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Valerio Mastandrea a Venezia: il valore dei padri imperfetti

Valerio Mastandrea ha raccontato oggi, 5 settembre 2026, alla Mostra del Cinema di Venezia, il suo ruolo in La Città dei Vivi, film di Edoardo Gabbriellini in concorso a Orizzonti, spiegando perché interpretare il padre di Luca Varani lo abbia portato a riflettere sul mestiere, fragile e senza istruzioni, dell’essere genitore.Valerio Mastandrea a Venezia con

5 Settembre 2026 13:32

Valerio Mastandrea ha raccontato oggi, 5 settembre 2026, alla Mostra del Cinema di Venezia, il suo ruolo in La Città dei Vivi, film di Edoardo Gabbriellini in concorso a Orizzonti, spiegando perché interpretare il padre di Luca Varani lo abbia portato a riflettere sul mestiere, fragile e senza istruzioni, dell’essere genitore.

Valerio Mastandrea a Venezia con La Città dei Vivi

Il lavoro più bello, più difficile, non pagato è quello di padre”. Lo ha detto Valerio Mastandrea al Lido, parlando di La Città dei Vivi, il film diretto da Edoardo Gabbriellini e liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia. L’attore interpreta il padre di Luca Varani, il ragazzo romano di 23 anni ucciso nel 2016 in un caso di cronaca che segnò a lungo il dibattito pubblico, anche per la ferocia del delitto e per le domande rimaste intorno alle vite dei protagonisti.

Il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, sceglie però un punto di osservazione meno battuto. Non cerca soltanto il fatto di cronaca, né si limita alla sua ricostruzione giudiziaria: prova, piuttosto, a riportare al centro la vita di Luca Varani prima che diventasse “la vittima” di una vicenda terribile. A dargli volto è Emanuele Maria Di Stefano, in un racconto che si muove tra famiglia, solitudini, scelte e zone d’ombra.

L’attore: “Non voglio imitare la realtà”

Mastandrea, che in questi giorni è al Lido anche tra gli interpreti di Nessun Dolore, il nuovo film di Gianni Amelio presentato fuori concorso, ha spiegato di non essere spesso coinvolto in opere tratte da fatti reali. E, ha ammesso, la cosa non gli dispiace. “Non mi chiamano spesso per film da fatti reali e ne sono anche contento”, ha detto, chiarendo subito il punto: per lui l’approccio dell’attore non deve essere quello dell’imitazione.

Io cerco i personaggi sui copioni, anche quando conosco la storia”, ha spiegato Mastandrea, quasi a marcare una distanza di rispetto. Non copiare un volto, non riprodurre gesti altrui, non lasciarsi schiacciare dal caso di cronaca. “Mi sembra un modo ideale per non speculare sulla realtà, soprattutto quando è così atroce”, ha aggiunto. Una frase detta senza enfasi, ma con il peso di chi sa che, davanti a certe storie, il confine tra racconto e sfruttamento può diventare sottile.

Secondo l’attore, La Città dei Viviaccende le luci in stanze dentro le quali l’informazione non era entrata”. Una definizione che sposta il film dal terreno della cronaca nera a quello, più scivoloso, dell’intimità. In quelle stanze ci sono un padre, una madre, un figlio, e poi il vuoto che resta quando una storia privata viene improvvisamente esposta allo sguardo di tutti.

Padri difettosi, figli e silenzi

Parlando del ruolo di padre, Valerio Mastandrea ha scelto parole poco consolatorie. “Credo nei padri difettosi”, ha detto, “forse perché ne ho avuto uno, forse perché lo sono pure io”. Una battuta che non cerca indulgenza, semmai misura. Il tema, del resto, arriva dritto dal film: che cosa vede un genitore, che cosa non riesce a vedere, quali segnali si perdono quando un figlio prende strade opache, fragili, pericolose.

L’attore ha spiegato di non credere nell’“attenzionare” i figli, verbo da controllo più che da cura. Preferisce parlare di osservazione, di ascolto, anche dei silenzi. “Bisogna stare in ascolto anche delle solitudini che a quell’età ci sono”, ha confidato, riferendosi alla giovinezza, a quel tempo in cui “si ha proprio la sensazione di avere il vuoto davanti”. Una frase semplice, quasi detta a mezza voce. Ma resta.

Poi il riferimento personale, alla madre. Mastandrea ha raccontato di aver avuto “una madre che lavorava tutto il giorno”, ma capace di esserci quando lui trovava il coraggio di bussare e parlare di sé. “Questi sono i miei modelli da genitore: cresco, capisco, imparo”, ha spiegato. Nessun manuale, nessuna formula pronta. “Non è che c’è un vademecum”, ha aggiunto, con quel modo un po’ laterale che spesso usa per evitare le frasi troppo ordinate.

Il legame con Edoardo Gabbriellini

Dentro La Città dei Vivi c’è anche il rapporto tra Mastandrea ed Edoardo Gabbriellini, un’amicizia artistica che viene da lontano. Il regista lo aveva già diretto in Padroni di casa, e al Lido l’attore ha parlato di un legame costruito nel tempo, tra scelte, discussioni e un’idea comune di cinema. “Abbiamo in comune una cosa, ringraziando Dio una sola”, ha scherzato, prima di spiegarsi meglio.

Entrambi, ha raccontato, sono entrati nel mestiere quasi “presi nella foresta”, senza un percorso troppo lineare, insistendo fino a capire che quello era il lavoro che volevano fare. Da lì, ha spiegato Mastandrea, è nata una consapevolezza: sapere cosa si ama e cosa no, non limitarsi a “eseguire gli ordini” del mestiere. Gabbriellini, secondo lui, ha compiuto scelte anche più radicali delle sue.

“È come se fossimo cresciuti insieme, parlando del cinema che ci piace nella stessa casa”, ha detto ancora l’attore. Poi l’immagine finale, affettuosa e concreta: “Siamo un po’ come fratelli di latte”. Una definizione che restituisce bene il clima del film, almeno nelle intenzioni di chi lo ha portato a Venezia: non una ricostruzione fredda, ma un lavoro sulle persone, sui legami, su ciò che resta quando la cronaca smette di fare rumore.