Odyssey di Christopher Nolan: Ulisse torna al cinema tra mito, set e luoghi epici
Christopher Nolan ha portato The Odyssey sul grande schermo nel 2026, tra Mediterraneo e Nord Europa, per trasformare il viaggio di Ulisse in un’esperienza fisica, girata in IMAX 70 mm e costruita il più possibile lontano dagli studi, con l’obiettivo dichiarato di restituire allo spettatore il peso del vento, del mare e della roccia. La
Christopher Nolan ha portato The Odyssey sul grande schermo nel 2026, tra Mediterraneo e Nord Europa, per trasformare il viaggio di Ulisse in un’esperienza fisica, girata in IMAX 70 mm e costruita il più possibile lontano dagli studi, con l’obiettivo dichiarato di restituire allo spettatore il peso del vento, del mare e della roccia. La produzione, secondo quanto filtrato dai materiali di lavorazione, ha scelto luoghi reali invece di affidarsi in modo esteso alla computer grafica: una decisione coerente con il metodo del regista britannico, già abituato a spingere troupe e attori dentro ambienti concreti, anche quando il cinema chiede controllo e ripetizione.
The Odyssey di Christopher Nolan, un kolossal girato in IMAX 70 mm
Per Christopher Nolan, affrontare l’Odissea non ha significato soltanto adattare uno dei testi fondativi della cultura occidentale, ma misurarsi con un racconto fatto di attese, approdi, tempeste e perdita dell’orientamento. Da qui la scelta della pellicola IMAX 70 mm, formato che il regista considera da anni uno strumento narrativo prima ancora che tecnico.
La lavorazione di The Odyssey ha ridotto al minimo, secondo le informazioni disponibili, il ricorso alla CGI e alle ambientazioni ricostruite in studio. Non una rinuncia alla tecnologia, semmai un uso più selettivo: il mare resta mare, la pietra resta pietra, la luce cambia davvero nell’arco della giornata. “Nolan voleva che gli attori sentissero il terreno sotto i piedi”, ha raccontato una fonte vicina alla produzione, descrivendo set battuti dal vento e giornate scandite dalle condizioni meteo.
In un film che segue Ulisse nel ritorno verso Itaca, la materia conta. Conta il sale sui costumi, il rumore delle onde, la fatica di muoversi su coste irregolari. E conta, anche, la difficoltà di non addomesticare troppo un poema che nasce proprio dal disordine del viaggio.
Dalla Sicilia alle Eolie, le terre dei Ciclopi sul Tirreno
Una parte centrale delle riprese di The Odyssey si è svolta in Sicilia e nelle isole Eolie, scelte per dare forma alle coste aspre del Tirreno e alle terre legate al mito dei Ciclopi. Scogliere, insenature, rocce nere e mare aperto hanno offerto alla troupe un paesaggio ruvido, poco conciliato con l’idea da cartolina del Mediterraneo.
Le riprese, in queste zone, avrebbero seguito una logica molto precisa: cercare luoghi capaci di comunicare isolamento, rischio, lontananza. Non solo bellezza. Le Eolie, con la loro natura vulcanica e i profili scuri all’orizzonte, si prestano a un racconto in cui ogni approdo può diventare minaccia. In alcuni tratti, spiegano fonti di produzione, il lavoro è stato condizionato da vento e mare grosso, con pause decise all’ultimo momento e spostamenti anticipati all’alba.
La Sicilia, invece, ha offerto una varietà di ambienti più ampia: coste frastagliate, sentieri di roccia, zone bruciate dal sole. In quel paesaggio, Ulisse non appare come un eroe già consegnato alla leggenda, ma come un uomo costretto a leggere ogni segnale del territorio. Un dettaglio decisivo, per Nolan.
Le Ionie e Itaca, la luce del ritorno di Ulisse
Per ricostruire la dimensione più intima del poema, quella del ritorno e del desiderio di casa, la produzione di The Odyssey si è spostata anche tra le isole Ionie, dove la luce chiara, gli uliveti e i rilievi vicini al mare hanno fornito il volto cinematografico di Itaca. Qui il registro cambia: meno minaccia, più attesa. Ma senza perdere tensione.
Le coste ioniche, con le loro baie strette e le colline che scendono verso l’acqua, hanno permesso di lavorare su un’immagine di Itaca non monumentale, quasi domestica. Una terra riconoscibile, povera di segni grandiosi, e proprio per questo desiderata. Secondo chi ha seguito il set, Nolan avrebbe insistito molto sulla luce naturale del mattino e del tardo pomeriggio, quando il contrasto tra mare e ulivi diventa più netto.
La scelta delle Ionie non è soltanto geografica. È narrativa. Dopo le derive, i mostri e le prove, il film deve far percepire che il ritorno di Ulisse non è un semplice arrivo, ma una verifica: della memoria, dell’identità, del tempo passato. E la casa, nel poema come nel film, non è mai davvero identica a come la si era lasciata.
Malta, Gozo e Islanda: da Troia alla discesa nell’Ade
Le architetture in pietra di Malta e Gozo sono state utilizzate per costruire sullo schermo il dramma di Troia, tra mura, spazi severi e ambienti capaci di evocare una città assediata senza ricorrere solo alla ricostruzione digitale. La pietra chiara, battuta dal sole, offre un contrasto netto con le sequenze marine e con il mondo più instabile del viaggio.
Per la parte più oscura del racconto, la discesa di Ulisse nell’Ade, la troupe si è invece spinta fino alle isole Vestmannaeyjar, in Islanda. Nebbie, distese vulcaniche, terreno nero: un paesaggio lontano dal Mediterraneo, ma utile a visualizzare una soglia, un luogo in cui il mondo dei vivi sembra perdere consistenza. Solo allora, nel film, il viaggio smette di essere soltanto geografico.
Questa mappa delle riprese conferma l’ambizione materiale di The Odyssey: non illustrare il poema, ma farlo attraversare. Nolan, ancora una volta, punta sulla presenza fisica dei luoghi e sulla resistenza degli elementi. Mare, vento, roccia, buio. Pochi segni, molto peso. E un’idea di cinema che, prima di chiedere allo spettatore di credere al mito, gli chiede di sentirlo addosso.