James Gray e il sogno infranto di Paper Tiger
James Gray è tornato oggi, 11 agosto 2026, al Locarno Film Festival con Paper Tiger, film presentato sulla Piazza Grande e dedicato a due fratelli travolti dalla mafia russa, mentre il festival svizzero gli consegna il Pardo alla carriera per una filmografia costruita attorno a famiglia, destino e identità personale.James Gray a Locarno con Paper
James Gray è tornato oggi, 11 agosto 2026, al Locarno Film Festival con Paper Tiger, film presentato sulla Piazza Grande e dedicato a due fratelli travolti dalla mafia russa, mentre il festival svizzero gli consegna il Pardo alla carriera per una filmografia costruita attorno a famiglia, destino e identità personale.
James Gray a Locarno con Paper Tiger
A quasi vent’anni da I padroni della notte, il regista statunitense rimette al centro del racconto due fratelli, un ambiente criminale e una famiglia che si incrina sotto il peso delle scelte. In Paper Tiger, però, il fuoco sembra spostarsi: meno poliziesco, più interiore. Il tema, ha spiegato James Gray incontrando i giornalisti a Locarno, è il prezzo dell’ambizione quando entra nelle case, nei matrimoni, nelle relazioni tra padri e figli.
Il film segue Gary, interpretato da Adam Driver, e Irwin, affidato a Miles Teller, insieme a Hester, la moglie di Irwin, interpretata da Scarlett Johansson. Sullo sfondo c’è un’America middle class, lontana dalle immagini patinate, fatta di interni domestici, lavori, debiti morali e occasioni che sembrano a portata di mano. Gray guarda lì, in quel microcosmo, per parlare di qualcosa di più largo. “Sul muro di un museo ho letto che la storia e il mito iniziano sempre nel microcosmo personale”, ha raccontato il regista. “Io cerco di fare film personali perché, nel bene e nel male, come persona sono unico: quella che drammatizzo è la mia esperienza”.
Il sogno del cinema e il lavoro con gli attori
Gray ha insistito molto sul rapporto tra cinema e dimensione privata, quasi onirica. “Il film è la cosa che abbiamo più vicino al sogno”, ha detto, spiegando che il cinema consente di entrare, anche solo per due ore, nell’inconscio di qualcun altro. Una frase detta senza enfasi, ma con quel tono da autore che sa di lavorare dentro un sistema commerciale e, allo stesso tempo, di cercare uno spazio personale. Non una contraddizione, semmai una tensione continua.
Il regista ha poi parlato del cast, ringraziando Adam Driver, Miles Teller e Scarlett Johansson per il lavoro sul set. “Sono molto grato ai miei attori e sempre un po’ stupito che vogliano lavorare con me”, ha ammesso. Gray ha spiegato di non aver scritto i personaggi pensando a interpreti già definiti, proprio per non chiuderli troppo presto dentro una forma. Solo dopo, con gli attori, quei caratteri hanno preso corpo. “Abbiamo lavorato benissimo, con una buona atmosfera. Loro mi hanno dato tutto”, ha aggiunto.
A produrre Paper Tiger sono Rodrigo Teixeira e Raffaella Leone, figlia di Sergio Leone, un nome che a Locarno risuona con naturalezza quando si parla di cinema americano filtrato da uno sguardo personale. Gray ha detto di sentirsi sostenuto nella scelta di continuare a realizzare film legati alla propria memoria, anche quando il mercato chiede altro. “Dalla nascita del cinema in poi abbiamo realizzato un oceano di film”, ha osservato, ricordando quanto rapidamente il linguaggio cinematografico sia cambiato rispetto alle arti figurative.
Famiglia, mafia russa e memoria personale
In Paper Tiger la mafia russa non è soltanto un elemento di trama. È il contesto che mette alla prova la famiglia, la costringe a reagire e fa emergere fragilità già presenti. Gray ha chiarito che nel film non c’è una condanna diretta del padre dei protagonisti, figura costruita anche attraverso frammenti della sua infanzia. “Nell’86 non si conosceva la mafia russa”, ha spiegato. “Qualcuno come mio padre non ne avrebbe avuto consapevolezza. Noi figli eravamo insolenti con lui: non condanno nessuno”.
Il regista, nato a New York in una famiglia di origini ucraine e russe, torna così a uno dei suoi territori più riconoscibili: la famiglia come luogo di protezione e ferita, rifugio e trappola. Il dramma, ha suggerito, non nasce tanto dalla colpa quanto dal destino. Qui entra anche il riferimento al mito greco, evocato nel film attraverso alcuni versi dall’Agamennone di Eschilo: “Che ci sia una ricchezza senza lacrime, che ce ne sia abbastanza affinché l’uomo saggio non ne desideri di più”. Una frase che suona come una chiave d’accesso al racconto: il desiderio di avere di più, e il danno che può lasciare dietro di sé.
Gray non cerca scorciatoie morali. Preferisce restare vicino ai personaggi, anche quando sbagliano. “Quando faccio un film forse c’è un certo narcisismo”, ha ammesso, “ma quando è finito devo essere pronto ad accogliere le reazioni dello spettatore”. È un passaggio che dice molto del suo modo di intendere il cinema: un gesto intimo, esposto, che non può controllare fino in fondo ciò che provoca.
Il Pardo alla carriera e il rapporto con il pubblico
La serata di Locarno culmina con la consegna a James Gray del Pardo alla carriera, riconoscimento che arriva dopo film come Little Odessa, The Yards, Two Lovers, C’era una volta a New York, Ad Astra e Armageddon Time. Una traiettoria coerente, attraversata da ossessioni ricorrenti: i legami di sangue, l’eredità dei padri, la tentazione della fuga, la difficoltà di scegliere senza ferire qualcuno.
Parlando del pubblico, Gray ha usato un’immagine semplice e molto concreta. In un museo, ha detto, davanti a un quadro raramente qualcuno esclama apertamente “questo mi fa schifo”. Al cinema, invece, la reazione è più istintiva, quasi fisica: “Il film è intimo e vi porta a dire ‘lo odio’”. Poi ha sorriso, raccontando quella sensazione comune a molti spettatori: il fastidio per chi parla ad alta voce in sala, perché disturba il sogno. Una battuta, ma anche una dichiarazione di poetica.
Con Paper Tiger, Gray sembra dunque tornare a un cinema di conflitti familiari e ferite private, ma con uno sguardo più asciutto, meno interessato alla superficie criminale che alle conseguenze morali. L’ambizione, nel suo racconto, non è mai solo desiderio di ascesa. È una forza che entra nelle stanze, cambia il tono delle conversazioni, separa i fratelli. E, solo allora, mostra il conto.