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1970, recensione del film premiato ai Visions du Réel 2021

Premio Speciale della Giuria ai Visions du Réel, l’ispirato 1970 di Tomasz Wolski racconta una pagina della Polonia comunista, tra doc e animazione

Otto giorni. Può accadere che tanto basti per illustrare fino a che punto un sistema degenerato possa rivelarsi inumano, proprio perché indifferente nei riguardi della vita. Nella Polonia del 1970 il governo decide di aumentare i prezzi di svariati generi alimentari essenziali. Nelle città di Gdansk e Gdynia scoppia una rivolta, dapprima in forma di protesta, per poi, gradualmente, salire d’intensità. In un primo momento le autorità confidano nel fatto che anche stavolta il tutto rientri in tempi ragionevoli: non sarà così. Anziché sgonfiarsi, la protesta monta, fomentata da una frustrazione e uno scontento difficili da mettere a tacere. Ma il Potere sa sempre come fare quando non sa cosa fare.

Quello di Tomasz Wolski, che ai Visions du Réel 2021 ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria (in ex-aequo), è anzitutto un resoconto che oseremmo definire puntuale. In un periodo di forte instabilità sia politica che sociale come quello che stiamo attraversando a livello globale, il suo 1970 rappresenta un monito, l’ennesima lezione che le masse, così come la stragrande maggioranza dei singoli, sono chiamati ad imparare, malgrado potrebbero non riuscirci. Eppure la Storia è lì, sempre pronta ad illustrarci il decorso di ogni singola malattia che ha afflitto qualsivoglia comunità, popolo, Paese e via discorrendo.

La scelta adottata mette insieme due soluzioni apparentemente opposte, o comunque contrastanti rispetto al linguaggio al quale siamo abituati (salvo le solite, immancabili eccezioni). Da un lato materiale di repertorio, filmati di quei giorni catturati in corso d’opera, per strada, pressoché interamente in esterni; dall’altro il ricorso all’animazione in stop motion, di gran lunga più elegante, precisa, controllata, di stanze ed edifici dove i membri governativi impartiscono ordini mentre per telefono si tengono aggiornati sull’evolvere della situazione.

Scelta azzeccata, la cui resa non si spiega di per sé. In 1970 c’è infatti un lavoro eccezionale sul sonoro, ricostruito da zero praticamente pure in rapporto alle immagini in bianco e nero di cinquant’anni fa, da cronaca convulsa. Fuori la confusione, il malcontento e l’agitazione della folla, la cui voce passa da slogan e cartelli recanti messaggi come «vogliamo condizioni migliori e libertà di parola»; dentro, in quelle sale operatorie del reale che sono le aule in cui si decidono le sorti di un Paese, squilli continui di telefoni, conversazioni nitide, condotte da persone con nome e cognome, ignari non solo di ciò che si sta consumando “fuori”, ma ancor più di ciò che non vedrebbero nemmeno se quei cortei li avessero davanti, ossia la paura e la rassegnazione quale molla per rischiare il tutto per tutto, quando non si ha più niente da perdere.

Si vorrebbe non indulgere troppo su talune componenti, specie quella architettonica ma, sebbene non lo si realizzi magari consapevolmente, gli ambienti in cui si svolgono quelle telefonate, o per meglio dire, i modelli in scala ridotta di quegli spazi, frutto di una ricostruzione totale, operano davvero in profondità. Quei personaggi a cui interessa solo contenere la rivolta, non comprenderne le ragioni, men che meno assecondarle, sono i veri sconfitti, quantunque la giustizia ordinaria praticamente non li abbia scalfiti per i troppi anni a seguire. Evidentemente inadeguati al ruolo per cui erano chiamati, asserviti a un’ideologia distruttrice, esseri inanimati come i pupazzi che nel film li rappresentano, s’appellano propagandisticamente al senso civico, alla ragion di Stato, per sedare il tutto, senza vedere che al fine di agevolare un’entità che non esiste, appunto le istituzioni, si lasciano crepare gli unici che da tali entità dovrebbero beneficiarne, nate come sono per servirle, ossia le persone.

E mentre le immagini si accumulano, tutte uguali eppure tutte diverse, per oltre un’ora, davanti ai nostri occhi si consuma una tragedia, che di contingente ha l’essere avvenuta in un dato posto e in un dato momento, mentre per il resto altro non è che il riproporsi dello spettacolo di sempre, quello dell’uomo che vuole prevalere sull’uomo; cambiano solo mezzi e strumenti in base all’epoca, ma di fondo la dinamica quella rimane.

Servono film come 1970, anche se poi a servirsene a pieno sono per lo più le generazioni che in certi ritratti tendono ad intercettare qualcosa che le riguarda. Scevro del particolare, di una parabola personale che quasi sempre si rivela più efficace nel filtrare la complessità delle grandi pagine, il non avvalersi di una lente, osservando a distanza, da lontano, le vicende di quei giorni in Polonia, è forse l’unico modo per cogliere una certa prospettiva. Le conversazioni registrate, realmente avvenute, che Wolski mette in scena mediante chiaroscuri ed atmosfere spettrali anche quando “illuminate”, scaraventano l’intera narrazione nei reami dell’horror, quello che colpisce di più in quanto verosimile. Qui però non si tratta di verosimiglianza: i passaggi furono proprio quelli, certo, ma soprattutto, quelle persone, quei membri del Partito, certe cose le dissero per davvero. Così come sul serio avvennero quei silenzi che 1970 non taglia, anzi, amplifica; ed è il suono che genera l’inquietudine maggiore.

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