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Lincoln sarà una palla, ma quante palle in giro…

Italo Moscati parla su Cineblog del film Lincoln di Steven Spielberg. Ma non solo….

Lo confesso: per quaranta minuti buoni mi sono annoiato con Lincoln di Steven Spielberg. Due e più palle; in sala il pubblico scivolava in deliquio giù dalle poltrone. E c’era motivo. Un mare di parole nelle trattative politiche ordinate da Abramo per fare approvare l’abolizione della schiavitù. Una complessa azione di politica con compera dei deputati democratici contrari alla posizione di Abramo, presidente repubblicano. Un ritratto americano che ha fatto venire in mente, per molto ovvie comparazioni, le leggi merce e i mercati della politica italiana, anche recentemente.

Il bello è che, dalle chiacchiere di spettatori dopo la proiezione, ho appreso che costoro erano convinti che lo spilungone Abramo fosse un democratico. Non era né un Clinton o un Obama, ma semplicemente un esponente del partito dei presidenti Bush, uno e due, quelli delle guerre del Golfo, dell’Iraq e dei piani bellici lungo la dorsale tra Medio ed Estremo Oriente: un repubblicano e quindi of course un pessimo soggetto, capitalista e guerrafondaio.

Ma torniamo alla palla. Che ha cominciato ad attenuarsi dopo i quaranta minuti di sbadiglio, in cui non succede nulla. Per carità, una bella messa in scena, attori bravissimi, regia a posto, costumi e ricostruzioni inappuntabili. Cose diluite in un contesto che si poteva comodamente sintetizzare per andare al nocciolo che tende il film interessante, una vera lezione di cinema illustrativo ed educativo. Perché Spielberg, uomo di spettacolo, non lo ha fatto, non è andato al nocciolo?

Forse perché la parte pallosa gli è servita come un largo piedistallo adatto ad esaltare meglio la figura di Abramo e il coraggio degli uomini della politica, abili manovratori, che hanno scelto con lui di promulgare il tredicesimo emendamento della costituzione, ed erano in parte membri del partito democratico: contro i compagni di partito, in nome di un ideale.

In fondo, la lezione del film è questa, semplice: la politica è sgradevole ma tutto, o quasi, alla politica può essere consentito se l’obiettivo è giusto, se è morale; senza cinismo machiavellico. Sulla figura di Abramo viene suggerita da Spielberg la sovrapposizione del nero Barak Obama , democratico, che è il presidente di oggi, e che è un “puro”, come Abramo. Più stratega idealista che politicante. Ovvero, il mito dell’America vince nella storia.

Spielberg è un regista lirico, patriottico, democratico, e dedica un sentito omaggio al suo Paese che si trova a distanza di oltre un secolo dalla guerra di secessione a vivere una fase lunga di difficoltà, dopo sconfitte militari serie, dopo sostegni a dittatori, dopo interventi segreti della Cia, un crisi economica che perdura, la gara con Cina, India e altri paesi in grande crescita.

Spielberg si dilunga e si compiace. Rompe e rilancia, recuperando dai quaranta minuti in poi. Le intenzioni ritrovano lo spettacolo. Anche se le lodi di certi nostri critici-opinionisti mi sono sembrate esagerate, persino sciocche. La noia c’è, va collocata in termini della narrazione che nega i ritmi e le zoomate che nella velocità non posso esaurire un tema, un personaggio, la realtà. E noi? I nostri film? Le nostre fiction?

Noi siamo, nel cinema e nella tv, in pieno regime di strapalle. Non un film capace di raccontare qualcosa di credibile, sincero, vero; non una fiction che sappia dare d una pagina della storia italiana una rappresentazione magari anche non risolta ma almeno con un’idea, un’intenzione.

Sono scomparsi i titoli su argomenti e figure di rilievo. Le biografie non ci sono perché non ce n’è una degna di essere narrata, o comunque così sembra, dopo avere consumato i De Gasperi o i Di Vittorio.

I racconti di pagine della nostra storia si sono vanificate. Il Risorgimento, la prima e la seconda guerra mondiale, il miracolo economico, il Sessantotto, il terrorismo , e così via, sono dimenticati o affrontati in modo generico, rancoroso o piatto, senza idee, senza trasporto, senza convinzioni. Perché?

Perché negli anni Duemila la noia grande, la noia senz’anima, la noia della notte dei tempi in viviamo, ha atrofizzato le menti dei creativi. La storia di oggi, la storia del presente suscita reazioni di rivolta, distacco, disgusto. E ciò si sovrappone alla storia del passato che conosciamo poco o non vogliamo conoscere. Me ne sono accorto quando ho realizzato “Concerto Italiano” nel 2010, un film dedicato ai Centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, documentandomi, cercando fatti e spunti, contenuti e immagini che potessero andare oltre il risaputo, il celebrativo, il folcloristico.

Ho inserito la vicenda dei garibaldini che, dopo la spedizione dei Mille, respinti dall’esercito della nuova Italia, decidono di andare in America per combattere la guerra di secessione di Lincoln. Lincoln invitò Garibaldi a mettersi alla loro testa, ma il Generale era ferito e sofferente,deluso e scrisse una lettera ad Abramo addolorato dalla impossibilità di andare. Andarono le camice rosse che cambiarono divisa, e indossarono quella blu dei nordisti che abbiamo visto in tanti film dell’epoca, persino nei western.

Su un episodio così Hollywood avrebbe fatto non un film ma una serie di film. Le epoche creano epiche, su cui è bello indagare, ma Cinecittà ha dormito e con lei il cinema italiano nell’insieme. Se ha prodotto, ha prodotto noia. Molto diversa da quella dei quaranta iniziali di Spielberg. La nostra noia abita nella testa. Fa parte del desiderio di voltarsi da un’altra parte, verso un nostro mondo dei soliti idioti che facciano ridere. Per non piangere.

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