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Venezia 2026, gli 11 fuori concorso fiction tra thriller d’autore e grandi storie

La Mostra del Cinema di Venezia 2026 affida alla sezione Fuori Concorso fiction, al Lido, undici titoli presentati in questi giorni per raccontare il cinema contemporaneo fuori dalla corsa ai premi, tra autori internazionali, generi diversi e tre registi italiani — Giovanni Veronesi, Gianni Amelio e Mario Martone — chiamati a misurarsi con memoria, fede,

31 Agosto 2026 13:32

La Mostra del Cinema di Venezia 2026 affida alla sezione Fuori Concorso fiction, al Lido, undici titoli presentati in questi giorni per raccontare il cinema contemporaneo fuori dalla corsa ai premi, tra autori internazionali, generi diversi e tre registi italiani — Giovanni Veronesi, Gianni Amelio e Mario Martone — chiamati a misurarsi con memoria, fede, dolore e legami familiari.

Fuori Concorso fiction, Venezia punta su autori e libertà di racconto

La sezione Fuori Concorso fiction della Mostra di Venezia conferma anche quest’anno la sua natura più elastica: un luogo in cui il programma può accogliere film difficili da incasellare, opere di genere, racconti politici e lavori firmati da nomi molto riconoscibili. Dagli affreschi d’epoca ai thriller, dai road movie alle storie intime, gli undici film compongono una mappa ampia, con registri che cambiano spesso tono. E non poco.

Tra i titoli più attesi figura The Basics of Philosophy di Paul Schrader, con Jack Huston e Sofia Boutella. Huston interpreta un professore universitario che tiene un corso su Schopenhauer e si ritrova, all’improvviso, davanti a una figura del passato: un ritorno che lo costringe a riaprire un episodio torbido, rimasto sepolto per anni. Di tutt’altro passo è Un bon avocat di Tristan Séguéla, con Laurent Lafitte e Mélanie Laurent, storia di un avvocato brillante ma dipendente dalla cocaina, aiutato da un giovane stagista che si rivela meno ingenuo di quanto sembri.

Dai thriller politici ai racconti di memoria, il programma internazionale

Nel programma internazionale del Fuori Concorso trova spazio anche Let Us Through Dear Ancestors di Lav Diaz, ambientato nelle Filippine durante la colonizzazione spagnola, tra la fine del XVI secolo e l’inizio del successivo periodo di trasformazione del territorio. Il film guarda alla costruzione di chiese cattoliche e infrastrutture imposte dai colonizzatori, ma soprattutto alle vite dei filippini coinvolti in lavori durissimi, spesso mortali. Una materia ampia, trattata dal regista filippino con il passo lungo che gli è consueto.

Il thriller entra invece in scena con Arrested Memory del giapponese Sabu, centrato su un investigatore che sta perdendo la memoria proprio mentre deve indagare sul rapimento del figlio di un ricco imprenditore nipponico attivo a Taipei. La tensione politica attraversa Jupiter di Alexandre Smia, con Denis Ménochet e André Dussollier: il protagonista è un presidente francese appena eletto, messo di fronte a una crisi estrema dopo un ultimatum nucleare della Russia contro la Francia. Un soggetto che, nel clima internazionale attuale, arriva al Lido con un’evidente risonanza.

Cambia registro A Place to Be di Kornél Mundruczó, interpretato da Ellen Burstyn, 92 anni, insieme a Taika Waititi e Pamela Anderson. Il film segue l’amicizia inattesa tra una donna anziana e un uomo maturo, in viaggio da Chicago a New York per restituire al proprietario Intruder, un piccione da gara smarrito. Un dettaglio minuto, quasi laterale, che diventa motore narrativo.

Action, guerra e vendette: dal prete armato alla cecchina peshmerga

La vena action passa da Father Joe di Barthélémy Grossmann, scritto da Luc Besson, che mescola ritmo da cinema pop e ironia nera. Al centro c’è un prete vendicatore, una sorta di Robin Hood in tonaca, che deruba i narcotrafficanti per aiutare i poveri. Kiefer Sutherland interpreta il sacerdote protagonista, mentre Al Pacino veste i panni di un potente boss della droga: un confronto che, sulla carta, promette toni ruvidi e dialoghi taglienti.

Guarda invece alla guerra recente No Paradise If You Are Killed by a Woman di Halkawt Mustafa, regista curdo-iracheno. Il film è ambientato durante l’assedio di Mosul e segue una cecchina peshmerga, emigrata in Svezia e tornata a combattere per ritrovare la sorella rapita dall’Isis. L’opera, secondo la presentazione, rende omaggio al coraggio del popolo curdo e delle combattenti peshmerga, scegliendo il linguaggio dell’action per raccontare una ferita ancora aperta.

In questa parte del cartellone il Fuori Concorso di Venezia mostra la sua doppia anima: da un lato il cinema di intrattenimento, con star riconoscibili e meccanismi narrativi netti; dall’altro storie legate a conflitti, identità e resistenza. Non c’è un unico tono. Ed è forse il punto.

Veronesi, Amelio e Martone: tre sguardi italiani al Lido

La pattuglia italiana si apre con Dio ride di Giovanni Veronesi, interpretato da Pierfrancesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi, Paolo Rossi e Carlo Cecchi nel ruolo di Papa Innocenzo X. Ambientato nel Seicento, il film racconta Fra Leopoldo da Casamacchia, un frate che predica un Dio vicino agli uomini, capace persino di ridere con loro. Per la Chiesa ufficiale, però, quella visione diventa eresia, fino al giudizio dell’Inquisizione e a un confronto che mette in crisi certezze radicate.

Con Nessun dolore, Gianni Amelio porta al Lido una storia ambientata a Roma, con Alessandro Borghi nei panni di un libraio travolto dalla morte di un giovanissimo immigrato clandestino. Da quel lutto nasce una deriva personale, fatta di senso di colpa, accoglienza e smarrimento, fino a una casa che si riempie di immigrati e a un finale aperto alla speranza. Nel cast anche Valeria Golino e Valerio Mastandrea, presenze che danno ulteriore peso a un racconto costruito su fragilità molto concrete.

Chiude il trittico italiano Scherzetto di Mario Martone, con Toni Servillo, ambientato quasi interamente in un appartamento di Napoli. Il protagonista è un illustratore di successo che torna nella sua città per occuparsi del nipotino di cinque anni, vivace e ingombrante quanto basta per incrinare abitudini e difese. La convivenza forzata diventa così un ritorno sui propri passi: il passato, il tempo che passa, i fantasmi della memoria. Tutto dentro poche stanze, ma con lo sguardo rivolto molto più lontano.