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Zustìssia: Michele Riondino e la giustizia come tema civile

Dal 15 ottobre 2026 è nelle sale italiane Zustìssia , il film diretto da Francesco Piras con Michele Riondino e Fabrizio Ferracane : un’opera di cinema civ

23 Ottobre 2026 07:27

Dal 15 ottobre 2026 è nelle sale italiane Zustìssia, il film diretto da Francesco Piras con Michele Riondino e Fabrizio Ferracane: un’opera di cinema civile che affronta quello che viene definito il più lungo errore giudiziario della storia italiana. Il zustìssia film — il titolo riprende la parola sarda per “giustizia” — non è un thriller di genere né un legal drama americanizzato, ma qualcosa di più scomodo: la ricostruzione di una vita distrutta dallo Stato, raccontata con la precisione di chi non vuole lasciare scampo allo spettatore.

Trentatré anni di detenzione ingiusta: la storia vera di Beniamino Zuncheddu

Al centro del film c’è la vicenda reale di Beniamino Zuncheddu, pastore sardo accusato di triplice omicidio e rimasto in carcere per 33 anni prima che l’errore giudiziario venisse riconosciuto. Non si tratta di un caso ambiguo, di quelli in cui il dubbio rimane aperto per sempre: si tratta, secondo quanto ricostruito dal film, di una delle più gravi ingiustizie istituzionali che la Repubblica italiana abbia mai prodotto.

Piras costruisce il racconto attorno a questa durata insopportabile — trentatré anni — che non è solo un dato biografico ma una misura del fallimento sistemico. Il cinema civile italiano ha una lunga tradizione in questo senso, da Salvatore Giuliano di Francesco Rosi fino ai film di Marco Tullio Giordana, e Zustìssia si inserisce consapevolmente in quella genealogia: non per omaggio formale, ma perché il materiale lo richiede.

Michele Riondino nei panni dell’avvocato Mauro Trogu

Michele Riondino interpreta Mauro Trogu, l’avvocato che ha combattuto per far emergere la verità sulla detenzione di Zuncheddu. È una scelta di casting che ha una logica precisa: Riondino è uno degli attori italiani più capaci di portare sullo schermo la tensione morale senza trasformarla in retorica. Il suo Trogu non è un eroe senza macchia, ma un professionista che si trova a fare i conti con l’inerzia delle istituzioni, con la lentezza della burocrazia giudiziaria, con il peso di difendere qualcuno che il sistema ha già condannato due volte — una in tribunale, una nell’opinione pubblica.

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Al suo fianco c’è Fabrizio Ferracane, attore siciliano di grande intensità, la cui presenza nel film rafforza quella dimensione meridionale — geografica e culturale — che attraversa tutta la storia. Ferracane porta con sé una fisicità e un’economia espressiva che si adattano perfettamente al tipo di racconto che Piras costruisce: asciutto, senza indulgenze sentimentali.

Il cinema civile come atto politico nel 2026

Parlare di zustìssia — giustizia — in un film italiano distribuito nell’autunno del 2026 non è un gesto neutro. Il rapporto tra cittadini e istituzioni giudiziarie è uno dei temi più caldi del dibattito pubblico italiano, e un film come questo inevitabilmente si inserisce in quella conversazione. Non perché lo cerchi esplicitamente, ma perché la storia vera su cui si basa ha una forza documentaria che supera qualsiasi intenzione d’autore.

Il zustìssia film di Piras interroga non solo il caso specifico di Zuncheddu, ma il meccanismo più ampio che rende possibile un errore del genere: la fiducia cieca nel verdetto, la difficoltà di ammettere l’errore istituzionale, la solitudine di chi cerca giustizia dall’interno di un sistema che si difende da sé. Sono domande che riguardano la responsabilità collettiva quanto quella individuale.

In questo senso, Zustìssia appartiene a quella categoria di film che non si limitano a raccontare una storia, ma pongono allo spettatore una domanda scomoda: cosa sapevi, e cosa hai fatto? La risposta implicita — che la maggior parte di noi non sapeva nulla, e non ha fatto nulla — è già una forma di critica sociale.

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Francesco Piras e la regia del film d’inchiesta

Francesco Piras sceglie un approccio registico che privilegia la chiarezza narrativa rispetto alla sperimentazione formale. È una scelta coerente con il materiale: quando la storia vera è già così estrema, il rischio del virtuosismo stilistico è quello di spostare l’attenzione dalla vicenda al regista. Piras evita quella trappola, costruendo un film che lascia spazio alle performance dei suoi attori e alla densità della storia.

La Sardegna — paesaggio, lingua, cultura — è presente nel film non come sfondo pittoresco ma come elemento drammatico. Il titolo stesso, Zustìssia, è in sardo: una scelta che radica la storia in un contesto specifico senza renderla provinciale, perché le domande che pone sono universali.

Per chi vuole approfondire la vicenda reale di Beniamino Zuncheddu prima o dopo la visione, Sky TG24 ha pubblicato un’intervista con il cast in occasione dell’uscita.

Zustìssia è nelle sale italiane dal 15 ottobre. È il tipo di film che il cinema italiano sa fare quando decide di prendere sul serio il proprio ruolo civile: non un prodotto consolatorio, non un esercizio di stile, ma un’opera che usa la storia vera di un uomo per parlare di tutti noi. Vale la pena vederlo, e vale la pena portarlo con sé fuori dalla sala.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.