genera indotto, occupazione per le maestranze, utilizzo delle strutture. L’AD di Cinecittà lo ha detto chiaramente: “Ogni volta che si dà un euro a una produzione straniera, loro sono costretti a portarne il 60% in Italia.” È un argomento economicamente fondato. Ma è un argomento da polo logistico, non adeguato a quella che dovrebbe essere una politica di tutela culturale nazionale.

Il cinema indipendente italiano — quello che va a Venezia, a Cannes, a Berlino, quello che produce le opere che nel tempo diventano patrimonio — non ha bisogno di Assassin’s Creed nei teatri di posa. Ha bisogno dei contributi selettivi per sviluppare sceneggiature, girare, distribuire. E quei contributi si stanno esaurendo.

Zero registe tra i selettivi 2025

Il terzo elemento della protesta è quello più difficile da difendere sul piano istituzionale. Tra i progetti finanziati con la prima sessione dei contributi selettivi 2025 non risulta esserci nemmeno una regista donna. In un paese con una delle tradizioni più forti di cinema d’autore femminile in Europa — da Lina Wertmüller a Liliana Cavani, da Alice Rohrwacher a Paola Cortellesi, da Francesca Archibugi a Laura Bispuri — questa assenza non è statistica: è il risultato di criteri di selezione che privilegiano determinati profili produttivi e lasciano fuori altri.

Il movimento lo chiama “censura morbida”: non un veto esplicito, ma un sistema di criteri e priorità che sistematicamente esclude certi tipi di cinema. Il risultato — zero registe finanziate — è un dato di fatto verificabile.

Cinecittà, vista panoramica
Una vista panoramica dei grandi studi di Telecittà, a Roma sulla Tuscolana – Credits X @Cinecittà (TIVBlog.it)

La domanda che rimane

Il boicottaggio del 6 maggio è un atto simbolico e per ora non definitivo e nemmeno certo. Ma se la sala sarà davvero vuota, manderà un segnale, anche se non cambierà il piano di riparto del Fondo Cinema. Il segnale vero è che il cinema italiano — autori, registi, tecnici, maestranze — ha smesso di sentirsi rappresentato da una politica culturale che parla il linguaggio dell’attrazione degli investimenti stranieri mentre taglia le risorse per la produzione nazionale.

Le dimissioni di Borgonzoni e la presa di responsabilità di Giuli, che il movimento chiede, risolverebbero la forma. Il problema di fondo resta la sostanza al di là dei nomi formali: l’Italia deve capire se vuole ancora essere un paese che produce cinema, o un paese che affitta i teatri di posa a chi lo produce per conto terzi.