Half Man, la nuova miniserie con l’attore di Baby Reindeer è di quelle che non si scordano
Dopo Baby Reindeer, Richard Gadd torna con Half Man: una serie HBO intensa che esplora traumi, mascolinità e relazioni al limite
C’è stato un momento, nel 2024, in cui Baby Reindeer ha smesso di essere “solo” una serie per diventare un caso culturale. Un racconto che non chiedeva empatia, ma la imponeva, mettendo lo spettatore davanti a un dolore reale, senza filtri.
Due anni dopo, Richard Gadd torna con Half Man, produzione firmata HBO, e lo fa spostando radicalmente il punto di vista: non più la vittima, ma una presenza ambigua, difficile da decifrare, a tratti disturbante.
Il cambiamento non è solo narrativo. È una scelta precisa di linguaggio, che porta Gadd a scavare ancora più a fondo nelle contraddizioni della mascolinità contemporanea. Se Baby Reindeer era un’esposizione frontale del trauma, Half Man lavora sul non detto, su ciò che si accumula e poi esplode.
Un racconto che scava dove fa più male
Al centro della serie ci sono due fratellastri, Ruben e Niall. Non è una relazione costruita su equilibri, ma su tensioni continue, su un legame che sembra tenere insieme quanto basta per non rompersi, salvo poi incrinarsi di continuo. Gadd interpreta Ruben, mentre il ruolo di Niall è affidato a Jamie Bell, volto già abituato a territori emotivi complessi.
La scrittura è il vero motore della serie. Non cerca di spiegare, ma di mostrare. I personaggi non vengono giustificati, e proprio per questo risultano più veri. Le loro fragilità non sono mai dichiarate apertamente, ma emergono nei gesti, negli sguardi, nelle reazioni sproporzionate.

È qui che Half Man trova la sua forza: nella capacità di raccontare una violenza che non è solo fisica, ma anche emotiva, quotidiana, spesso invisibile.
Il corpo come linguaggio
Uno degli aspetti più evidenti è la trasformazione di Gadd. Non si limita a interpretare un ruolo: lo costruisce fisicamente. Il suo Ruben è più grande, più pesante, più ingombrante. Una presenza che occupa spazio, quasi a voler compensare qualcosa che resta irrisolto.
La voce cambia, si abbassa, diventa ruvida. Non è un dettaglio tecnico, ma una scelta precisa. Ogni elemento contribuisce a creare un personaggio che comunica prima ancora di parlare.
Accanto a lui, Jamie Bell lavora in sottrazione. Il suo Niall è più fragile, più incerto, ma non per questo meno pericoloso. È un equilibrio sottile, in cui nessuno dei due è davvero innocente.
Una mascolinità che non trova forma
Il cuore della serie sta qui. Half Man non racconta uomini forti o deboli, ma uomini che non sanno dove collocarsi. La forza diventa spesso una facciata, la fragilità un elemento nascosto, quasi vergognoso.
Ruben usa il corpo come scudo, come arma, come linguaggio. Niall si muove invece dentro sé stesso, in un continuo tentativo di capire chi è. Due percorsi diversi che finiscono per intrecciarsi, influenzarsi, peggiorarsi a vicenda.
Non c’è una risposta, e forse non è nemmeno quello che la serie cerca. Piuttosto, mette in scena una domanda: cosa resta quando i modelli tradizionali non funzionano più?
Dopo il successo, una scelta rischiosa
Dopo un debutto come quello di Baby Reindeer, sarebbe stato facile replicare la formula. Gadd sceglie invece di cambiare direzione, di esporsi in modo diverso. Meno autobiografico in apparenza, ma forse ancora più personale.
Il risultato è una serie che non cerca il consenso immediato. Richiede attenzione, disponibilità a entrare in zone scomode. Ma proprio per questo lascia un segno più duraturo.