Torino Film Festival 2009: You Wont Miss Me – Get Low – Torso

You Wont Miss Me – di Ry Russo-Young (Concorso) Shelley sta per uscire dall’ospedale psichiatrico in cui è stata ricoverata nell’ultimo periodo. La ragazza, però, forse non è così sicura di voler uscire. Con lo psichiatra, tenta di ripercorrere le tappe che l’hanno condotta lì: le litigate furiose, il sesso, i provini, il rapporto con


You Wont Miss Me – di Ry Russo-Young (Concorso)
Shelley sta per uscire dall’ospedale psichiatrico in cui è stata ricoverata nell’ultimo periodo. La ragazza, però, forse non è così sicura di voler uscire. Con lo psichiatra, tenta di ripercorrere le tappe che l’hanno condotta lì: le litigate furiose, il sesso, i provini, il rapporto con gli uomini, le telefonate alla madre…

Si è parlato di cinema indipendente americano, con Breaking Upwards. Torniamo a parlarne in occasione del film di Russo-Young, ma questa volta dall’altra parte della barricata: è questo il cinema indipendente americano piccolissimo e a budget super-ridotto che non ci piace. Perché, e di solito odiamo dire una cosa così netta, è cinema “sbagliato”.

Le lunghe conversazioni, il realismo degli interpreti nei gesti, nelle parole e nei comportamenti, la vita in presa diretta: va tutto bene, se fatto bene. Ma You Wont Miss Me infastidisce, anche perché tutto quello che dice è stato detto in decine di pellicole. Ma fosse quello l’unico problema, che in realtà sta nel manico: è lo stile che puzza un po’ di vecchio. Nonostante tutto, ottima prova di Stella Schnabel, figlia del regista Julian.

get low posterGet Low – di Aaron Schneider (Concorso)
Siamo nel Tennessee degli anni ’30. Felix Bush è ormai vecchissimo. Vive da anni come un eremita, e non lascia avvicinare nessuno alla sua casa. Decide tuttavia di farsi organizzare e pagarsi il funerale. Che però dovrà avvenire in sua presenza: infatti quella sarà l’occasione per la resa dei conti, e per togliersi dalla coscienza segreti che non ha mai confessato a nessuno e che potrebbero far capire il perché del suo lunghissimo isolamento…

E’ un’opera prima, certo, ma la professionalità del tutto denota una mano a suo modo sicura dietro la macchina da presa. E’ la mano del comunque giovane Aaron Schneider, diretto della fotografia da una quindicina d’anni, ma soprattutto Premio Oscar per il cortometraggio Two Soldiers.

Get Low comunque resta un’opera prima: avercene. E’ un film che a suo modo ridimostra, se ce ne fosse stato mai bisogno, l’immortalità del cinema classico. Niente postmoderno citazionista o confezione da strizzatina d’occhio, anzi, e anche se Schneider dice di non averci pensato davvero, i ritmi sono quelli del caro, buon vecchio western. Anche perché la figura del protagonista richiamerà alla mente degli appassionati più di una mitica figura del genere.

E anche la sceneggiatura segue una carreggiata classica, anche nelle impennate più comiche, frutto sempre e comunque di dialoghi ragionati, e spesso lasciati al grande Bill Murray, macchietta che però contiene più di una sfumatura. Con un cast del genere, poi, esce fuori qualcosa d’interessante per forza: provate a non resistere a Robert Duvall (immenso), Sissy Spacek (toccante) e al già citato Murray. Get Low è un film sul ricordo, sull’impossibilità di portarsi nella tomba i segreti e i dolori, sulla possibilità non impossibile per l’uomo di poter comprendere l’altro.

torso posterTorso – di Yutaka Yamazaki (Concorso)
Due sorellastre si ritrovano dopo non essersi sentite per un po’ di tempo, in occasione della morte del padre di una delle due. Ricominciano a vedersi con più frequenza. Le lega la difficoltà nel rapporto con gli uomini, le lega lo stesso uomo, e le lega un busto maschile gonfiabile…

L’esordio alla regia di Yamazaki, navigatissimo direttore alla fotografia di Kore-eda, è un film bellissimo, emozionante e che porta in sé alcune delle caratteristiche più belle di certo cinema orientale. Basti pensare alla prima parte, molto giocata sulle azioni e sui gesti quotidiani, che senza annoiare (anche grazie al sapiente uso del montaggio interno nelle scene) descrive perfettamente le due protagoniste.

E poi riesce a usare bene il simbolo, in questo caso una sfacciatamente dichiarata metonimia: che cos’è quel busto gelido, bianchissimo, oggetto di piacere inanimato rappresentato dal busto (un torso maschile, appunto), se non il Maschio? Ma il simbolo nel contesto del film funziona perfettamente, ed anzi diventa protagonista di diverse scene non poco interessante: meravigliosa quella verso la fine del film, con tanto di sangue…

Yamazaki si dimostra regista sicuro, che muove la macchina da presa con leggerezza, e coinvolge lo spettatore con un ritmo blando ma non noioso. Descrive le sue protagoniste con la giusta distanza e allo stesso tempo con amore, senza farsi divorare dai sentimenti ma senza alcuna freddezza. Bellissime prove delle due protagoniste.

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